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AdVini – risultati 2025


Analizziamo il nuovo bilancio di AdVini. Il 2025 segna un miglioramento qualitativo più che quantitativo: il fatturato scende, ma il margine lordo migliora da meno del 7% a quasi l’8% e l’EBITDA ritorna sopra i 20 milioni di euro dopo due anni. La strategia sembra chiara: meno volumi poco redditizi, più export, più marchi e più canali selettivi. La novità strategica più rilevante, però, è arrivata dopo la chiusura dell’esercizio: l’operazione Cordier by InVivo.

Ricavi stabili, EBITDA in crescita

La società francese ha chiuso i conti del 2025 con un calo del 2,7% dei ricavi consolidati a 270 milioni di euro, ma con un incremento dell’EBITDA del 12% a 20,6 milioni, per un margine sulle vendite del 7,6%, rispetto al 6,6% del 2024. A perimetro costante, il management indica un arretramento del fatturato più contenuto, pari all’1,3%, grazie a un mix più favorevole. Il dato più incoraggiante è la marginalità lorda, salita dal 36,0% al 38,7%, segno che la società ha preferito difendere i prezzi e il mix, anche a costo di perdere terreno nella grande distribuzione francese.

Geografie e brands

La Francia resta il cuore del gruppo, ma non è più il principale motore della redditività marginale. Il segmento vini Francia genera 233,7 milioni di ricavi e 5,4 milioni di risultato operativo, mentre l’Africa del Sud, con 38,2 milioni di ricavi, contribuisce con 3,9 milioni al risultato operativo. In pratica, l’Africa del Sud rappresenta circa il 14% dei ricavi consolidati, ma oltre il 40% del risultato operativo del gruppo.

La fotografia delle maison è molto eterogenea. Domaine Laroche cresce del 7,6% a 15,8 milioni e chiude con 1,1 milioni di utile netto; Gassier rimbalza del 19,2% a 17,8 milioni e torna in utile; Ogier cala del 9,4% ma migliora i margini e EBITDA, chiudendo con 2,1 milioni di utile netto. Restano invece deboli Cazes, Antoine Moueix e Champy, tutti ancora in perdita o in arretramento di fatturato.

Margini in ripresa, ma utile ancora simbolico

Il lavoro di ristrutturazione della base dei costi prosegue e comincia a vedersi a livello operativo: il risultato operativo corrente è salito del 61% a 9,2 milioni di euro. Tuttavia, il miglioramento non si è ancora tradotto in una redditività effettiva per gli azionisti. L’utile netto resta infatti quasi simbolico, pari a 0,2 milioni di euro, sostanzialmente in linea con il 2024 e ancora troppo modesto rispetto alla dimensione del gruppo. A pesare sono soprattutto il costo del debito, pur sceso a 7,7 milioni, e una fiscalità tornata negativa (ossia tasse da pagare) dopo il beneficio fiscale (tasse rimborsate) del 2024.

Più convincente la generazione di cassa: il cash-flow operativo si è attestato a 27,3 milioni di euro e il free cash-flow a 15,5 milioni, grazie soprattutto al controllo del capitale circolante e alla riduzione delle scorte. Gli stock consolidati sono scesi da 114,7 a 106,8 milioni, mentre i crediti clienti sono calati da 26,2 a 23,3 milioni. È un segnale importante, perché AdVini opera in un business che assorbe molto capitale, tra vigneti, magazzino, linee industriali e distribuzione internazionale.

Il nodo principale rimane il debito

Il debito finanziario netto, al netto dell’IFRS 16, è sceso a 149,8 milioni di euro, tornando ai livelli del 2020, ma resta pari a circa 7,3 volte l’EBITDA 2025. Anche in rapporto ai mezzi propri, la leva rimane elevata: con un patrimonio netto consolidato pari a 75,9 milioni, il debito netto rappresenta quasi il 200% del capitale proprio. Non a caso i covenant bancari non sono stati rispettati al 31 dicembre 2025; i finanziatori hanno poi concesso, il 28 aprile 2026, di non considerare il mancato rispetto dei covenant come un evento di default.

Il tema del debito rimane il vero spartiacque. La discesa da circa 158 milioni a circa 150 milioni è positiva, ma non basta: un rapporto debito netto/EBITDA superiore a 7 volte limita la flessibilità strategica e rende decisiva la rinegoziazione del debito sindacato per il periodo 2026-2033. Il fatto che le banche abbiano concesso un waiver evita l’emergenza, ma non risolve il problema strutturale.

Il contesto commerciale non ha aiutato

Le esportazioni francesi di vini fermi sono calate nel 2025 del 4,5% in valore e del 4,2% in volume, con flessioni molto pesanti negli Stati Uniti e in Cina, entrambe nell’ordine del 19%. In questo scenario, AdVini ha fatto meglio del mercato in alcuni canali e aree: Nord America +26%, Travel Retail +13%, Africa del Sud +21%, On Trade Francia +3%. Al contrario, la grande distribuzione francese è scesa del 13%, una scelta in parte deliberata dal gruppo per preservare i margini. L’export pesa ormai per il 60% dell’attività, contro il 56% dell’anno precedente.

Il dossier Cordier cambia la scala dell’export

La novità strategica più rilevante, però, è arrivata dopo la chiusura dell’esercizio: l’operazione Cordier by InVivo. Annunciata il 12 marzo 2026 e poi finalizzata il 30 aprile, l’acquisizione porta in AdVini una parte delle attività viticole di Cordier, circa 50 milioni di euro di fatturato export aggiuntivo, la marca storica Cordier, quella di spumanti Café de Paris e un rafforzamento delle filiali distributive nei Paesi Bassi, in Belgio, negli Stati Uniti, in Canada e in Giappone. È un’operazione piccola per valore contabile, pari a circa 11,5 milioni di euro, ma potenzialmente grande sul piano industriale: apre ad AdVini i segmenti degli effervescenti e dei vini dealcolati, oltre a rafforzare la posizione nel Bordolese.

Il prezzo è stato pagato soprattutto in azioni: 239.314 nuove azioni emesse a 35,20 euro e 91.651 azioni proprie trasferite allo stesso valore. A operazione conclusa, Cordier by InVivo e affiliate detengono 330.965 azioni AdVini, pari al 7,9% del capitale, mentre Cordier by InVivo è stato designato censeur nel consiglio di amministrazione e InVivo ha sottoscritto un patto con gli azionisti di controllo. L’operazione diluisce gli azionisti esistenti, ma introduce nel capitale un partner industriale di peso, con un interesse diretto allo sviluppo internazionale del gruppo.

L’operazione Cordier ha una lettura difensiva e un’offensiva. Difensiva, perché consolida una filiera francese del vino sotto pressione da consumi in calo, tensioni geopolitiche e dal cambiamento climatico. Offensiva, perché offre ad AdVini una scala di esportazione immediata, l’accesso a nuovi mercati e l’ingresso in due categorie più dinamiche del vino fermo tradizionale: bollicine e senza alcol.

Il titolo in Borsa

Il titolo, a inizio giugno 2026, resta comunque molto illiquido: quota 16,90 euro al momento in cui scriviamo, pari alla metà di quanto pagato per emettere le nuove azioni nell’acquisizione di Cordier. Considerando il nuovo numero di azioni, la capitalizzazione è di circa 70 milioni di euro, con un volume medio di scambi inferiore a 1.000 azioni, pari a controvalori praticamente simbolici. Del resto, il flottante è limitato e inferiore al 15%. Questa illiquidità penalizza le valutazioni. Inoltre, il mercato continua a trattare AdVini come una storia di turnaround fragile: più solida sui margini, più disciplinata sul capitale circolante, ma ancora schiacciata da una leva finanziaria elevata e da utili netti troppo bassi. In conclusione, il 2025 è un anno di ripresa operativa ma non ancora di pieno risanamento. Il gruppo ha ritrovato margini più dignitosi e una migliore disciplina sul capitale circolante; manca però ancora la prova più difficile: trasformare l’EBITDA in utile netto ricorrente, ridurre davvero la leva finanziaria e integrare Cordier senza appesantire ulteriormente una struttura finanziaria già tirata.

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