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Vini resistenti, idee forti: cosa ci racconta davvero la rassegna PIWI di San Michele all’Adige


A San Michele all’Adige, tra i vigneti che da oltre un secolo raccontano la storia viticola del Trentino, si è chiusa la quinta edizione della rassegna dei vini PIWI organizzata dalla Fondazione Edmund Mach. Ma più che una semplice cerimonia di premiazione, l’evento ha avuto il sapore di un osservatorio sul futuro: quello di una viticoltura che prova a conciliare qualità, identità e sostenibilità senza rinunciare al piacere.

I premiati

I PIWI – acronimo tedesco di pilzwiderstandsfähig, ovvero “resistenti ai funghi” – sono vitigni ottenuti attraverso incroci naturali che permettono di ridurre drasticamente l’uso di trattamenti in vigneto. Tradotto in termini concreti: meno chimica, meno passaggi con il trattore, meno impatto sull’ambiente e più attenzione alla salute di chi lavora la terra. Non una rivoluzione ideologica, ma una risposta pratica a un problema reale, soprattutto in un contesto climatico sempre più instabile.

La rassegna di quest’anno ha fotografato con chiarezza come questo mondo non sia più un laboratorio per pochi pionieri. Le 141 etichette in gara – provenienti da tutta Italia e, per la prima volta, anche dall’estero – raccontano una comunità produttiva in crescita, curiosa, sperimentale. Oltre 200 i partecipanti presenti e una giuria composta da ricercatori, enologi, sommelier, assaggiatori e comunicatori: un segnale evidente che il tema PIWI ha ormai superato i confini della ricerca per entrare nel discorso culturale sul vino.

Colpisce soprattutto la varietà degli stili premiati: vini bianchi e rossi, macerati, frizzanti, spumanti con rifermentazione in bottiglia o metodo Martinotti, fino a vini dolci naturali con residui zuccherini importanti. Una biodiversità espressiva che smonta uno dei luoghi comuni più diffusi, quello che associa i PIWI a vini “tecnici”, tutti simili, pensati più per la sostenibilità che per il piacere. Al contrario, ciò che emerge è una nuova grammatica del gusto, ancora in costruzione ma già sorprendentemente ricca.

Sul fondo, naturalmente, resta centrale la ricerca scientifica, che oggi però parla un linguaggio diverso rispetto al passato. Non più soltanto resistenza alle malattie, ma resilienza dell’intero sistema viticolo: strumenti digitali per ottimizzare i trattamenti, studi su patogeni emergenti come il Black Rot, e progetti applicativi come Spumares, dedicato all’individuazione delle varietà PIWI più adatte alla produzione di spumanti in Trentino. La scienza, in questo contesto, non è fine a se stessa ma diventa infrastruttura invisibile di una viticoltura più intelligente.

Emblematica, in questo senso, è la parabola del Souvignier gris. Nato come vitigno “sperimentale”, nel giro di dieci anni è diventato una vera identità enologica, grazie al lavoro di caratterizzazione aromatica e sensoriale portato avanti dalla Fondazione Edmund Mach. Non più solo un nome da scheda tecnica, ma un vino riconoscibile, con uno stile e una personalità propria, capace di dialogare con il mercato senza complessi di inferiorità.

Il vero nodo, oggi, non è più se i PIWI funzionino, ma se il sistema vino sia pronto ad accoglierli fino in fondo. L’obiettivo dichiarato di PIWI International è l’inserimento dei vitigni resistenti nei disciplinari delle DOP, come già avviene in diversi paesi europei. Una sfida che non riguarda soltanto le norme, ma l’immaginario collettivo: cosa consideriamo davvero “tradizione”? E quanto spazio siamo disposti a dare all’innovazione quando nasce dalla terra, e non da una strategia di marketing?

In questo senso, la rassegna di San Michele all’Adige non è soltanto un concorso o un evento tecnico, ma un vero laboratorio culturale. Un luogo in cui il vino smette di essere nostalgia e torna a essere progetto. Dove la sostenibilità non è uno slogan, ma una nuova estetica possibile del bere. E dove, forse, si sta scrivendo una parte importante del lessico del vino che verrà.

Resistant Wines, Strong Ideas: What the PIWI Showcase in San Michele all’Adige Really Tells Us

In San Michele all’Adige, among the vineyards that for over a century have shaped the viticultural history of Trentino, the fifth edition of the PIWI wine showcase organised by the Edmund Mach Foundation has come to a close. But rather than a simple award ceremony, the event felt more like an observatory on the future: that of a form of winegrowing seeking to reconcile quality, identity and sustainability without giving up pleasure.

PIWI — the German acronym for pilzwiderstandsfähig, meaning “fungus-resistant” — refers to grape varieties obtained through natural cross-breeding, capable of drastically reducing the need for treatments in the vineyard. In practical terms: less chemistry, fewer tractor passes, lower environmental impact and greater attention to the health of those who work the land. Not an ideological revolution, but a concrete answer to a real problem, especially in an increasingly unstable climate.

This year’s showcase clearly revealed how this world is no longer confined to a handful of pioneers. The 141 wines entered — from all over Italy and, for the first time, also from abroad — portray a growing, curious and experimental community of producers. More than 200 participants attended, and the jury included researchers, winemakers, sommeliers, tasters and wine communicators: a clear sign that PIWI is no longer just a scientific topic, but part of the broader cultural conversation around wine.

What stands out most is the diversity of styles awarded: white and red wines, skin-contact wines, sparkling wines, bottle-fermented and Martinotti-method sparkling wines, as well as naturally sweet wines with high residual sugar. A stylistic biodiversity that dismantles one of the most persistent clichés — the idea that PIWI wines are all “technical”, uniform, more focused on sustainability than on pleasure. On the contrary, what emerges is a new grammar of taste, still in the making but already surprisingly rich.

Scientific research naturally remains central, but today it speaks a different language. No longer just about disease resistance, but about the resilience of the entire wine system: digital tools to optimise vineyard management, studies on emerging pathogens such as Black Rot, and applied projects like Spumares, dedicated to identifying the most suitable PIWI varieties for sparkling wine production in Trentino. Science, here, is not an end in itself, but the invisible infrastructure of a more intelligent form of viticulture.

The trajectory of Souvignier gris is particularly emblematic. Born as an “experimental” grape, in the space of a decade it has become a true enological identity, thanks to the work of the Edmund Mach Foundation on its aromatic and sensory profile. No longer just a name on a technical sheet, but a recognisable wine with its own style and personality, capable of engaging with the market without any inferiority complex.

The real question today is no longer whether PIWI works, but whether the wine system is truly ready to embrace it. The declared goal of PIWI International is to include resistant varieties within the DOP regulations, as already happens in several European countries. A challenge that is not only regulatory, but also cultural: what do we really mean by “tradition”? And how much space are we willing to give to innovation when it grows from the soil rather than from marketing strategies?

In this sense, the showcase in San Michele all’Adige is not merely a competition or a technical event, but a genuine cultural laboratory. A place where wine stops being nostalgia and becomes a project again. Where sustainability is not a slogan, but a possible new aesthetic of drinking. And where, perhaps, an important part of the future language of wine is already being written.


Fonte: http://www.lastanzadelvino.it/feed/

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