I dati semestrali di Concha y Toro che commentiamo oggi sono senz’altro negativi (link), con vendite in calo del 6%, un utile netto sceso del 14% e una leva finanziaria salita da 2.6x a 3.1x l’EBITDA. Contengono però una serie di dettagli che li rendono un po’ meno deludenti: anzitutto, come potete vedere dal grafico nel post, direttamente preso dal comunicato, il secondo trimestre è stato meno peggio del primo (e nel quarto trimestre il confronto sarà semplificato dagli oneri straordinari dell’anno scorso, pari a 8 miliardi di peso). In secondo luogo, è vero che i margini calano, ma si tratta di un minore assorbimento dei costi fissi: il margine industriale non solo resta saldamente a ridosso del 40%, ma migliora rispetto all’anno scorso. Infine, il debito sale ma nel semestre ci sono stati anche investimenti “particolari”, come l’acquisto del 65% di Mirabeau in Francia (prezzo complessivo di circa 22 miliardi di peso, ossia 21 milioni di euro, di cui 15 già pagati alla firma) e il riacquisto di azioni proprie (27 miliardi di peso, pari al 3.9% del capitale).
I dettagli scarseggiano un po’ ma ci sarà molta più chiarezza il 16 ottobre, quando Concha y Toro terrà il suo Investor Day. E infatti, come potete apprezzare dal grafico del prezzo di borsa all’interno del post (tratto da Investing.com), il declino degli ultimi 2-3 anni sembra essersi attenuato.
Per ora soffermiamoci sui numeri, che analizzeremo nel dettaglio nel resto del post.
- Le vendite di Concha y Toro calano del 6% a 426 miliardi di peso. Di queste, circa 400 sono relative al vino (l’azienda ha cominciato a dare questo dettaglio), in calo del 6.3%; il resto sono birra e superalcolici (17 miliardi, -17%) e altri prodotti e servizi (9 miliardi, +34%). All’interno dei 400 miliardi del vino, le vendite locali USA sono le principali responsabili dell’andamento, -24% a 53 miliardi, mentre le esportazioni scendono del 3% a 298 miliardi e il mercato domestico (solo vino) è stabile a 48 miliardi. Il calo è interamente di volume (-4% il vino, -5% il totale), mentre i prezzi medi salgono ovunque: +4.9% in dollari sull’export, +2.2% in peso in Cile, +1.2% in dollari negli Stati Uniti. Dietro la media si nascondono andamenti molto diversi: Brasile +21%, Messico +14% e Canada +6% a valore, contro Asia -27% ed Europa -4%.
- Il secondo trimestre preso da solo restituisce un quadro migliore: vendite -4.7% (contro -7.8% del primo trimestre) e stabili se misurate in dollari, margine industriale al 40.0% con 50 punti base di miglioramento, EBITDA -5.5% con margine praticamente invariato al 15.1% e utile netto in crescita del 2.1% a 19 miliardi. Su quest’ultimo dato però pesa interamente il fisco: l’utile ante imposte scende del 10% e le imposte passano da 6 a 2 miliardi, per effetto della correzione monetaria del patrimonio per inflazione. Anche negli Stati Uniti c’è un segnale di stabilizzazione: le vendite restano negative (-14% in peso nel trimestre) ma i depletion, cioè le vendite dei distributori ai clienti finali, passano da -12% del primo trimestre a -0.3%, con i marchi prioritari (Casillero del Diablo e Bonterra) a +15%.
- Come accennavamo, a livello di margine industriale le cose non vanno così male, soprattutto nel contesto di un periodo impattato dalla crescita dei costi energetici. Il margine lordo di 168 miliardi scende del 5% ma migliora dal 39.1% al 39.5% delle vendite. I costi sotto sono invece quasi stabili (+0.5%, includendo peraltro il consolidamento di Mirabeau e di Beer Garden) e questo determina la perdita di margine a livello di EBITDA e EBIT, che nel semestre scendono di 120-130 punti base rispettivamente al 13.8% e al 9.7%. Sotto la riga operativa il risultato non operativo migliora leggermente (-7 miliardi contro -7.5, con oneri finanziari in calo del 2% nonostante il maggiore debito) e le imposte si dimezzano, per cui l’utile netto scende da 33 a 28 miliardi di peso, -14%, contro il -19% dell’utile ante imposte. L’utile per azione cala un po’ meno, -12%, grazie al riacquisto di azioni proprie.
- A livello finanziario, il debito “anno su anno” passa da 394 a 447 miliardi di peso, il che implica una leva da 2.6 a 3.1 volte. A fine anno (un momento in cui il debito è strutturalmente più basso di fine giugno) era 346 miliardi di peso, 2.3 volte l’EBITDA. Il rendiconto finanziario, che non è nel comunicato stampa ma si trova nel bilancio semestrale, spiega bene l’aumento: il flusso di cassa operativo migliora nettamente, a 19 miliardi dai 2 dell’anno scorso, grazie a minori pagamenti ai fornitori e a imposte pagate quasi dimezzate, ma non basta a coprire 42 miliardi di investimenti (di cui 38 in immobilizzazioni materiali, contro 24 dell’anno scorso), 15 miliardi per Mirabeau, 27 di buyback e 26 di dividendi. La cassa scende da 57 a 34 miliardi e il resto lo fa il debito. Da notare che 3.1 volte è sopra l’obiettivo aziendale di 2.5 volte, mentre i covenant restano lontani: leva sul patrimonio netto a 0.65 contro un limite di 1.2 e copertura degli interessi a 6.8 contro un minimo di 2.5.
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