(articolo pubblicato anche su Intravino)
È la domanda che, prima o poi, si pongono diversi collezionisti, dopo decenni trascorsi ad accumulare bottiglie, spesso a partire dagli anni ’80 e ’90. Sebbene la risposta, a mio avviso, sia ovvia (ci fanno un colpo di telefono e accorriamo in aiuto),l’eccellente Jancis Robinson affronta il tema nella sua colonna sul Financial Times e racconta, con esempi concreti, come alcuni grandi collezionisti hanno provato a gestirlo.
Non solo: secondo Jancis, molti si sono ritrovati anche con un secondo problema: spesso si sono riempiti di vini che, a distanza di tempo, non gli piacciono più. E proprio da qui cominciamo.
Il fenomeno del cambiamento dei gusti è affrontato da un importatore di vini di Boston, che ammette di avere troppi vini che oggi beve molto meno, come i vini tedeschi più dolci. “Non sembra mai che io abbia abbastanza delle cose che prendo più spesso. Mi ritrovo sempre a cercare Grüner Veltliner e Chenin Blanc in cantina. Ce ne sono un po’, ma vanno spesso ricomprati. Non ho abbastanza Chablis. Mi servono anche vini bianchi di stile più neutro, per esempio i Pinot Blanc, che finiscono continuamente. Mi piacerebbe avere un bel po’ di Chasselas.”
Il suo consiglio è di comprare in base al cibo che si mangia e al clima in cui si vive. Non è saggio comprare vino da ‘mettere via’ per decenni, per poi trascorrere un sacco di tempo a inseguire il momento in cui quel vino dà il massimo. In altre parole: niente vini impossibili da bere fin dal giorno dell’acquisto e una certa diversificazione per tipologia, perché i gusti possono cambiare.
Tornando ai collezionisti, le casistiche variano. Ho chiesto anche a ChatGPT di ordinarle in alcune curiose categorie.
Alcuni decidono, loro malgrado, di vendere. Per esempio, il 5-10% della cantina ogni anno, e magari sostituirlo con poche bottiglie che gli piacciono di più e sono pronte da bere. ChatGPT lo chiama il collezionista razionale: non si innamora della bottiglia di Bartolo Mascarello del 1999 con disegnato “No Berlusconi No Barrique” comprata dalle mani del signor Mascarello e fa cassa.
È il caso di un collezionista che dice: “Quando ho iniziato ad acquistare negli anni ’90, tutto era incentrato sul consumo e sulla condivisione. È diventata una collezione quando ho cominciato a vedere il vino come un’opportunità d’investimento, verso la metà degli anni 2000. Da allora, la vendita di una parte della mia collezione è una conseguenza inevitabile e continua, visto che, a quanto pare, non riesco a smettere di comprare; oggi il mio focus è esclusivamente trovare grandi bottiglie mature da condividere con gli amici.”
Altri decidono di ridurre gli acquisti, ma non vendono: solo vino “maturo” e poche bottiglie da bere subito. Se compro un Bordeaux in primeur oggi, tra quando me lo consegnano, quando matura, rischio di essere già sottoterra, se ho una certa età. Questo ChatGPT lo chiama il collezionista riformato.
Quest’altro signore, che secondo Jancis Robinson ha la migliore cantina che abbia mai visto, dice di aver venduto solo raramente “quando il prezzo mi sembrava salito così tanto da rendere sciocco stapparlo davvero”. Per esempio, racconta che quando ha venduto mezza cassa di Lafite 1982 nel momento di massima popolarità in Cina, il commerciante tornò indietro per comprare anche la cassa di legno che conteneva le bottiglie! L’amico di Jancis aggiunge anche di non essersi mai seduto a calcolare quanto vino gli sarebbe servito per il resto della vita. “Non ho mai conosciuto un amante del vino che pensasse in questi termini. In una parte del nostro cervello, la maggior parte degli amanti del vino crede nella propria immortalità.”
Altri ancora si lasciano guidare dal principio “Drink your great wines while you can”. Bevi le bocce buone prima che sia troppo tardi e poi vada come vada. È il contrario della sindrome dell’immortalità che Jancis attribuisce ai collezionisti seriali. ChatGPT lo chiama il collezionista epicureo tardivo.
Per esempio, un avvocato francese è categorico: “Di certo non voglio lasciare vino ai miei eredi. Ho tutta l’intenzione di morire subito dopo aver finito la mia ultima bottiglia!”. Sostiene che “i collezionisti hanno una spinta a comprare sempre di più e io non faccio eccezione, ma compro molto meno di un tempo”. A suo dire, inoltre, i produttori di Bordeaux gli hanno reso più facile rinunciare alle ultime annate, con prezzi en primeur diventati ridicolmente alti.
Ci sono poi i “collezionisti patriarca”, che invece di vendere regalano e lasciano ai posteri. E qui mi viene in mente Stefano Cinelli Colombini che giustamente dice che il vino non dura in eterno.
Uno dei primi imprenditori della new economy dice “Mia moglie e io possediamo più vino di quanto berremo mai. Ecco, l’ho detto. Ho acquistato la mia prima bottiglia di vino quando mi trasferii nella Silicon Valley a metà degli anni ’60 e in realtà non ho più smesso di comprare. A nostra discolpa, entrambi amiamo moltissimo il vino e raramente passa un giorno senza che venga versato almeno un bicchiere, o due; e, come disse Robert Mondavi, avvicinandosi ai 90 anni, quando gli chiesero a cosa attribuisse il fatto di aver raggiunto quell’età: ‘Tutto con moderazione, con poche gloriose eccezioni’. A questo brindo”.
E racconta: “Bevi i tuoi grandi vini finché puoi.” Cosa fare del resto, una volta riempite le cantine delle figlie, è più complicato. Sta accarezzando un’idea che lui stesso ammette essere stravagante: aprire un ristorante.
Ora, Jancis Robinson, Master of Wine, si è dimenticata dei collezionisti come me che, anche se avessero più vino di quanto ne potrebbero consumare nel resto della loro vita, continuerebbero a comprare a oltranza: smettere… sicuramente porta sfortuna. Quindi il collezionista scaramantico.
L’articolo ha poi una conclusione piuttosto interessante sul futuro del “collezionismo del vino”, che trovo molto stimolante.
Oggi, la prospettiva di acquistare un vino en primeur e guadagnarci quasi certamente è molto meno ovvia (puoi sempre berlo, mi dirai tu). Guardate i prezzi della Borgogna e degli Champagne per credere. Quindi lo scenario di comprare, bere qualcosa e comunque guadagnare è parzialmente svanito. Forse anche per questo motivo, le nuove generazioni sembrano meno inclini a comperarsi casse e casse di vino e poi ad aspettare anni. Oltretutto, rispetto a 40-50 anni fa ci sono così tanti vini buoni in giro! E Jancis finisce con uno spunto, che cito direttamente: “C’è poi un altro elemento: il declino della sudditanza ai punteggi. I consumatori più giovani, ammesso che bevano vino, tendono molto di più a costruirsi un gusto personale e a godersi il percorso di scoperta. E sono, più spesso di prima, donne.”
…ho un piccolo favore da chiedervi. Sempre più persone leggono “I Numeri del Vino”, che pubblica da oltre dieci anni tre analisi ogni settimana sul mondo del vino senza limitazioni o abbonamenti. La pubblicità e le sponsorizzazioni servono per aiutare una missione laica in Perù. Per fare in modo che questo lavoro continui e resti integralmente accessibile, ti chiedo un piccolo aiuto, semplicemente prestando da dovuta attenzione con una visita alle inserzioni e alle sponsorizzazioni presenti nella testata e nella sezione laterale del blog. Grazie. Marco
Fonte: http://feeds.feedburner.com/INumeriDelVino
