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I Barisèi, cinque generazioni di orgoglio contadino in Franciacorta


La famiglia porta un soprannome antico, i Barisèi, termine dialettale che cinque generazioni si tramandano come una medaglia al valore contadino, un modo colloquiale che racchiude l’umanità e l’affetto di una stirpe legata a questi luoghi fin da epoche remote.

Molto prima che questa striscia di terra lombarda diventasse sinonimo di spumantizzazione celebre nel mondo, gli antenati della famiglia custodivano già i migliori appezzamenti nati dall’antico ritiro dei ghiacci dell’Adamello. La loro è una storia agricola a tutto tondo, iniziata ufficialmente nel 1898, quando i campi ospitavano seminativi, bestiame e solo una piccola porzione di vite per il consumo quotidiano o la vendita sfusa. Si avverte ancora l’eco di quel primo Novecento nella memoria della cascina di Nigoline acquistata da Paolo Bariselli, dove sorgeva una stazione di monta per i cavalli, allora unici compagni nel lavoro dei campi. Questo legame ancestrale con la terra si esprime oggi nella scelta fiera di allevare ancora vacche di razza fassona, dalle quali si ricava il prezioso letame naturale, ribattezzato affettuosamente “burro nero”, destinato a nutrire le vigne senza alcuna forzatura chimica.

La metamorfosi da un’agricoltura di sussistenza alla produzione di un grande vino si compie attraverso le generazioni, passando per l’intraprendenza di Gian Battista e Francesco, fino alla svolta impressa da Gian Mario. Lo sguardo di quest’uomo, custode tra l’altro di una splendida collezione di vecchi trattori le cui tracce sul suolo hanno persino ispirato il logo aziendale, racconta la transizione di una Franciacorta un tempo povera e faticosa in una culla di eccellenza. Accanto a lui, il giovane enologo Paolo Turra e il consulente Massimo Azzolini interpretano questa filosofia badando alla sostanza e preferendo i fatti alle parole.

La cifra distintiva dei loro calici risiede nella virtù più rara del nostro tempo, ovvero la capacità di saper aspettare. La cantina gestisce quarantotto ettari vitati condotti in regime biologico, frammentati in diverse zone vocate come Torbiato, Adro, Monterotondo, Corte Franca, Calino e Bettolino, ma la scelta della proprietà è quella di concentrarsi esclusivamente su tirature limitate e Millesimati dai lunghissimi affinamenti. Il tempo scorre lento nelle gallerie di affinamento, dove le bottiglie riposano ben oltre i limiti previsti dalle regole della denominazione. Una scelta coraggiosa che porta le Riserve a incontrare il pubblico solo dopo aver trascorso almeno novanta mesi a contatto con i propri lieviti.

L’assaggio rivela la consistenza quasi masticabile di questi vini, ricchi di una mineralità profonda che evoca le pietre e i sassi lasciati dal ghiacciaio migliaia di anni fa. La ricerca della finezza si spinge a soluzioni singolari in cantina, come l’utilizzo del ghiaccio secco a meno settantotto gradi per estrarre il colore in modo naturale dalle bucce del Pinot Nero senza liberare sentori amari, una tecnica che dà vita al Rosé dedicato ai fondatori Francesco e Battista.

Il rigore della tradizione contadina si sposa con una visione pionieristica persino nelle modalità di conservazione delle bottiglie. Una sperimentazione condotta insieme all’Università di Milano ha infatti dimostrato che mantenere i vini in posizione verticale, anziché coricata, preserva meglio la freschezza e la finezza dei profumi grazie alla barriera naturale creata dall’anidride carbonica tra il liquido e il tappo. Una piccola rivoluzione che ha portato l’azienda a progettare persino appositi cartoni per lo stoccaggio verticale, a testimonianza di come l’autenticità non sia un rifugio nel passato, ma un modo concreto di guardare al futuro partendo dalle proprie radici.

Nell’incontro ravvicinato con questi calici si ritrova, in fondo, lo stesso spirito dei Barisèi: nessuna concessione alle mode del momento, ma il racconto nitido di una Franciacorta che ha saputo conservare la propria anima contadina.

I Barisèi: Five Generations of Peasant Pride in Franciacorta

The family bears an ancient nickname, “i Barisèi,” a dialectal term that five generations have passed down like a medal for peasant valor—a colloquial name that embodies the humanity and affection of a lineage bound to these places since time immemorial.

Long before this strip of Lombard land became synonymous with world-famous sparkling winemaking, the family’s ancestors were already safeguarding the finest plots born from the ancient retreat of the Adamello glaciers. Theirs is an all-round agricultural history, officially begun in 1898, when the fields hosted arable crops, livestock, and only a small portion of vines for daily consumption or bulk sale. An echo of that early twentieth century can still be felt in the memory of the Nigoline farmhouse purchased by Paolo Bariselli, which back then housed a stallion station for horses—the sole companions in working the fields. This ancestral bond with the land finds expression today in the proud choice to still breed Fassona cattle, from which they obtain their precious natural manure, affectionately dubbed “black butter,” destined to nourish the vines without any chemical forcing.

The metamorphosis from subsistence agriculture to the production of a great wine was achieved across generations, passing through the resourcefulness of Gian Battista and Francesco, up to the turning point impressed by Gian Mario. The gaze of this man, who among other things curates a splendid collection of vintage tractors whose tracks on the soil even inspired the winery’s logo, recounts the transition of a Franciacorta that was once poor and harsh to cultivate into a cradle of excellence. Alongside him, the young enologist Paolo Turra and consultant Massimo Azzolini interpret this philosophy by focusing on substance and preferring deeds over words.

The distinguishing feature of their glasses lies in the rarest virtue of our time: the ability to know how to wait. The winery manages forty-eight hectares of vineyards under certified organic farming, fragmented across various highly suited areas such as Torbiato, Adro, Monterotondo, Corte Franca, Calino, and Bettolino. Yet, the estate’s choice is to focus exclusively on limited releases and Millesimati with exceptionally long aging periods. Time flows slowly in the maturation cellars, where the bottles rest well beyond the limits established by the appellation’s regulations. A courageous choice that allows the Riserve to meet the public only after spending at least ninety months in contact with their lees.

The tasting reveals the almost chewable consistency of these wines, rich in a profound minerality that evokes the stones and pebbles left behind by the glacier thousands of years ago. The pursuit of finesse pushes towards singular solutions in the cellar, such as the use of dry ice at minus seventy-eight degrees to extract color naturally from the Pinot Nero skins without releasing bitter tannins—a technique that gives life to the Rosé dedicated to the founders Francesco and Battista.

The rigor of peasant tradition weds a pioneering vision even in the way the bottles are stored. A trial conducted jointly with the University of Milan has indeed shown that keeping the wines upright, rather than lying down, better preserves the freshness and fineness of the aromas, thanks to the natural barrier created by the carbon dioxide between the liquid and the cork. This small revolution led the winery to design custom boxes for vertical storage, a testament to how authenticity is not a refuge in the past, but a concrete way of looking to the future starting from one’s own roots.

In a close encounter with these glasses, one ultimately finds the very spirit of the Barisèi: no concessions to momentary trends, but the crisp narrative of a Franciacorta that has successfully preserved its peasant soul.


Fonte: http://www.lastanzadelvino.it/feed/

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