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Benanti, l’Etna e il tempo lungo del vino


Quando si racconta il rinascimento enologico dell’Etna, il nome della famiglia Benanti occupa inevitabilmente un posto centrale. Oggi i vini del vulcano sono presenza stabile nelle carte dei ristoranti internazionali e nel dibattito tra appassionati, ma fino agli anni Novanta il panorama era molto diverso: poche cantine, scarsa attenzione mediatica e un territorio ancora lontano dai riflettori del vino contemporaneo. In quel contesto Giuseppe Benanti ebbe l’intuizione di credere che l’Etna potesse esprimere alcuni dei vini più identitari d’Italia, contribuendo a cambiare il destino enologico del vulcano.

Parlare di Benanti significa riconoscere un ruolo pionieristico nella valorizzazione dell’Etna, non solo attraverso i vini ma anche con un lavoro culturale e di promozione del territorio svolto quando pochi ne intuivano il potenziale. I riconoscimenti ottenuti negli anni hanno acceso i riflettori su una denominazione allora marginale, aprendo la strada all’interesse internazionale di oggi.

Salvino Benanti

La storia della famiglia in Sicilia affonda però le radici nel Settecento e già alla fine dell’Ottocento, a Viagrande, il vino era parte della vita familiare. La svolta arriva nel 1988, quando Giuseppe Benanti fonda la prima azienda vitivinicola con l’obiettivo di valorizzare i vitigni autoctoni e le diverse anime del territorio etneo.

Fin dall’inizio emerge una lettura chiara: l’Etna non è un territorio unico ma una somma di contrade profondamente diverse per altitudine, esposizione, suoli e clima. Benanti è tra le prime aziende a interpretare questa complessità, lavorando su più versanti molto prima che la zonazione diventasse un tema centrale.

Ancora oggi l’azienda rappresenta una realtà unica grazie alla presenza su tutti i versanti della DOC, con vigneti tra i 400 e oltre i 1000 metri di altitudine e una produzione centrata su Carricante, Nerello Mascalese e Nerello Cappuccio, vitigni capaci di restituire l’identità più autentica del vulcano.

Il passaggio generazionale con Antonio e Salvino Benanti ha mantenuto intatta questa impostazione, accompagnando la crescita internazionale senza perdere il legame con il territorio.

Questa lunga esperienza permette oggi alla famiglia di osservare l’evoluzione dell’Etna con uno sguardo più lucido. Ho avuto il piacere di aprire il mio Vinitaly 2026 con Salvino Benanti e durante il nostro incontro sono emerse riflessioni nette sul presente e sul futuro della denominazione.

Secondo Salvino, il successo del vulcano ha prodotto una frammentazione che rischia di diventare un limite: dalle circa quindici cantine degli inizi si è passati a oltre duecento aziende. Un’espansione che testimonia la forza del territorio ma che pone anche problemi di sostenibilità e qualità media.

Il punto non è la dimensione delle aziende, ma la capacità di reggere sul lungo periodo e mantenere standard elevati in un contesto sempre più competitivo. Da qui anche l’idea di forme di collaborazione più strutturate tra produttori, per rafforzare il sistema nel suo complesso.

Un’altra questione riguarda l’Etna Bianco, cresciuto in modo significativo negli ultimi anni. Il Carricante è ormai tra i vini più richiesti della Sicilia, ma secondo Salvino il disciplinare lascia troppa libertà stilistica, con il rischio di generare vini molto diversi tra loro sotto la stessa denominazione e confondere il mercato, si tratta, pertanto, di riflettere su una maggiore definizione delle aree più vocate.

Nel suo ragionamento emerge un tema più ampio: come preservare l’identità di una denominazione mentre cresce la domanda internazionale. Un nodo centrale sull’Etna, dove proprio la frammentazione è parte dell’identità stessa.

Ed è qui che si concentra la riflessione di Salvino Benanti: difendere l’identità del vulcano nel momento della sua massima esposizione globale.

Accanto al lavoro sul territorio, Benanti ha costruito una gamma di vini ormai centrale nel racconto dell’Etna. Tra questi, il Pietra Marina rappresenta la sintesi più alta della visione aziendale. Il 2021, degustato a Vinitaly, conferma la straordinaria capacità di questo vino di unire profondità, energia e precisione.

È un bianco che non cerca immediatezza ma equilibrio e tensione, e che soprattutto mostra una capacità di evoluzione rara. Nel tempo il Carricante trova qui una delle sue espressioni più longeve e raffinate, trasformandosi senza perdere identità.

Pietra Marina appartiene ormai a quella ristretta cerchia di grandi bianchi italiani capaci di competere sul piano internazionale non solo per qualità, ma per personalità e tenuta evolutiva.

Il percorso di Benanti ha poi aperto una nuova fase con l’ingresso in Brave Wine, la holding di Renzo Rosso. Un passaggio che non modifica l’identità della cantina, ma ne rafforza la proiezione internazionale.

La collaborazione nasce da una visione condivisa del vino come espressione culturale prima ancora che commerciale, con al centro autenticità, artigianalità e legame con il territorio. Un equilibrio che, sull’Etna, resta decisivo per evitare derive di omologazione.

In questa prospettiva, l’ingresso in Brave Wine non rappresenta una discontinuità, ma un’estensione coerente di un percorso iniziato alla fine degli anni Ottanta: dimostrare che il vino dell’Etna può avere una voce autonoma, riconoscibile e duratura. Oggi quella voce è globale, ma conserva ancora il respiro del vulcano da cui tutto è partito.

Benanti, Etna and the long time of wine

When telling the story of the Etna wine renaissance, the name of the Benanti family inevitably stands at its very core. Today, Etna wines are a constant presence on international restaurant lists and a recurring topic among enthusiasts, but until the 1990s the landscape was very different: only a handful of wineries, limited media attention, and a territory still far from the spotlight of the contemporary wine world. In that context, Giuseppe Benanti had the intuition to believe that Etna could produce some of Italy’s most distinctive wines, helping to change the destiny of this volcanic region.

Speaking about Benanti means acknowledging a pioneering role in the valorisation of Etna, not only through wine production but also through cultural and territorial promotion carried out at a time when few understood its potential. Over the years, the recognition received by Giuseppe Benanti helped bring attention to a denomination that was once considered marginal, paving the way for today’s international interest.

The family’s roots in Sicily, however, go back to the 18th century, and already by the late 19th century in Viagrande, on the southeastern slopes of Etna, wine was part of the family’s everyday life. The decisive turning point came in 1988, when Giuseppe Benanti founded the first family winery with the aim of enhancing native grape varieties and the different expressions of the Etna territory.

From the very beginning, a clear vision emerged: Etna is not a single landscape but a mosaic of contrade, profoundly different in altitude, exposure, soils, and climate. Benanti was among the first producers to interpret this complexity, working across multiple slopes long before the concept of zoning became central to wine discourse.

Even today, the estate remains unique thanks to its presence on all sides of the DOC Etna, with vineyards ranging from 400 to over 1,000 metres above sea level and a production focused on Carricante, Nerello Mascalese, and Nerello Cappuccio—varieties capable of expressing the volcano’s most authentic identity.

The generational transition with Antonio and Salvino Benanti has preserved this vision intact, supporting international growth without losing the connection to the land.

This long experience allows the family to observe the evolution of Etna with a more lucid perspective. I had the pleasure of opening my Vinitaly 2026 with Salvino Benanti, and during our meeting at the fair, clear reflections emerged on the present and future of the denomination.

According to Salvino, the success of Etna has led to a fragmentation that risks becoming a limitation: from around fifteen wineries in the early years, the territory has expanded to more than two hundred producers. This growth demonstrates the strength of the region, but also raises questions about economic sustainability and overall quality standards.

The issue is not the size of individual wineries, but their ability to remain resilient over time while maintaining high standards in an increasingly competitive context. From this comes his suggestion of more structured forms of collaboration among producers, in order to strengthen the system as a whole.

Another key issue concerns Etna Bianco, which has grown significantly in recent years. Carricante is now among the most in-demand wines in Sicily, but according to Salvino, the current regulations leave too much stylistic freedom, resulting in wines that can differ greatly under the same denomination and potentially confusing the market. The discussion is therefore about reflecting on a clearer definition of the most suitable production areas.

At the heart of his reasoning lies a broader question: how to preserve the identity of a denomination while international demand continues to grow. This is a central issue for Etna, where fragmentation itself is part of its identity.

And this is where Salvino Benanti’s reflection becomes most incisive: defending the identity of the volcano at the moment of its greatest global exposure.

Alongside its work in the vineyards, Benanti has developed a portfolio of wines that now plays a central role in the narrative of Etna. Among them, Pietra Marina represents the highest synthesis of the estate’s vision. The 2021 vintage, tasted at Vinitaly, confirms the extraordinary ability of this wine to combine depth, energy, and precision.

It is a white wine that does not seek immediacy but rather balance and tension, showing a rare capacity for evolution. Over time, Carricante here finds one of its most refined and long-lived expressions, transforming without losing its identity.

Pietra Marina now belongs to that very small group of great Italian white wines capable of competing internationally not only in terms of quality, but also for personality and ageing potential.

In recent years, Benanti has entered a new phase with its inclusion in Brave Wine, the holding company of Renzo Rosso. A transition that does not alter the estate’s identity, but rather strengthens its international projection.

The collaboration is rooted in a shared vision of wine as a cultural expression before a commercial one, with authenticity, craftsmanship, and territorial identity at its core. In Etna, this balance remains essential to avoid any drift toward homogenisation.

In this perspective, joining Brave Wine does not represent a break, but rather a coherent continuation of a journey that began in the late 1980s: proving that Etna wine can have an autonomous, recognisable, and lasting voice. Today, that voice is global, yet it still carries the breath of the volcano from which it all began.


Fonte: http://www.lastanzadelvino.it/feed/

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