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Il Friulano e l’asse del tempo: la verticale di Muzic tra memoria e progetto


L’asse del tempo, nella riflessione che lo scrittore Emmanuel Carrère affida alle pagine del suo libro Kolchoz, si divide in due direzioni distinte: una dimensione orizzontale, popolata dalle relazioni, dagli amici e dai compagni di viaggio, e una verticale, che agisce come un cordone ombelicale capace di legarci indissolubilmente ai nostri figli, ai genitori e ai nonni. Questa suggestione filosofica si adatta con precisione quasi poetica al Friulano della cantina Muzic, trasformando il concetto di “verticale” da mera pratica tecnica di degustazione a vero e proprio simbolo di continuità identitaria. Il vino smette di essere solo un prodotto della terra per farsi testimone di un passaggio di testimone, un legame che attraversa le epoche unendo le generazioni sotto il segno della vite.

Il Friulano, che per lunghi anni abbiamo chiamato Tocai, rappresenta da sempre il cuore pulsante delle osterie, il bianco per eccellenza che ha scandito la vita quotidiana di questo lembo di terra. Se nel secolo scorso era il compagno inseparabile del rito del “Tajut di blanc”, un vino di massa dai tratti talvolta rustici, oggi si rivela come il re dei vitigni autoctoni a bacca bianca della regione. Nonostante il suo carattere possa apparire a tratti ostico, quando viene interpretato da mani sapienti si trasforma in un bianco di straordinaria longevità, capace di sfidare il tempo con una dignità che lo colloca di diritto tra i grandi vini del mondo.

L’esperienza della verticale organizzata dalla famiglia Muzic, che ha beneficiato del supporto organizzativo di Valeria Roberto e della conduzione magistrale di Giuseppe Carrus del Gambero Rosso, ha permesso di tracciare un percorso emozionante che parte dall’annata 2021 per risalire fino al 1999, passando per il 2016, 2013, 2009 e 2007. Risulta quasi incredibile constatare come la 1999 sia ancora oggi viva e pulsante, capace di richiamare in sé l’anima del Tocai delle osterie di una volta, pur elevandola a un’eleganza straordinaria. Questa degustazione è la prova tangibile di quanto si perda nel consumare questi vini appena usciti sul mercato: un controsenso enologico che solo il tempo sa smentire.

Valeria Roberto – Giuseppe Carrus – Elija Muzic – Fabjian Muzic

Attraverso questo viaggio a ritroso, la sensazione predominante è stata quella di ritrovare intatto un modo di fare vino “vecchio stile”, una fedeltà alla tradizione che rende queste bottiglie uniche. Proprio in questo recupero si legge la volontà di Fabijan Muzic e della sua famiglia di esaltare i tratti più autentici del vitigno, rifuggendo quelle note eccessivamente internazionali o “piacione” che le selezioni clonali degli anni Settanta e Ottanta avevano introdotto a scapito della tipicità. Il loro Friulano, nato da piante che superano i quarant’anni d’età, ricerca con orgoglio quel finale amarognolo, quel sentore di mandorla e quelle note vegetali che profumano di storia e di rusticità.

Questa dedizione affonda le radici in una narrazione familiare che ha inizio nel 1927, quando i bisnonni degli attuali titolari si insediarono a San Floriano del Collio, in località Bivio, portando con sé l’esperienza necessaria alla ricostruzione post-bellica. Inizialmente semplici coloni in una casa ancora ferita dal conflitto, potevano contare solo su una piccola cantina interrata e pochi ettari di terra per fronteggiare la miseria di quegli anni difficili. Il vero salto avvenne negli anni Sessanta con l’acquisto dei primi cinque ettari, dando il via a un’avventura che oggi vede Giovanni, noto a tutti come Ivan, e sua moglie Orieta guidare l’azienda insieme ai figli Elija e Fabijan.

Situata dove la strada che sale da Gorizia incontra quella che scende verso il Preval, la cantina Muzic gestisce oggi quasi ventisei ettari di vigneto con un approccio artigianale che tutela la genuinità del lavoro. Ogni sorso dei loro vini racconta il “giardino del Goriziano”, una natura rigogliosa che si riflette nella purezza dei profumi e nel rispetto per un vitigno che, pur essendo nato tre o quattro secoli fa nel sud della Francia da un incrocio con il Sauvignon Blanc, ha trovato nel Collio la sua dimora definitiva.

Oltre alla verticale, Fabijan ha colto l’occasione per fare il punto sullo stato dell’arte del progetto “Collio vino da uve autoctone”, di cui è uno dei fondatori. Secondo il manifesto dei produttori, il friulano rimane la colonna portante dell’uvaggio (presente per almeno il 50%), mentre malvasia istriana e ribolla gialla completano la ricetta con percentuali variabili. Il progetto appare sempre più a fuoco: all’assaggio, questi vini si rivelano cangianti, mostrando magari qualche lieve esuberanza iniziale che però, dopo pochi minuti nel bicchiere, evolve verso una finezza straordinaria. È interessante notare come, sempre di più, pur nella valorizzazione delle differenze, emerga un filo conduttore stilistico tra tutti i produttori dell’associazione, segno di una visione territoriale condivisa.

i produttori del “Collio vino da uve autoctone”

Il seme di questa iniziativa è stato piantato tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 da Kristian Keber, Andrea Drius, Fabijan Muzic e Alessandro Dal Zovo. A questo nucleo originario si sono presto uniti Buzzinelli, Korsic, La Rajade, Ronco Blanchis, Marcuzzi, Vigne della Cerva e ManiàLa validità di questo percorso è confermata dalle recenti adesioni di Tenuta Stella, Humar e Specogna. Il caso di questi ultimi è particolarmente significativo: pur avendo le proprie radici storiche nei Colli Orientali, la famiglia Specogna possiede alcuni preziosi vigneti di friulano, malvasia e ribolla gialla proprio nel Collio. Non hanno avuto esitazioni nel decidere di vinificare separatamente queste uve per dare vita a una propria etichetta che seguisse il manifesto del “Collio vino da uve autoctone”,, sottolineando così la volontà di far parte di questo sodalizio d’eccellenza.

Giuseppe Carrus – Fabjian Muzic

Spesso ci si lamenta dell’incapacità dei produttori italiani di “fare sistema” rispetto al modello francese, ma l’impegno di Fabijan e della sua famiglia dimostra oggi una sensibilità diversa: la consapevolezza che riportare il Collio al centro della scena non sia la somma di singoli stili aziendali, ma l’espressione univoca e potente di un intero territorio.

Friulano and the Axis of Time: Muzic’s Vertical Tasting Between Memory and Vision

In the reflections shared by writer Emmanuel Carrère in his book Kolchoz, the axis of time is divided into two distinct directions: a horizontal dimension, populated by relationships, friends, and travel companions, and a vertical one, which acts as an umbilical cord inextricably linking us to our children, parents, and grandparents. This philosophical suggestion fits the Friulano of the Muzic winery with almost poetic precision, transforming the concept of a “vertical tasting” from a mere technical practice into a true symbol of identity continuity. The wine ceases to be just a product of the land to become a witness to a passing of the torch—a liquid bond that crosses eras, uniting generations under the sign of the vine.

Friulano, which for many years we called Tocai, has always represented the beating heart of local taverns (osterie), the white wine par excellence that has paced daily life in this corner of the world. While in the last century it was the inseparable companion of the “Tajut di blanc” ritual—a mass-market wine with sometimes rustic traits—today it reveals itself as the king of the region’s indigenous white grape varieties. Despite a character that can at times appear demanding, when interpreted by skillful hands, it transforms into a white of extraordinary longevity, capable of defying time with a dignity that rightfully places it among the world’s great white wines.

The vertical tasting experience organized by the Muzic family, with the organizational support of Valeria Roberto and the masterful guidance of Gambero Rosso’s Giuseppe Carrus, allowed for an emotional journey starting from the 2021 vintage and tracing back to 1999, passing through 2016, 2013, 2009, and 2007. It is almost incredible to note how the 1999 vintage is still alive and vibrant today, capable of evoking the soul of the old-style Tocai but elevated with extraordinary elegance. This tasting is tangible proof of how much is lost by consuming these wines as soon as they hit the market: an enological paradox that only time can debunk.

Through this backward journey, the predominant sensation was one of rediscovering an intact, “old-school” way of winemaking—a loyalty to tradition that makes these bottles unique. In this recovery, one can read the will of Fabijan Muzic and his family to enhance the most authentic traits of the variety, eschewing those excessively international or “crowd-pleasing” notes that the clonal selections of the 1970s and 80s introduced at the expense of typicality. Their Friulano, born from vines over forty years old, proudly seeks that slightly bitter finish, the hint of almond, and those vegetal notes that smell of history and rusticity.

This dedication is rooted in a family narrative that began in 1927, when the great-grandparents of the current owners settled in San Floriano del Collio, in the locality of Bivio, bringing with them the experience necessary for post-war viticultural reconstruction. Initially simple tenant farmers in a house still scarred by the conflict, they could only rely on a small underground cellar and a few hectares of land to face the hardships of those difficult years. The real turning point came in the 1960s with the purchase of the first five hectares, launching an adventure that today sees Giovanni (known to all as Ivan) and his wife Orieta leading the company alongside their sons Elija and Fabijan.

Located where the road rising from Gorizia meets the one descending toward Preval, the Muzic winery now manages nearly twenty-six hectares of vineyards with a handcrafted approach that protects the authenticity of the work. Every sip of their wines tells the story of the “Goriziano Garden,” a lush nature reflected in the purity of the aromas and in the respect for a grape variety that, although born three or four centuries ago in southern France from a cross with Sauvignon Blanc, found its definitive home in the Collio.

Beyond the vertical tasting, Fabijan took the opportunity to review the state of the “Collio wine from indigenous grapes” project, of which he is a founder. According to the producers’ manifesto, Friulano remains the backbone of the blend (present at at least 50%), while Malvasia Istriana and Ribolla Gialla complete the recipe in varying percentages. The project appears increasingly focused: upon tasting, these wines reveal themselves to be multifaceted, perhaps showing some slight initial exuberance that, after a few minutes in the glass, evolves into extraordinary finesse. It is interesting to note how, more and more, while valuing individual differences, a stylistic common thread emerges among all the producers of the association—a sign of a shared territorial vision.

The seeds of this initiative were planted between late 2019 and early 2020 by Kristian Keber, Andrea Drius, Fabijan Muzic, and Alessandro Dal Zovo. This original core was soon joined by Buzzinelli, Korsic, La Rajade, Ronco Blanchis, Marcuzzi, Vigne della Cerva, and Manià. The validity of this path is confirmed by the recent memberships of Tenuta Stella, Humar, and Specogna. The latter case is particularly significant: despite having historical roots in the Colli Orientali, the Specogna family owns several precious vineyards of Friulano, Malvasia, and Ribolla Gialla right in the Collio. They did not hesitate to vinify these grapes separately to create their own label following the “Collio wine from indigenous grapes” manifesto, thus highlighting the desire to be part of this partnership of excellence.

We often complain about the inability of Italian producers to “work as a system” compared to the French model, but the commitment of Fabijan and his family today demonstrates a different sensitivity: the awareness that bringing the Collio back to the center of the stage is not the sum of individual company styles, but the unique and powerful expression of an entire territory.


Fonte: http://www.lastanzadelvino.it/feed/

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