Siamo al terzo anno di commento dei dati di Castel Freres, con il bilancio 2025 che questa volta arriva molto più puntuale. Purtroppo, però, i dati peggiorano ancora. Le vendite calano dell’1.7% a 622 milioni di euro, quinto anno consecutivo di flessione, l’EBITDA scende da 13.3 a 1.7 milioni di euro (margine allo 0.3%) e la perdita netta passa da 2.6 a 21.4 milioni. L’indebitamento sale da 59 a 86 milioni di euro.
Una parte rilevante di questo peggioramento è però di natura non ricorrente e legata alla ristrutturazione di cui parlavamo l’anno scorso: 9.4 milioni di accantonamento per il piano sociale del sito di imbottigliamento di Saint-Priest (produzione ferma dal 5 dicembre 2025), 2.6 milioni per un contenzioso con il Ministero e 5.0 milioni di svalutazione delle partecipazioni in Castel Wine China e LFE BV. Al netto di queste tre voci l’EBITDA sarebbe stato di circa 14 milioni, sostanzialmente in linea con il 2024, e la perdita netta di circa 4 milioni. Il che dice due cose insieme: che il 2025 non è così drammatico come suggeriscono i numeri pubblicati (ma non commentati dal management nella relazione), e che comunque un’azienda da 622 milioni di fatturato che genera 14 milioni di EBITDA prima delle poste straordinarie resta un’azienda molto poco profittevole.
Come sempre, stiamo parlando della capogruppo vino e non del gruppo consolidato, dove birra e mercati africani portano i conti a diversi miliardi di euro di fatturato. Tannico e Nicolas non sono inclusi in questi numeri.
Tra i fatti successivi alla chiusura compare l’estensione dell’oggetto sociale alle bevande analcoliche, bibite gassate e succhi di frutta compresi, motivata esplicitamente con lo sviluppo sul mercato cinese: insieme all’investimento nella dealcolazione, è il segnale più chiaro di dove l’azienda pensa di andare a cercare i volumi che il vino non le dà più.
Per il 2026 i tre elementi da guardare sono l’effetto a regime della chiusura di Saint-Priest sulla struttura di costo, la tenuta dell’export in un contesto tariffario ancora incerto dopo la decisione della Corte suprema americana del febbraio 2026, e il ritorno sugli investimenti no-low. C’è poi una verifica fiscale in corso sugli esercizi 2023 e 2024, di cui al momento non è quantificato alcun rischio.
Passiamo a un commento più dettagliato dei numeri, con tabelle e grafici, nel resto del post.
- Le vendite sono calate dell’1.7% a 622 milioni di euro. La Francia scende del 2.4% a 495 milioni, mentre le esportazioni crescono dell’1.5% a 127 milioni, portando il peso dell’estero dal 19.8% al 20.4%. La flessione è quindi più contenuta di quella del 2024 (-3%) ma prosegue senza interruzioni dal picco di 700 milioni del 2020, cumulando un -11% in cinque anni. Per composizione, 537 milioni sono vendite di prodotti finiti, 75 milioni di merci e 10 milioni di prestazioni di servizi.
- Il margine industriale lordo tiene: 94 milioni di euro, con un’incidenza del 15.1% contro il 14.9% del 2024. Gli altri acquisti e costi esterni salgono del 2.2% a 138 milioni, il costo del personale dell’1.6% a 67 milioni (1086 dipendenti a fine anno).
- L’EBITDA passa da 13.3 a 1.7 milioni di euro, con un margine che dal 2.1% scende allo 0.3%. Praticamente tutto il delta è spiegato dagli accantonamenti a fondi rischi, saliti da 0.4 a 12.3 milioni (9.4 per il piano sociale di Saint-Priest, 2.6 per il contenzioso). Va segnalato anche un effetto positivo di segno opposto: il cambio di stima contabile sui ricambi, ora capitalizzati a magazzino invece che spesati, vale +1.8 milioni sul risultato dell’esercizio. Sotto l’EBITDA, 15.3 milioni di ammortamenti e 1.5 milioni di svalutazione dei cespiti residui di Saint-Priest portano l’EBIT a -13.6 milioni (era -1.6 milioni).
- La gestione finanziaria peggiora da -3.8 a -7.8 milioni, ma non per il costo del debito: gli interessi passivi scendono da 7.8 a 6.0 milioni. Il peggioramento è tutto nei 5 milioni di svalutazione dei titoli di partecipazione di Castel Wine China e LFE BV. Senza proventi straordinari, il bilancio chiude con una perdita di 21.4 milioni di euro, che porta il patrimonio netto da 370 a 349 milioni. Non risultano pagati dividendi.
- Sul fronte finanziario l’indebitamento sale a 86 milioni da 59 milioni. Gli investimenti restano importanti, circa 21 milioni contro 15 milioni di ammortamenti, e sono concentrati sui 9 milioni della nuova unità di dealcolazione di La Chapelle-Heulin e sui 10 milioni di lavori in corso a Béziers. Il capitale circolante commerciale cresce di 4 milioni, mentre pesano di più i movimenti infragruppo: 137 milioni di crediti e 167 milioni di debiti verso le società del gruppo.
- Le partecipazioni scendono a 104 milioni da 109 milioni per effetto delle svalutazioni. Le controllate hanno realizzato vendite per 190 milioni di euro (da 197 milioni) e un utile netto cumulato di 3.5 milioni contro 8 milioni dell’anno precedente. Il dato aggregato nasconde però una forte concentrazione: Listel da sola fa 63 milioni di fatturato e 3.6 milioni di utile, ossia l’intero risultato positivo del perimetro, mentre Castel Wine China chiude a -0.6 milioni.
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