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Zuppi e Petrini a Slow Wine Fair 2026: il vino è un atto di resistenza


La quinta edizione di Slow Wine Fair a Bologna ci restituisce un’immagine che resterà impressa a lungo: quella di un Cardinale e di un sognatore “laico e libertario” che parlano la stessa lingua. Da un lato Matteo Maria Zuppi, il “prete di strada” diventato Presidente della CEI, noto per la sua capacità di dialogare con le periferie esistenziali e la comunità LGBT; dall’altro Carlo Petrini, l’uomo che ha insegnato al mondo che il cibo è politica.

Non è stata una passerella istituzionale, ma un confronto serrato sul vino come responsabilità sociale. Un dialogo che ha trasformato l’Arena Reale Mutua in un laboratorio di ecologia integrale, dove il contenuto del bicchiere è diventato il pretesto per parlare di “comunità di destino”.

Il Cardinale Zuppi, con la sua consueta affabilità che affonda le radici in una sensibilità sociale mai nascosta (dai trascorsi nella Comunità di Sant’Egidio alla vicinanza ai temi della Laudato Si’), ha portato il dibattito sul piano della sopravvivenza collettiva.

«Il mercato spesso detta le regole, ma dobbiamo dimostrare che il buono, pulito e giusto non è un’utopia: è l’unico modo per garantire un futuro a tutti», ha affermato Zuppi.

Richiamando il concetto di “Meno è di più”, l’Arcivescovo di Bologna ha messo in guardia contro l’idolatria del possesso. Per Zuppi, il vino è un bene di relazione: quando la produzione si arrocca nell’individualismo, perde la sua anima. La sfida, specialmente nelle aree interne e fragili d’Italia, è ricostruire comunità dove l’attenzione alla persona prevalga sui numeri del bilancio.

Carlo Petrini ha incalzato la platea di giovani vignaioli, sottolineando come il vino sia oggi la “punta di diamante” del sistema alimentare, ma anche un settore che deve fare i conti con la finitezza delle risorse.

Il fondatore di Slow Food ha lanciato un monito chiaro: la qualità organolettica non basta più. Un vino eccellente che ignora la giustizia sociale o che si fonda sullo sfruttamento (un tema caldo, citando i percorsi di inclusione per i migranti avviati a Pollenzo) è un sistema destinato a scomparire. Il passaggio necessario? Quello da consumatori a co-produttori, cittadini consapevoli che scelgono di sostenere chi pratica la fratellanza invece della competizione sfrenata.

Il cuore dell’incontro non sono stati i monologhi, ma le inquietudini dei giovani vignaioli, che hanno portato sul tavolo dell’Arena Reale Mutua la fatica e la speranza di chi la terra la lavora davvero.

Dalla Bassa California, in Messico, Fernanda Parra ha lanciato una sfida culturale: come educare le nuove generazioni a non vedere il vino solo come una necessità o un bene di consumo? La sua è una domanda sull’impatto profondo che ogni singola bottiglia ha sulle persone e sulle comunità che la generano.

Nelle Langhe, dove il vino è diventato un fenomeno economico globale, Michela Adriano ha scelto di guardare indietro per andare avanti. Richiamando la memoria del nonno mezzadro, ha posto una questione di metodo:

Quali sono gli strumenti concreti perché anche una piccola azienda agricola possa integrare l’attenzione al sociale nel lavoro quotidiano, senza che resti solo uno slogan?

Dalle Marche, a Cupramontana, il vignaiolo e insegnante Edoardo Dottori ha toccato il punto più politico e filosofico: come restituire un senso etico a generazioni che vedono nel denaro l’unico traguardo possibile? Dottori ha evocato un’immagine potente della nostra tradizione contadina: “un posto in più a tavola”. È la cultura del limite e dell’accoglienza che rischia di sparire sotto i colpi dell’efficienza produttiva.

In un’epoca di conflitti e frammentazione, l’incontro tra Zuppi e Petrini ha ribadito che la viticoltura può essere un atto di resistenza umana. Se la gastronomia è coscienza, come dice Petrini, allora il vino è il suo ambasciatore più prezioso.

La conclusione è un invito alla gioia e alla libertà: uscire dalla logica del profitto come unico fine per riscoprire la fraternità. Perché, come ha ricordato Zuppi, quando comprendiamo di essere legati dallo stesso destino, l’idolatria del possesso svanisce, lasciando spazio a una terra (e a un vino) finalmente giusti.

Zuppi and Petrini at Slow Wine Fair 2026: Wine is an Act of Resistance

The fifth edition of Slow Wine Fair in Bologna leaves us with an image that will be etched in our minds for a long time: a Cardinal and a “lay and libertarian” dreamer speaking the same language. On one side, Matteo Maria Zuppi, the “street priest” who became President of the CEI (Italian Episcopal Conference), known for his ability to dialogue with existential peripheries and the LGBT community; on the other, Carlo Petrini, the man who taught the world that food is politics.

This was no institutional parade, but a rigorous debate on wine as social responsibility. A dialogue that transformed the Arena Reale Mutua into a laboratory of integral ecology, where the contents of the glass became a pretext to discuss a “community of destiny.”

Cardinal Zuppi, with his characteristic affability rooted in a lifelong social sensitivity (from his years with the Community of Sant’Egidio to his closeness to the themes of Pope Francis’s Laudato Si’), brought the debate to the level of collective survival.

“The market often dictates the choices, but we must prove that ‘good, clean, and fair’ is not a utopia: it is the only way to guarantee a future for everyone,” Zuppi stated.

Recalling the concept of “Less is more,” the Archbishop of Bologna warned against the idolatry of possession. For Zuppi, wine is a “relational good”: when production retreats into individualism, it loses its soul. The challenge, especially in Italy’s fragile inland areas, is to rebuild communities where attention to the person prevails over balance sheet figures.

Carlo Petrini challenged the audience of young winemakers, highlighting how wine is today the “spearhead” of the food system, but also a sector that must reckon with the finitude of resources. The founder of Slow Food issued a clear warning: organoleptic quality is no longer enough. An excellent wine that ignores social justice or is based on exploitation (a hot topic, citing the inclusion programs for migrants launched in Pollenzo) is a system destined to vanish. The necessary transition? Moving from consumers to co-producers—conscious citizens who choose to support those who practice brotherhood instead of cutthroat competition.

The heart of the meeting was not the monologues, but the concerns of the young winemakers, who brought to the table the toil and hope of those who truly work the land. From Baja California, Mexico, Fernanda Parra launched a cultural challenge: how can we educate new generations not to see wine merely as a necessity or a consumer good? Her question probes the profound impact every single bottle has on the people and communities that produce it.

In the Langhe, where wine has become a global economic phenomenon, Michela Adriano chose to look back to move forward. Recalling the family memory of her grandfather, once a sharecropper, she posed a question of methodology:

“What concrete tools can even a small farm adopt to truly integrate social care into daily work, so it doesn’t just remain a slogan?”

From the Marche region, in Cupramontana, winemaker and teacher Edoardo Dottori touched on the most political and philosophical point: how to restore a sense of ethics to generations that see money as the only goal? Dottori evoked a powerful image of our peasant tradition: “an extra place at the table.” It is the culture of limits and hospitality that risks disappearing under the blows of production efficiency.

In an era of conflict and fragmentation, the meeting between Zuppi and Petrini reaffirmed that viticulture can be an act of human resistance. If gastronomy is consciousness, as Petrini says, then wine is its most precious ambassador.

The conclusion is an invitation to joy and freedom: stepping out of the logic of profit as the sole end to rediscover fraternity. Because, as Zuppi reminded us, when we understand that we are bound by the same destiny, the idolatry of possession fades, leaving room for a land (and a wine) that is finally just.


Fonte: http://www.lastanzadelvino.it/feed/

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