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    Idee di una nuova Romagna

    Per essere sinceri, nel mondo del vino, la Romagna sono ben in pochi a conoscerla, e altrettanto rari sono quelli curiosi di scoprirne le potenzialità ed i vini di qualità che se ne producono. Complice l’impatto pachidermico delle grandi realtà cooperative, l’immagine della regione è svilita al palato del consumatore medio, che guarda con distrazione e disinteresse ai vini romagnoli.
    Se da una parte il vino industriale che esce dalla regione ha l’immagine del liquido diluito, anonimo e omologato, dall’altro una grossa zavorra è venuta dai piccoli produttori di collina che inseguendo (anche giustamente, con criterio e buoni risultati) le mode degli anni ’90, hanno dato l’immagine di vini rossi potenti e troppo spesso offuscati da un uso prepotente o mal gestito dei legni.
    Alcuni virtuosi hanno saputo crescere e mettere in discussione i propri vini, adeguandosi non solo al mutare dei gusti, ma anche alla necessità di lasciare esprimere le potenzialità e peculiarità dei territori romagnoli che – perBacco! – esistono e lottano tra noi, nelle bottiglie dei tanti volenterosi che provano ad emanciparsi, restituendo alla Romagna un’identità, ma ancor prima una dignità vinicola.
    Inoltre si sta configurando una nuova branca di giovani produttori coraggiosi – perché per mettersi a fare vino in Romagna ci vuole coraggio (o forse un certo masochismo) – che arriva sul mercato con idee contemporanee, con buoni propositi e voglia di confronto.
    Il confronto e la collaborazione sono forse gli elementi che più spesso sono mancati alla storia del vino romagnolo, combattuto tra campanilismi, celolunghismi e rivalità infantili. Ma negli ultimi anni fortunatamente qualcosa si sta muovendo in senso contrario, e tanti vignaioli iniziano a parlarsi e unire le forze e gli sforzi per una comunicazione più incisiva del buono che si fa in Romagna. Non bastasse questo è giunta l’idea di Francesco Falcone, amico degustatore e penna ispirata, da sempre attento alle sorti della mia regione, divenuta sua patria adottiva. Il suo nasce come progetto editoriale: un libro su “La Nuova Romagna“. Questo nuovo progetto vuole essere un racconto delle nuove voci che si fanno portatrici delle idee più contemporanee della scena regionale, con espressioni vinicole in grado di incuriosire e soddisfare i bevitori più smaliziati, ma anche di allargare gli orizzonti del consumatore medio. Un’indagine sul campo per scovare i bagliori di luce in un panorama ancora pieno di ombre. Un censimento delle identità enoiche da tenere in considerazione oggi e nel prossimo futuro. Un lavoro che coinvolge direttamente le aziende, chiamandole al confronto.
    Così grazie alla complicità dell’amico maître Fabrizio Timpanaro e all’ospitalità del Ristorante Quartopiano di Rimini, si va articolando in questi mesi un ciclo di incontri con e tra i produttori di Romagna. Con Falcone a moderare, stuzzicare, incalzare, i vignaioli presentano il loro lavoro ad una tavolata di colleghi, cui si aggiungono appassionati bevitori, in un confronto che possa essere il più possibile ampio e non autoreferenziale.
    Lo scopo e l’auspicio collimano nell’innesco di un movimento virtuoso, di una presa di coscienza di quello che di buono c’è e di ciò che si può migliorare per ambire a ritagliarsi un posto di rilievo nel panorama del vino.
    Martedì 7 luglio scorso sono stato partecipe di uno di questi incontri, e l’atmosfera era davvero positiva. Di ogni produttore abbiamo esplorato un vino, per poi accedere ad un secondo campione a fine serata, in libertà individuale.
    Erano tanti i produttori che conosco personalmente da anni, ma altri ho avuto il piacere di scoprire in questa occasione. Diversi di questi appartengono al territorio riminese, come i Fratelli Cecchini di Valle delle Lepri, Matteo Dini di Villa Ottolune, Andrea Pasini di Fattoria del Piccione, Loretta e Vittoria Pesaresi di Delle Selve, oltre a Davide Bigucci di Podere Vecciano (che già ben conoscevo).
    E da queste terre si può iniziare a dire che un’identità si riesce a trovare in vini bianchi sapidi e polposi, con un potenziale ben espresso nella rebola (grechetto gentile), che qui si fa tramite in “un’unione tra mare e terra” (citando una frase che ho trovato molto azzeccata del giovanissimo Andrea Pasini), unendo il sale del primo alla trama solida della seconda. Ma questi tratti si sono ritrovati anche nel bianco Erretre di Delle Selve, da uve sauvignon blanc vinificate in maniera naturale, senza controlli di temperature, e così scevro da sentori pirazinici.
    Altresì il sangiovese merita attenzione in questi luoghi, con frutto ben evidente, anche se occorre tenere a bada gli eccessi di maturazione. La cosa è perfettamente riuscita nel Vigna Rocca 2019 di Podere Vecciano, succoso ed espressivo, con frutto fresco e trama gentile e saporita. Una bella materia era anche nel Marnoso 2017 di Villa Ottolune. Peccato per un’impronta decisa dei legni piccoli, un po’ anacronistica, che copriva una materia sottostante gustosa ed interessante.
    Sangiovese che mostra forse la migliore espressione di un percorso intrapreso 20 anni fa da Stefano Gabellini, è il P. Honorii 2016, nitido negli aromi di frutti scuri, ficcante ma fine nel tannino, dinamico e già godibile, con piacevoli echi balsamici che iniziano a palesarsi. Bella espressione di Bertinoro Riserva.

    Una scoperta folgorante per me sono stati i vini di Pian di Stantino, realtà davvero unica nel suo genere. Andrea Peradotto, enologo con diverse esperienze in regione e fuori, ha deciso di tornare nel suo paese di origine, Portico di Romagna, ultima appendice appenninica del forlivese lungo la valle del Montone, per iniziare le sue vinificazioni in proprio. Lo ha fatto andando a scovare piccole parcelle sparse nei comuni montani limitrofi, su terreni a quote ormai inusuali per la viticultura romagnola, con vigne allocate dai 400 ai 700 metri. Micro-vinificazioni singole con fermentazioni spontanee in legno, lavorando uve rosse a prevalenza sangiovese, ma con presenza di altri vitigni minori storicamente presente nei vecchi vigneti. Lunghe macerazioni sulle bucce, fino a 2 mesi, e poi sosta in cemento per qualche mese. Il Ridaccio 2019 è un vino montano davvero imperdibile, aereo e leggero, dal colore trasparente e vivo, succoso di frutti rossi freschi e condito di note di scorze di agrumi ed erbe aromatiche. Tannino sottile, fine salinità finale. Sorso irresistibile. Più austero il Pian 2019, più solido e scuro nei tratti, ma sempre innestato su uno scheletro agile e dinamico.
    Altro rosso degno di nota è il Pinot Nero 2019 di Pertinello. Realtà storica in una splendida zona appenninica, dove le vigne si mischiano ai boschi nell’alta Val Bidente. Qui dall’annata 2019 il titolare Moreno Mancini ha accolto tra le sue file Francesco Falcone, che mette la sua esperienza negli assaggi e nella realizzazione dei vini. Qui ispirandosi ai confronti intrecciati con Staderini e Tommasi (tra i migliori interpreti di questo vitigno in Italia) si è cercato di seguire una strada borgognona, con vinificazione in legno, con uso parziale di grappolo intero, e fermentazioni spontanee. Il risultato, da poco in bottiglia, è già intrigante, con bel frutto appena coperto da note di propoli e pellame, sorso con graffio tannico invitante e polpa fresca.

    Ho tenuto per ultima l’albana, vitigno quasi scomparso, anima non facile da gestire in vigna come in cantina. Vino che può fare innamorare o intimorire. E’ spesso considerabile un rosso travestito da bianco, per via delle componenti tanniche delle sue bucce. Ne abbiamo assaggiate due versioni capaci di fare ricredere i più scettici sul vitigno (e ne abbiamo avuto esempi diretti tra i presenti alla serata). Il MonteRe 2016 di Vigne dei Boschi (aka Paolo e Katia Babini), è un’albana di montagna, coltivata in alto tra i boschi di Valpiana su terre marnoso-arenacee. Vinificata e maturata in tonneau usati (di 8 anni), mostra eleganza e profondità, tensione acida unita a sapore, agrume e fiore, un cenno tannico sottile che la completa. Da una vigna vecchia sita in Terra del Sole invece il Madonna dei Fiori 2018 di Marta Valpiani, vinificata in mastelli per poi essere messa a maturare in cemento. Ha ben definito il frutto di albicocca fresco, cenni di erbe e fiori, sorso serio, nervoso, giocato su un traino acido-sapido che ne scolpisce uno scheletro solido e capace di riempire il palato con una presa terragna e felice.
    Insomma, di cose interessanti ne abbiamo bevute e altrettanti ce ne siamo dette. E non finisce certo qui
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