Di Luciano Pavesio
Inaugurata a Palazzo Barolo la prima statua dedicata a una protagonista della storia torinese: un evento che unisce memoria, impegno sociale e l’eccellenza del territorio.
TORINO – Torino colma una lacuna storica e rende omaggio a una delle sue figure più luminose. In un’atmosfera di profonda commozione e orgoglio civile, è stata inaugurata sabato 17 gennaio presso Palazzo Barolo la statua dedicata a Giulia di Barolo. Si tratta della prima opera monumentale in città dedicata a una donna che ha segnato la storia locale, un primato significativo se si pensa che Torino conta ben 223 statue e monumenti, quasi tutti al maschile.
Il monumento, frutto di due anni di intenso studio e lavoro da parte di Gabriele Garbolino Rù, docente dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino, con la curatela artistica di Enrico Zanellati, è in realtà un gruppo scultoreo doppio. Insieme alla Marchesa, infatti, figura una donna carcerata: un richiamo esplicito alla missione che vide Giulia di Barolo trasformare il sistema carcerario femminile, dedicando la vita agli ultimi e ai disadattati.
Giulia Falletti di Barolo (1786-1864), nata Juliette Colbert in Francia (pronipote del celebre ministro delle finanze di Luigi XIV), che arrivò a Torino dopo il matrimonio con il marchese Carlo Tancredi Falletti, fu instancabile nel suo servizio alle detenute e, insieme al marito fondò il Distretto Sociale Barolo, come primo luogo di accoglienza per le donne uscite dal carcere.
In campo enologico le si deve riconoscere il gran merito della radicale trasformazione del vino locale. Prima di lei, il Barolo era infatti un vino dolce e frizzante, spesso di scarsa qualità.
Intuendo che quel vino aveva le potenzialità per competere con i grandi rossi francesi, Giulia fece costruire cantine interrate per garantire una temperatura costante e chiamò i migliori esperti per affinare la fermentazione.
Celebre l’episodio delle “325 carra” (botti da trasporto) inviate al Re Carlo Alberto, una per ogni giorno dell’anno (esclusi i periodi di digiuno pasquale). Fu la prima grande operazione di promozione territoriale, che portò il Barolo sulle tavole di tutte le corti d’Europa: un primo passo che con il tempo diede vita al mito del “Vino dei Re, Re dei Vini”.
L’inaugurazione, alla quale hanno partecipato le massime autorità piemontesi, ha aperto una “tre giorni” di eventi e visite guidate, volta a riscoprire non solo la figura della Marchesa come innovatrice del vino Barolo, ma soprattutto come pioniera del welfare moderno.
Particolarmente toccante l’intervento del cardinale l’Arcivescovo di Torino Roberto Repole, che ha lanciato una proposta ambiziosa: trasformare il “chilometro quadrato” della solidarietà torinese in Patrimonio dell’Umanità UNESCO.
“In un momento in cui l’umanità sembra dissolta e un individualismo sfrenato disgrega la comunità, questo luogo testimonia che l’attenzione verso chi soffre è il vero cuore della nostra civiltà”, ha dichiarato Repole.
Il Governatore del Piemonte Alberto Cirio ha invece richiamato il motto di Ferrero, “Lavorare, Creare, Donare”, sottolineando come Giulia di Barolo abbia saputo generare ricchezza senza mai perdere la sensibilità verso i poveri, integrando successo economico e responsabilità sociale.
Da sottolineare anche l’intervento del sindaco di Barolo Fulvio Mazzocchi, che ha ricordato “che l’eredità di Giulia non è solo nel bronzo o nel vino, bensì nel collegio di Barolo che permise a generazioni di provenienti da famiglie contadine e disagiate di ricevere un’istruzione che altrimenti non avrebbero mai potuto permettersi. Ancora oggi chi lavora nelle vigne arriva spesso da realtà difficili ma trovano nel distretto di Barolo un’occasione di riscatto e integrazione.
Il legame tra la Marchesa e il “Re dei vini” è stato celebrato dalla presenza di Ernesto Abbona, insieme alla moglie Anna e ai figli Valentina e Davide. Titolari delle storiche cantine Marchesi di Barolo da quasi un secolo — furono acquistate dal nonno di Ernesto nel 1929 — gli Abbona sono stati i principali finanziatori dell’opera.
Nelle loro cantine sono ancora custodite le botti originali utilizzate da Giulia e Carlo Tancredi.
“Ho in mente fin da piccolo il ricordo di queste grandi botti di rovere “della Marchesa” e delle bottiglie con le immagini dei Castelli di Barolo e Serralunga con la scritta “Antiche Cantine dei Marchesi di Barolo – già Opera pia Barolo” che venivano confezionate per le spedizioni.
Il fratello e le sorelle del nonno, con i quali ho trascorso la mia infanzia, mi ricordavano quasi quotidianamente i sacrifici che avevano fatto per acquistarle, insieme al nonno, che, purtroppo è mancato prima che nascessi.
Il 1929 fu un anno difficile, e quelli successivi ancora peggio, ma con grande dedizione ed entusiasmo riuscirono ad onorare i loro impegni, valori che la nostra famiglia ha mantenuto nel corso degli anni fino ad oggi, permettendoci di riportare lo splendore nelle Antiche Cantine dei Marchesi di Barolo.
A Giulia, possiamo riconoscere non solamente il merito di essere stata la prima “Donna del vino Barolo”, ma di aver anche donato con la sua intraprendenza e caparbietà a tante famiglie, tra cui la mia, la possibilità di rimanere nelle loro terre, le Langhe, trasformandole in un luogo di accoglienza in grado di donare al mondo, oltre al Barolo, prodotti di ineguagliabile prelibatezza.
Oggi essere all’attenzione del mondo come Patrimonio Unesco grazie ai media è uno stimolo per fare sempre meglio, non solo per il vino”, ha commentato Abbona.
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