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Perché La 2026 E’ Una Vendemmia di Svolta


“Meno uva, più qualità”, “bere meno, bere meglio”. Due tipici claim da marketing che riescono a trasformare in una virtù qualitativa quelli che di di fatto sono due problemi di mercato: si produce troppa uva e la gente beve sempre meno vino.

Nei miei oltre dieci anni di collaborazione con una nota testata nazionale del settore vitivinicolo mi sono sentita chiedere, anno dopo anno, di scrivere “le previsioni di vendemmia” delle DOC del mio territorio con almeno 3 mesi d’anticipo, chiedendole ai direttori di Consorzio. I quali, invariabilmente, azzardavano come risposta un “più (o meno) 5% di produzione rispetto all’anno precedente”, a seconda dei casi. Sempre, ovviamente, entro i limiti dei disciplinari. Questo mi veniva detto all’inizio di giugno, quando i giochi erano tutti da fare: e infatti bastava una grandinata a ridosso dell’inizio della vendemmia per ridimensionare tutto l’ottimismo. Col tempo però, l’imprevedibilità del meteo ha reso questo lavoro sempre più complicato e soprattutto incerto, al punto da provocare qualche clamoroso “errore di calcolo”.

Lo scorso anno, la stima pre-vendemmiale 2025 di Assoenologi–ISMEA–UIV (valutata circa 47,4 milioni di ettolitri) si è poi rivelata ben superiore ai circa 44,4 milioni stimati successivamente dall’OIV. Una “svista” che deve aver indotto un po’ tutti ad una maggiore prudenza: ormai il cambiamento climatico è un dato di fatto, fare previsioni che poi si rivelano non corrette procura più danni che vantaggi. Meglio aspettare la fine della raccolta e la denuncia delle uve.

Ecco perché questo 2026 è un anno di svolta: perché, con la rinuncia a quella che era una prassi consolidata da decenni, che si basava su un contesto climatico e fenologico abbastanza stabile e quindi prevedibile, si è praticamente riconosciuto che questo approccio non funziona più. E che bisogna adattarsi ad un nuovo contesto, in qualunque forma si presenti. Per questo da ora in poi, Assoenologi, Unione Italiana Vini, ISMEA in Italia, analoghe organizzazioni negli altri Paesi europei e lo stesso OIV per tutti, aspetteranno che le uve siano al sicuro in cantina prima di dare i numeri dell’annata. Quest’anno poi, tra condizioni meteo altalenanti, crescente variabilità climatica ed eventi estremi localizzati, sarebbe stato quasi impossibile fornire un quadro generale plausibile dell’annata 2026.

In passato le previsioni pre-vendemmiali possono aver avuto la funzione di dare a tutti i protagonisti della filiera di settore un’indicazione tempestiva sull’andamento atteso della produzione, influenzando così aspettative di prezzo, strategie di acquisto e comunicazione; nell’attuale contesto non hanno più molto senso. E’ un’altra “tradizione” che deve fare i conti con una realtà che sta cambiando più velocemente del previsto, nella quale le vecchie finestre temporali e i vecchi metodi di previsione non sono più adeguati e in cui la vendemmia si protrae per mesi con condizioni molto diverse tra zone.

E’ la nuova “normalità climatica”, e – mal comune mezzo gaudio – riguarda tutti i Paesi produttori, non solo l’Italia. Per questo sarà ancora più importante mettere in campo soluzioni condivise e coordinate: andare in ordine sparso rischierebbe solo di innescare tra i Paesi produttori una competizione al ribasso.


Fonte: https://vinopigro.it/blog/?format=rss

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