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    Soave, Impressioni d’Arte: Tra vino, cultura e paesaggi incantati

    Terra di vino, di tradizioni culinarie antiche e di accoglienza autentica, Soave è molto più di un borgo medievale: è un’esperienza enogastronomica che coinvolge tutti i sensi. Il suo nome, conosciuto in tutto il mondo, è legato indissolubilmente al vino Soave DOC, un bianco elegante, fresco e armonico, simbolo dell’eccellenza vinicola italiana. Le colline che circondano il Borgo dei Borghi 2022, caratterizzate da terreni vulcanici e da un clima mite, ospitano i vigneti della Garganega, l’uva regina del Soave, coltivata fin dall’epoca romana.Il risultato è un vino dal colore giallo paglierino, profumo delicato con note di fiori bianchi, mandorla e frutta matura, perfetto in abbinamento con la cucina locale. Accanto al Soave DOC si affiancano denominazioni prestigiose come Soave Classico, Soave Superiore DOCG e Recioto di Soave DOCG, vino dolce passito da meditazione. Soave vanta oltre trenta cantine visitabili, molte delle quali situate all’interno del borgo o nei colli circostanti, che offrono degustazioni guidate e percorsi enoturistici.
    In questi spazi accoglienti e curati, è possibile scoprire i metodi di vinificazione, passeggiare tra le vigne, visitare antiche barricaie e, naturalmente, degustare i vini accompagnati da prodotti tipici del territorio. Ma Soave non è solo sinonimo di sapori. Negli ultimi anni il borgo ha saputo trasformarsi in un centro culturale di rilievo nazionale, in cui l’arte contemporanea e la storia si intrecciano per offrire esperienze immersive e coinvolgenti.
    Un percorso che trova il suo apice nell’ambizioso progetto “Soave Impressioni d’Arte”, che dal 5 luglio al 30 novembre 2025 porterà nel borgo due mostre di altissimo profilo, allestite nella suggestiva e antica Chiesa di Santa Maria dei Padri Domenicani.
    L’iniziativa, curata dalla storica dell’arte Roberta Tosi e promossa dall’Associazione SoaveCultura e dal Comune di Soave, con il sostegno della Fondazione Cariverona, della Camera di Commercio di Verona, e il patrocinio di Regione Veneto e Provincia di Verona, trasformerà il borgo in un vero e proprio palcoscenico artistico diffuso.
    La prima esposizione, “Un altro ‘900. Casorati, Semeghini, Trentini e l’arte a Verona”, sarà visitabile dal 5 luglio al 21settembre e presenterà 31 opere provenienti da prestigiose collezioni, tra cui la Collezione Cariverona e la Collezione privata Veneri – Dalli Cani. I capolavori di Felice Casorati, Pio Semeghini e altri 16 artisti offriranno uno spaccato unico sull’arte veronese tra fine Ottocento e metà Novecento.
    Dal 27 settembre al 30 novembre, sarà invece Omar Galliani, artista di fama internazionale, a presentare la sua installazione site-specific “…Apri gli occhi”, ispirata agli affreschi della chiesa e in particolare alla figura di Santa Lucia. Un’opera intensa, che invita a guardare con nuovi occhi il dialogo tra passato e presente, spiritualità e materia, luce e segno.
    A completare il percorso, le sculture in acciaio corten e bronzo della veronese Sabrina Ferrari con il progetto “Urban Jungle”, che popoleranno strade e piazze del borgo. Le sue creature immaginarie, già annunciate dall’opera “Freedom” all’ingresso del paese, sembrano emergere dalla pietra e dal tempo, creando un cortocircuito visivo e concettuale tra arte contemporanea e paesaggio storico.
    L’arte, a Soave, non è chiusa nei confini di un museo, ma si espande nel tessuto urbano, negli scorci, nei silenzi e nei sapori. Un’esperienza immersiva che richiama sempre più visitatori: 200.000 turisti nel solo 2024, con un incremento costante delle presenze (+168% rispetto al 2022). «Soave negli ultimi tre anni è cresciuta moltissimo come destinazione turistica», conferma il sindaco Matteo Pressi. «Vogliamo continuare a investire nella valorizzazione del borgo attraverso eventi culturali di alto profilo, come le mostre di questa estate e autunno, che rappresentano un passo ulteriore verso l’obiettivo di rendere Soave un punto di riferimento stabile nel panorama artistico italiano».
    Il progetto Soave Impressioni d’arte è promosso e sostenuto dall’Associazione SoaveCultura e dal Comune di Soave con il sostegno della Camera di Commercio di Verona, il patrocinio della Regione Veneto e della Provincia di Verona e curato dalla storica dell’arte Roberta Tosi. Con il patrocinio di Rai Veneto e la mediapartnership della TGR.
    INFORMAZIONI MOSTRE

    “Un altro ‘900. Casorati, Semeghini, Trentini e l’arte a Verona”
    Elenco artisti in esposizione: Avanzi, Beraldini, Calvi, Casorati, Dall’Oca, Danieli, De Stefani, Farina, Ferrari, Piccoli, Pigato, Savini, Semeghini, Trentini, Vitturi, Zancolli, Zenatello, Zannoni.
    Periodo espositivo: 5 luglio – 21 settembre 2025
    A cura di Roberta Tosi, storica dell’arte
    Organizzazione: Associazione SoaveCultura
    Sostegno: Comune di Soave, Camera di Commercio di Verona
    Patrocinio: Regione Veneto, Provincia di Verona, Rai Veneto e TGR
    Partner: Fondazione Cariverona e Collezione privata Veneri – Dalli Cani.
    Catalogo: Grafiche Aurora
    Sede espositiva: Chiesa di Santa Maria dei Padri Domenicani, Soave (VR)
    Ingresso: libero e gratuito
    Orari: dal martedì al venerdì 14.30 – 18.30; sabato e domenica: 10-12.30; 14.30-18.30
    Per info: 045/6939887 – e-mail: [email protected]
    Durante il periodo espositivo, in agosto, nelle serate dell’8, 16 e  22 dalle 21 alle 23 è prevista una visita guidata in notturna con la curatrice.

    “Apri gli occhi” di Omar Galliani
    Periodo espositivo: 27 settembre – 30 novembre 2025
    A cura di Roberta Tosi, storica dell’arte
    Organizzazione: Associazione SoaveCultura
    Sostegno: Comune di Soave, Camera di Commercio di Verona
    Patrocinio: Regione Veneto, Provincia di Verona, Rai Veneto e TGR
    Partner: Archivio Galliani
    Catalogo: Grafiche Aurora
    Sede espositiva: Chiesa di Santa Maria dei Padri Domenicani, Soave (VR)
    Ingresso: libero e gratuito
    Orari: giorni e orari in via di definizione
    Per info: 045/6939887 – Email: [email protected] More

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    La versatilità del Morellino di Scansano in tre cocktail d’autore

    Il Morellino di Scansano, grazie alla sua sorprendente versatilità, diventa il protagonista dell’estate, capace di uscire dal calice tradizionale e incontrare il mondo della mixology con eleganza, autenticità e freschezza. Tre cocktail d’autore – ReWine e Morellino Carousel ideati dal bartender Julian Biondi e House of Moris di Andrea Picci in collaborazione con l’azienda Moris Farm – raccontano una nuova prospettiva di questo Sangiovese della costa toscana, rendendolo interprete di una stagione estiva ricca di stile e innovazione.“Il Morellino di Scansano è un vino identitario, ma allo stesso tempo dialoga con il presente e con nuovi linguaggi. La sua versatilità ci consente di raccontarlo anche attraverso la creatività della mixology, senza mai snaturarne l’essenza. Anzi, è proprio in queste nuove forme che emerge la sua capacità di interpretare il gusto contemporaneo, pur rimanendo profondamente legato al territorio di origine”, commenta Bernardo Guicciardini Calamai, presidente del Consorzio Morellino di Scansano.
    ReWine, ideato dal bartender fiorentino Julian Biondi, è un omaggio alla struttura più importante del Morellino, nella sua tipologia Riserva. La profondità del vino si sposa con whiskey e angostura, creando un cocktail elegante e al tempo stesso accessibile, che trova la propria forza nella possibilità di essere proposto con disinvoltura in contesti diversi, sia d’estate che nei mesi più freddi. Viene servito, invece che nella tradizionale coppa cocktail, in un bicchiere tumbler basso con un singolo cubo di ghiaccio, e guarnito con una ciliegia marasca. Il risultato è un drink di grande equilibrio, capace di mettere in luce la vocazione gastronomica del Morellino anche al di fuori delle tavole tradizionali.
    In Morellino Carousel Julian Biondi si ispira alla Giostra d’Alcool, ricetta provocatoria e visionaria del Futurismo italiano. Questo cocktail mantiene come cuore pulsante il Morellino costruendo intorno ad esso una struttura fatta di cordiale al bitter e frutti rossi e un tocco di gazzosa. Il risultato è un drink sorprendente per equilibrio e complessità, con una gradazione contenuta e una personalità che lo rende perfetto per un aperitivo estivo originale, ma radicato in una visione culturale precisa e consapevole.
    Infine House of Moris nasce dalla creatività del barman Andrea Picci nel far incontrare la freschezza del succo di limone, le note aromatiche dello sciroppo al rosmarino e l’eleganza del gin Moris Farm. Il Morellino viene aggiunto in superficie come tocco finale, esaltando il profilo del drink e mantenendo la propria identità. Un rametto di rosmarino completa l’esperienza olfattiva, evocando il paesaggio mediterraneo della costa. È un cocktail che parla di territorio ma con un linguaggio giovane e internazionale, pensato per chi ama la freschezza e non rinuncia al carattere.
    L’incontro tra vino e cocktail diventa così occasione per raccontare una denominazione in costante evoluzione, pronta a uscire dai consueti canali di comunicazione per conquistare un pubblico nuovo, trasversale e curioso. Un pubblico che, proprio attraverso un cocktail estivo bevuto al tramonto, può scoprire il fascino di un vino che affonda le proprie radici nella Maremma, ma guarda al mondo con spirito aperto e contemporaneo. More

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    Montalcino ha un nuovo interprete: Aminta, la Tenuta di Famiglia Cecchi

    Famiglia Cecchi annuncia ufficialmente l’ingresso di Aminta nel proprio universo enologico. Acquistata nel 2018 in una delle aree più vocate di Montalcino, la tenuta si trova a Castelnuovo dell’Abate, accanto all’Abbazia di Sant’Antimo, ed è pronta al debutto con le sue prime due etichette: Brunello di Montalcino D.O.C.G. 2020 e Rosso di Montalcino D.O.C. 2023.Famiglia Cecchi rafforza il proprio percorso di valorizzazione del Sangiovese nei territori d’elezione, compiendo un passo atteso ma non scontato: quello verso Montalcino. Una scelta ponderata, definita con rispetto e consapevolezza, frutto di una lunga esperienza maturata in oltre 130 anni di storia. Fondata nel 1893 e oggi guidata da Andrea Cecchi, quarta generazione, l’azienda si è sempre distinta per una visione pionieristica, radicata nei valori familiari e orientata alla qualità, alla sostenibilità e al profondo rispetto territoriale.
    “Con Aminta abbiamo voluto completare un percorso che da sempre ci lega al Sangiovese, vitigno che consideriamo centrale nella nostra identità produttiva. Entrare a Montalcino è stato il risultato di una scelta attenta, maturata nel tempo, che ci ha portati a investire in un territorio di straordinaria complessità e prestigio. Aminta nasce da questa visione: valorizzare i grandi terroir italiani con vini profondamente legati all’origine, essenziali nello stile e pensati per durare nel tempo” dichiara Andrea Cecchi, Presidente e CEO di Famiglia Cecchi.
    La tenuta si estende per 6 ettari nell’area sud-orientale del distretto del Brunello di Montalcino. I vigneti si articolano in tre corpi distinti – Pian Bossolino, Cantina e Caselle – e godono di condizioni pedoclimatiche particolarmente favorevoli grazie all’altitudine, all’esposizione e alla protezione naturale offerta dal Monte Amiata. La geologia dei suoli è eterogenea, con presenza di galestro, pietraforte e sabbie messiniane, elementi che contribuiscono a generare vini di grande precisione e carattere.
    Il progetto prende il nome di Aminta in omaggio a una doppia radice. La prima è personale: Anita, madre di Andrea Cecchi, figura forte e ispiratrice per più generazioni, scomparsa nel 2017, alla quale la famiglia ha voluto dedicare simbolicamente questa nuova avventura. La seconda è territoriale: il Monte Amiata, maestoso confine naturale che domina il paesaggio e influenza in modo decisivo il microclima della tenuta, donando escursioni termiche ideali e preservando l’equilibrio vegetativo dei vigneti. A queste si unisce un terzo riferimento, culturale e poetico, alla celebre opera di Torquato Tasso L’Aminta in cui la presenza di una fonte ricorre come luogo cardine, proprio come la sorgente termale naturale che si trova ai margini del bosco della tenuta.

    Dopo anni di lavoro silenzioso e meticoloso in vigna e in cantina, Aminta è pronta a farsi conoscere. Il Brunello di Montalcino 2020 verrà prodotto in sole 3.000 bottiglie numerate, affiancate da un numero limitato di magnum. Il Rosso di Montalcino 2023 sarà disponibile in 3.100 bottiglie, anch’esse affiancate dal formato speciale magnum in quantità limitata. Entrambe le etichette sono state sviluppate ispirandosi ai disegni originali di Anita Sardelli, madre di Andrea Cecchi, figura cardine della terza generazione e anima artistica della famiglia. L’uscita è prevista per il quarto trimestre del 2025, in occasione della manifestazione Benvenuto Brunello.
    Aminta rappresenta dunque non solo l’ultima acquisizione della famiglia, ma anche un punto di sintesi di un’identità aziendale che continua a evolvere senza tradire le proprie radici. Dopo Villa Cerna, Val delle Rose, Tenuta Alzatura e Villa Rosa, la presenza a Montalcino conferma il desiderio di interpretare i grandi terroir del vino italiano con una voce coerente, consapevole e appassionata. More

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    Intervista a Giuseppe Pizzolante Leuzzi, enologo della Cupertinum

    “Ho sempre pensato che questo territorio abbia potenzialità enormi, è un territorio baciato dalla fortuna dal punto di vista naturale. Ho sempre cercato di fare dei vini che siano espressione del territorio da cui vengono, puliti al naso e senza difetti, ma con espressioni aromatiche molto importanti, piacevoli al palato, che valorizzino il Negroamaro, il Primitivo e gli altri vitigni – autoctoni o meno – presenti in Salento. Perché no, facendo anche attenzione al mercato, senza ovviamente stravolgere i vini”. È una dichiarazione che Giuseppe Pizzolante Leuzzi, enologo della Cupertinum, tratta da un’intervista del 2010, anno di inizio della sua conduzione enologica della storica Cantina di Copertino. Sono parole che denotano la competenza specifica e tecnica, da una parte e, dall’altra, la cognizione complessa del settore. Se sommiamo queste due componenti alla conoscenza del comparto vitivinicolo nei suoi aspetti economici, legislativi, internazionali, emerge la complessità dei tratti distintivi della sua professionalità. Pizzolante Leuzzi è cresciuto a pane e agricoltura, l’interesse per l’agricoltura è diventata poi una grande passione per il vino. Dalla gioventù passata nell’azienda di famiglia, arriva ai diplomi in agraria e successivamente della Scuola di specializzazione enologica. Ha fatto parte dei giovani di Confagricoltura, partecipando ai consigli nazionali. Ebbe un incarico al consiglio europeo dei giovani agricoltori e fu delegato per l’Italia dei prodotti mediterranei, in particolare del vino. Un’esperienza importantissima. Capì la complessità e la dimensione planetaria delle politiche agrarie ed economiche. Un’esperienza che lo portò nel ‘96 a lavorare in Argentina, con un progetto di collaborazione e formazione enologica. Grazie a questo impegno, fu contattato da Ettore Mancini (personalità di altissimo livello culturale e scientifico), allora presidente di Confagricoltura che lo volle nella sezione economica nazionale. In quel periodo relazionò su questi temi al Parlamento europeo davanti a tutti i ministri dell’agricoltura. È passato qualche decennio da quegli incarichi e Pizzolante Leuzzi con la Cupertinum – e con altre cantine – ha raggiunto molti obiettivi, ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti personali e premi internazionali ai vini. A quindici anni dall’inizio della sua collaborazione con la storica Cantina di Copertino lo incontriamo per fare un bilancio e farci raccontare il suo progetto enologico.Sono passati quindici anni dall’inizio della tua collaborazione con la Cupertinum, è tempo di bilanci.
    Si spera in risultati sempre buoni ed io pretendo sempre di più da me stesso. I risultati della cantina ogni anno sono non un punto di arrivo ma di partenza, uno stimolo a far sempre meglio. L’obiettivo è anche di stare vicino alle esigenze dei mercati, che evolvono molto rapidamente. Soprattutto all’estero, i vini a Denominazione controllata sono apprezzati, ormai sono una sicurezza e quindi garantiscono credibilità anche ai vini a Indicazione geografica tipica. Al momento siamo molto centrati e ben impostati con i vini e con il loro rapporto qualità-prezzo. In questi quindici anni abbiamo reso famosi alcuni vini, come lo Spinello dei Falconi che è ormai un emblema del territorio. Abbiamo definito lo stile del Copertino Doc, nelle sue tre proposizioni: Rosso, Riserva e Settantacinque, e degli Igt Salento: il Negroamaro Poggiani, il Primitivo Aldieri, il Rosato Spinello dei Falconi, lo Chardonnay Cigliano e il Glykòs Passito, multipremiato dai Sommelier dell’AIS e da molte guide. Abbiamo creato lo Squarciafico Rosato e lo Squarciafico Bianco, sempre Igt, una linea fresca e vivace attento al consumo giovanile ed estivo, e anche il Giortì, spumante (da uve negroamaro vinificate in bianco) che sta riscuotendo grande interesse. Ogni passo che facciamo diventa sempre una partenza per migliorare ulteriormente. Mi piace che i vini siano perfetti al naso e morbidi. Di questo siamo soddisfatti sia per quello che riguarda le Riserve sia per i vini più giovani. Ci prefiggiamo di raggiungere in maniera più soddisfacente il mercato nazionale, sviluppando in contemporanea la strada intrapresa con i mercati esteri; e poi rendere visibili, eleganti, accattivanti le nuove annate. La definizione delle nuove etichette va in questa direzione.
    Recentemente, durante la manifestazione DolcePuglia, hai ricevuto un riconoscimento significativo dall’Associazione Italiana Sommelier. Sul diploma, i sommelier, scrivono: “All’enologo Giuseppe Pizzolante Leuzzi che con convinzione appassionata e riconosciuta maestria da anni contribuisce a forgiare passiti memorabili da vitigni cari alla tradizione pugliese”. I sommelier ti hanno dedicato delle serate di degustazione in cui hai presentato i tuoi risultati con il Negroamaro declinato in tutte le sue possibili declinazioni (Bianco fermo, Bianco spumante – Metodo Classico e Metodo Martinotti, Rosato, Rosso – Igt e Doc, Passito, e anche la Grappa Le Viole). Quando hai pensato di spumantizzare in bianco le uve di Negroamaro, producendo il Giortì, avevi già compreso la versatilità di quest’uva anche in questa declinazione?
    In merito al premio dell’AIS ci tengo a sottolineare che è stata una graditissima sorpresa. Ho ritirato sempre dei premi ai vini e ricevere un premio a me stesso mi ha imbarazzato e reso felice. L’AIS Puglia, con DolcePuglia, è stata perspicace trovare un modo per valorizzare i nostri passiti e trovo ammirevole la ricerca che ogni anno il dottor Giuseppe Baldassarre sviluppa individuando e motivando dei nuovi abbinamenti tra vini dolci e primi o secondi piatti, svincolandoli dai soli abbinamenti con i dolci o dalla codificazione quali vini da fine pasto.
    Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, ero certo che le basi del vitigno erano importanti ed è un altro motivo di soddisfazione aver compreso che il Negroamaro poteva dare ottimi risultati anche negli spumanti. Siamo riusciti a centrare l’obiettivo di ottenere un ottimo prodotto sin dalla prima annata, in questo caso con una buona tecnica enologica si rendono utili anche le uve meno mature. Ora, dopo cinque anni di produzione, abbiamo un controllo pressocché perfetto della vinificazione.
    Nel 2013 hai prodotto la prima annata del Glykòs, in assoluto primo negroamaro passito vinificato in purezza.
    La tecnica di appassimento per produrre il Glykòs è completamente agli antipodi rispetto alla spumantizzazione. La prima annata del Glykòs è stata una felice novità, innanzitutto come risultato, ma anche come interesse e vendite.  Salento non c’era tradizione di passiti perché l’umidità – a causa dell’esposizione allo scirocco – nei mesi dopo la vendemmia era molto alta e non permetteva un appassimento perfetto. Negli ultimi vent’anni il cambiamento climatico, che a livello generale impensierisce tutti, ha cambiato un po’ le condizioni, la vendemmia è stata anticipata di quindici giorni (infatti la maturazione ottimale del negroamaro si è spostata a inizio settembre) e questo ci ha permesso di gestire meglio l’appassimento. Ho studiato molto per fare i passiti, tecniche e luoghi in cui vengono prodotti tradizionalmente (sia al sud: Sicilia, Spagna, che al nord: Veneto, Francia, Germania). Il mix di queste situazioni e informazioni ci ha portato a questo risultato: un vino composito, concentrato, sorprendentemente ricco di sentori di marasca e prugna e, nel finale, di mirto e radice di liquirizia. Che è diventato una delle bandiere della Cupertinum.
    Nella relazione tra tutti gli aspetti di produzione di un vino è più importante il terroir, il vitigno, il lavoro dell’uomo, l’annata?
    Direi in primo luogo l’annata, perché ci può essere il lavoro più bello e il terroir migliore, ma se l’annata è brutta si impone sugli altri aspetti. A parità di belle annate metterei prima il terroir e poi il lavoro dell’uomo, perché comunque le espressioni del territorio devono prevaricare il lavoro dell’uomo. L’enologia ha fatto in passato degli errori pensando di annullare il terroir, oggi invece il mercato ci chiede prodotti che siano espressione del territorio. Quando dico terroir intendo ovviamente la relazione tra vitigno e territorio.
    Tra logiche del mercato e qualità, qual è la tua posizione?
    Per essere realisti penso sia necessario un compromesso. A volte è bello fare poesia ma poi è il mercato che decide. Il mercato non è una figura astratta ma è tante persone che ogni giorno comprano una bottiglia di vino. Una delle attenzioni dei professionisti che lavorano in questo settore è conoscere i gusti delle persone. Oggi c’è una disaffezione verso i vini più strutturati e complessi e si sta andando verso vini di qualità che devono essere anche molto bevibili.
    Infine, sempre nel 2010 avevi dichiarato: “Se Lecce è stata designata dalla Lonely Planet come una delle dieci città più belle da visitare, è certo merito del Barocco leccese e di chi ha saputo valorizzarlo, ma è merito anche di chi cura il territorio in cui Lecce è inserita, di quei contadini che con sacrificio coltivano quella foresta di oliveti che fa della strada che arriva da Brindisi una entrata regale e maestosa”. Ora quell’entrata regale e maestosa – a causa della Xylella – non esiste quasi più, quali sono le tue considerazioni?
    Dopo la Xylella percorrere quella strada di olivi seccati era desolante, ora invece rifacendola ci sono molti positivi segni di ripresa, si possono notare nuovi impianti di olivi e nuove colture. È incoraggiante la forza di volontà e la bravura dei salentini. Credo che la futura entrata regale per Lecce sarà il simbolo dell’operosità dei salentini. More

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    Torna il Tollo Wine Festival: tre giorni di vino, gusto e musica nel cuore dell’Abruzzo

    Dopo il successo della prima edizione, il Tollo Wine Festival torna per la seconda volta ad animare il centro storico di Tollo (Chieti). Da venerdì 11 a domenica 13 luglio, la manifestazione organizzata dalla Pro Loco Tolle Me APS di Tollo insieme a Cantina Tollo, al Comune e al Consorzio Tullum Docg, trasformerà Piazza Caduti di Nassiriya in un vero e proprio polo del gusto, dove protagonista assoluto sarà il vino delle aziende del territorio, insieme alle migliori specialità gastronomiche abruzzesi.Durante i tre giorni sarà possibile degustare tutte le referenze di Cantina Tollo e Feudo Antico, oltre che di Vigneti Radica e della Cooperativa Agricola Coltivatori Diretti di Tollo. In assaggio anche le eccellenze della Tullum Docg, una delle denominazioni d’origine più piccole d’Italia, rappresentata dal relativo Consorzio di tutela.
    “Il Tollo Wine Festival non è solo una festa del vino: è un’occasione per raccontare l’identità di un territorio che Cantina Tollo, attraverso il suo lavoro, promuove e tutela da più di sessant’anni. Un luogo che ha saputo fare della qualità e della tradizione la sua forza – afferma il Presidente Gianluca Orsini –. Con questa seconda edizione vogliamo consolidare l’iniziativa e farne un appuntamento fisso per tutti gli appassionati del mondo enoico, della cultura e della convivialità”. ​
    “Ottimo vino e buon cibo della tradizione sono le attrazioni principali per tutti gli enoappassionati e i turisti che verranno coinvolti in un’atmosfera di festa, tra musica e gusto – continua Daniele Di Pillo, Presidente della Pro Loco –. Gli stand delle aziende e quelli dedicati alle specialità culinarie del luogo offriranno una ricca proposta di sapori locali curata dalla Pro Loco”.
    Oltre ai banchi d’assaggio e agli stand gastronomici, attivi a partire dalle ore 20.00, il programma del Tollo Wine Festival comprenderà appuntamenti con la musica dal vivo: venerdì 11 luglio il palco sarà tutto per i New Tones, trio romano rock ‘n’ roll ispirato ai suoni delle Doo Wop band degli anni ’50 e ’60, sabato sarà la volta dei Bicchierino, irriverente cover band dedicata a Rino Gaetano, mentre domenica l’evento sarà animato dalle coinvolgenti musiche di Dj Trapano. ​
    Domenica 13 luglio, alle ore 19.00, si terrà anche il convegno Viaggi diVini: il futuro del turismo passa dal calice: “Sarà un momento di approfondimento e confronto incentrato sull’enoturismo come importante motore della valorizzazione territoriale e dello sviluppo locale – comunica Angelo Radica, Presidente nazionale dell’associazione Città del Vino e Sindaco di Tollo – che vedrà la partecipazione di rappresentanti istituzionali, associazioni di categoria ed esperti del settore”. ​
    L’ingresso alla manifestazione ha un costo di 12 euro e comprende il carnet con tre degustazioni e il kit con tasca e calice. More

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    Marilena Barbera: il vino come scelta, come vita

    Seguo Marilena Barbera da quando ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo del vino. Era il 2010 e i social erano ancora un luogo di scambio fertile, non una vetrina autoreferenziale. Su Facebook si trovavano pensieri liberi, profondi, a volte taglienti. E quelli di Marilena mi arrivavano sempre dritti. Leggevo ogni suo post, ogni commento — specialmente su Intravino — come si leggono le parole di chi sa osservare, di chi non si tira indietro, di chi ha qualcosa da dire. Ricordo di averle scritto un paio di volte, semplicemente per ringraziarla.

    Eppure, non ci eravamo mai incontrati. Ci avevamo quasi provato a Vinitaly nel 2017, ma poi un’intervista per la Rai la tenne lontana dal banco d’assaggio e io lasciai perdere. A volte le cose accadono quando devono accadere. E succede, con alcune persone, che si crea una connessione invisibile e immediata, ancora prima di scambiarsi un sorriso. Un po’ come succede con certi vini: sai che sono tuoi, anche se non li hai ancora bevuti.

    A giugno di quest’anno, grazie alla manifestazione Sicily on Wine, quell’incontro è finalmente avvenuto. E tutto si è confermato: la voce, i gesti, il vino. Ogni dettaglio parlava di lei. E parlava della Sicilia, di una Sicilia autentica, ruvida e luminosa, fatta di mare, vento e parole scelte con cura.

    Marilena è tornata a Menfi dopo anni altrove. La chiamava la vigna piantata da suo nonno e coltivata da suo padre. Un luogo, Belicello, che non è solo un’azienda agricola, ma un crocevia emotivo e simbolico. Quando racconta il suo percorso non lo fa mai con toni epici: non c’è retorica nel suo modo di stare al mondo. Solo una consapevolezza profonda e, forse, faticosa. Una scelta che ha il sapore delle cose definitive: fare il vino come atto politico ed etico, come gesto di restituzione verso la terra.

    “Il vino è uno dei migliori ambasciatori dell’Italia nel mondo” — dice. E in effetti lei, che sognava di diventare diplomatica, è riuscita a esserlo a modo suo. Una diplomazia del cuore e della testa, che passa dai bicchieri, dai racconti, dalla coerenza.

    I vini di Marilena non vogliono piacere a tutti, ma parlano chiaro. Sono figli di una viticoltura biodinamica e di una vinificazione naturale. Niente forzature, niente scorciatoie. Soltanto uva, territorio, tempo. E un approccio rispettoso, artigianale, capace di ascoltare ogni annata per ciò che è.

    Ogni vino è un racconto che prende forma dal paesaggio, dalle mani e da una visione profonda. C’è la freschezza luminosa del Tivitti 2024, un’Inzolia che sa di mare e agrumi e scorre lieve come un pensiero pulito. La Bambina 2020, rosato da Nero d’Avola (60%) e Frappato (40%), è un omaggio alle donne, alla loro forza gentile, alla capacità di scegliere, lottare e trasformare: un vino delicato ma deciso, capace di lasciare il segno. Arèmi 2023 è un Catarratto che porta con sé luce e memoria e racconta il tempo lento della terra. Ammàno 2023 è un gesto, prima ancora che un vino: uno Zibibbo salato e floreale, fatto solo con l’uva e con l’intenzione. Lu Còri 2023 è un Nero d’Avola generoso e succoso, che sa tenere insieme sole e vento, frutto e sale. Ciàtu 2021 (alito, respiro), da uve Alicante, ha l’anima calda e profonda: il respiro della vita che si fa vino. E poi c’è Coda della Foce 2016, un Nero d’Avola che arriva da lontano, si è trasformato nel tempo e oggi si presenta elegante e potente, con una voce tutta sua, capace di restare impressa.

    Non si nasconde, Marilena, dietro le etichette del “naturale” o del “biodinamico”. Anzi, le decostruisce con lucidità: “Per me è un problema soggettivo di gusto, e oggettivo di consapevolezza”. Una frase che potrebbe sintetizzare tutto il suo approccio.

    C’è nei suoi racconti una costante tensione verso la verità: quella del vino, della terra, delle persone. Lo si avverte nel modo in cui parla di sé, di Menfi, del Belìce, dei piccoli produttori che resistono, nonostante tutto. “Sostenere il lavoro dei piccoli agricoltori è una scelta politica ed etica”, dice Marilena, non è solo vino: è una visione.

    L’ho riconosciuta in un bicchiere, quella visione. In una domenica infuocata  di giugno, nel silenzio severo e accogliente del Monastero seicentesco dei Padri Olivetani, a Chiusa Sclafani. Vini di grande personalità, ogni bottiglia è un gesto di cura, un atto di appartenenza. Una Sicilia che non si concede facilmente, ma che ti resta dentro.

    Ci sono vignaioli che si limitano a produrre buoni vini. E poi ci sono quelli che fanno un po’ più di rumore, che aprono discorsi, che scardinano abitudini. Marilena Barbera appartiene a questa seconda specie. È una donna del vino e una donna del pensiero. E il suo vino — come la sua voce — non si limita a raccontare un territorio: lo interroga, lo ridefinisce, lo tiene vivo. More

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    Nero d’Avola, il progetto InnoNDA conclude la ricerca e presenta i risultati

    Si conclude oggi il progetto InnoNDA. Il progetto, acronimo di Innovazione delnero d’Avola, è stato lanciato nell’aprile 2024 e ha esplorato nuove strategie produttive per vini ottenuti da Nero d’Avola. Il progetto ha concluso la ricerca formalmente a giugno 2025.Stimolante la sfida: affrontare i cambiamenti climatici e il maggiore grado alcolico, così come dare una risposta alle richieste dei consumatori. Conseguentemente, proporre soluzioni innovative e sostenibili, senza mai perdere di vista l’identità territoriale e la personalità del nero d’Avola, il vitigno a bacca rossa più importante e diffuso sull’Isola.
    Il progetto, guidato da Assovini Sicilia con il supporto scientifico della Prof.ssa Daniela Fracassetti e della Prof.ssa Ileana Vigentini dell’Università degli Studi di Milano, dei laboratori di ISVEA e di quattro cantine – Tenuta Rapitalà, Feudi del Pisciotto, Dimore di Giurfo e Tenute Lombardo – è stato finanziato nell’ambito della Sottomisura 16.1 del PSR Sicilia 2014-2022, ed ha previsto due cosiddette Giornate di Campagna – svoltesi presso Feudi del Pisciotto e Tenuta Rapitalà – durante le quali gli esiti della ricerca sono stati presentati alle aziende siciliane.
    “InnoNDA è un progetto di ricerca complesso vitivinicolo – afferma Mariangela Cambria, presidente di Assovini Sicilia – ma anche un esempio concreto di come la collaborazione tra imprese e università possa generare innovazione a beneficio di tutto il settore. Il progetto accende un riflettore su alcune difficili problematiche che le aziende del vino siciliane potrebbero trovarsi ad affrontare in futuro. Al contempo, suggerisce alcune soluzioni nell’arena competitiva, senza tuttavia tradire l’identità del vitigno”.
    Quattro le aree di lavoro affrontate dal progetto:
    Strategie tecnologiche per la riduzione dell’alcol
    Sono state sperimentate tecniche fisiche e a membrana per la rimozione dell’etanolo, come l’evaporazione sotto vuoto, l’osmosi inversa e il contattore membrana, per ottenere Nero d’Avola con gradazioni più basse mantenendo qualità e identità sensoriale. La ricerca ha, tra l’altro, evidenziato come i vini affinati in legno mantengano meglio struttura e complessità rispetto ai vini affinati in acciaio. È stato valutato l’impiego delle tecnologie a membrana che consentono di poter limitare la perdita degli aromi fruttati e floreali, restituendo vini equilibrati e piacevoli.
    Strategie microbiologiche
    La ricerca ha indagato il comportamento dei lieviti non-Saccharomyces in combinazione con il ben noto Saccharomyces cerevisiae. Lo studio ha osservato come questi consorzi microbici permettano di ridurre il grado alcolico fino al 2%, migliorando l’intensità aromatica e le note fruttate e floreali, molto importanti per il Nero d’Avola. È stata avviata la ricerca utilizzando la tecnica di Evoluzione Adattativa in Laboratorio (ALE) che consentirà di selezionare ceppi di lievito (non OGM) capaci di produrre meno etanolo e più glicerolo, migliorando le sensazioni morbide e rotonde del vino.
    Uso delle anfore per macerazione e affinamento
    Il progetto ha verificato l’impatto della terracotta (anfore vinarie di varie gradazioni di porosità, tradizionalmente realizzate mediante cottura dell’argilla) nella vinificazione. Lo studio ha evidenziato l’efficacia nell’esaltare le note speziate, balsamiche e vegetali. Le macerazioni lunghe, inoltre, hanno condotto a profili particolarmente eleganti e meno amari. Per l’affinamento, l’uso di anfore con diversa porosità ha permesso di ottenere vini maggiormente persistenti, floreali e fruttati, soprattutto se messi a confronto con le produzioni in acciaio.
    Studio della biodiversità del Nero d’Avola
    Il progetto InnoNDA ha mostrato la ricchezza genetica e fenolica del Nero d’Avola siciliano. Le vigne vecchie, rispetto a quelle più giovani, sembrano mantenere un contenuto più alto di acidità e una migliore concentrazione di antociani e flavonoidi, tutti elementi decisivi per determinare colore e struttura, ma anche longevità in un vino. Le fermentazioni spontanee, poi, evidenziano un microbiota ricco, diversificato e legato al territorio. Elementi distintivi capaci di caratterizzare il profilo aromatico dei vini.
    “Il progetto InnoNDA ha dimostrato la possibilità concreta di ridurre l’alcol nei vini Nero D’avola, rispondendo così alla crescente richiesta di vini a bassa gradazione e offrendo una strategia efficace per contrastare gli effetti del cambiamento climatico – dice Daniela Fracassetti, responsabile scientifica del progetto – L’utilizzo delle anfore si è rivelato adatto alla vinificazione del Nero d’Avola, valorizzandone le caratteristiche sensoriali tipiche. Inoltre, le differenze osservate nella composizione dei mosti ottenuti da vigneti di età e provenienza diverse indicano l’importanza del terroir e dell’età delle viti sulla qualità finale del vino. La combinazione tra tecniche innovative, riduzione del tenore alcolico e valorizzazione delle peculiarità territoriali contribuisce ad arricchire la conoscenza sul Nero d’Avola e a rafforzare l’identità della viticoltura siciliana. Visti i risultati promettenti raggiunti in poco più di un anno di attività, è auspicabile proseguire la ricerca per consolidare e approfondire le evidenze ottenute.”
    Un modello per il futuro
    Il progetto InnoNDA muove un passo deciso verso modelli produttivi estesi, apportando innovazione, sostenibilità, e rispondendo ai cambiamenti climatici e alle mutevoli richieste dei consumatori, senza rinunciare all’identità del Nero d’Avola.
    Capofila del progetto InnoNDA: Assovini SiciliaPartner scientifici: Università degli Studi di Milano, ISVEACantine partner: Rapitalà, Feudi del Pisciotto, Dimore di Giurfo, Lombardo ViniFinanziato da PSR Sicilia 2014-2022 – Sottomisura 16.1
    Photogallery: https://innonda.org/photo-gallery/
    Per ulteriori informazioniUfficio Stampa InnoNDA, Francesco Pensovecchio – [email protected] More

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    Collio da uve autoctone: la forza di un’identità condivisa e il tempo ritrovato del vino bianco

    C’è un progetto che, senza grandi proclami sta cambiando il modo in cui guardiamo al vino bianco italiano. Un progetto nato dal basso, tra strette di mano e confronti sinceri tra produttori che credono nella forza di un’identità territoriale autentica. “Collio da uve autoctone” non è solo un nome su un’etichetta: è la dichiarazione concreta di un’idea di vino che rimette al centro il luogo, la storia e soprattutto il tempo.

    In un mondo del vino che ha spesso insegnato a pensare il bianco come prodotto di pronta beva, il Collio Bianco da uve autoctone dimostra invece che eleganza, complessità e capacità evolutiva possono convivere in un calice che sa parlare anche a distanza di anni dalla vendemmia. Anzi, è proprio dopo qualche anno che questi vini riescono a raccontare la loro verità più profonda, con sfumature che emergono grazie a un affinamento naturale e rispettoso, in bottiglia e nel tempo.

    Voci diverse, un solo territorio

    L’idea alla base del progetto è semplice e al tempo stesso dirompente: realizzare un vino bianco Collio DOC utilizzando esclusivamente le tre varietà storiche del territorio – tocai Friulano, ribolla gialla e malvasia istriana – le stesse che per decenni hanno modellato il paesaggio agricolo e la cultura contadina di queste colline. Un uvaggio tradizionale, certo, ma riscoperto con spirito contemporaneo, per dare vita a una tipologia chiara, riconoscibile e profondamente legata al luogo.

    A differenza di molte versioni di Collio Bianco realizzate con varietà internazionali (che il disciplinare pure ammette), qui si è scelto di fare un passo indietro come azienda per farne uno in avanti come collettività. Un vino corale, insomma, dove il territorio viene prima del brand, l’identità prima del marketing.

    Coltivare insieme un’idea

    Il seme del progetto è stato piantato tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020 da Kristian Keber (Edi Keber), Andrea Drius (Terre del Faet), Fabijan Muzic (Muzic) e Alessandro Dal Zovo (Cantina Produttori di Cormòns). A loro si sono presto uniti Buzzinelli e Korsic, seguiti poi da La Rajade, Ronco Blanchis, Marcuzzi, Vigne della Cerva, Manià, con nuove adesioni già in arrivo. Insieme hanno dato vita a una vera e propria “linea” di Collio Bianco da uve autoctone, ciascuno con la propria interpretazione, ma tutti sotto un unico messaggio: riportare il Collio al centro della scena, non più come somma di stili aziendali, ma come espressione univoca di territorio.

    In questo senso, l’etichetta è tutt’altro che un dettaglio grafico: è un manifesto. Il nome “Collio” torna ben visibile, scritto grande, come si usava un tempo, quando bastava quella parola per evocare eleganza, longevità e personalità.

    Ma è nel calice che il progetto trova la sua massima forza espressiva: qui, più che altrove, si coglie come il bianco friulano possa – e debba – essere pensato su una scala temporale più lunga, abbandonando l’idea che solo il rosso meriti l’attesa.

    Sarebbe il caso che i produttori, soprattutto nei territori storicamente vocati ai bianchi, iniziassero a interrogarsi più seriamente su questo tema: nessuno mette in discussione la necessità di uscire con dei vini bianchi d’annata e di pronta beva, ma quando ci si trova di fronte a un bianco con un reale potenziale di invecchiamento, ha davvero senso immetterlo sul mercato dopo appena cinque mesi dalla vendemmia? I Collio Bianco da uve autoctone dimostrano che la risposta è no. Che il tempo è un ingrediente essenziale, non un ostacolo logistico. E che la longevità, oggi, può diventare un valore comunicabile anche per i bianchi. In questo, ristoratori e comunicatori hanno un ruolo fondamentale

    i quattro produttori che hanno dato vita al progetto

    Un messaggio che matura nel tempo

    Dietro al progetto non c’è un’associazione formale, né un disciplinare alternativo. Ma c’è una visione comune, forse ancora più forte. Un’idea di vino che si nutre di ascolto, dialogo e rispetto per la storia. Come ha detto Andrea Drius: «Avremo vinto quando si dirà “beviamo un Collio” e nessuno chiederà di che uva si tratta, ma tutti sapranno cosa aspettarsi».

    Non è solo una questione di stile. È un messaggio che va oltre la bottiglia, parla di coerenza, di scelte agronomiche consapevoli (le uve piantate dove rendono meglio, come si faceva un tempo), di valorizzazione del paesaggio, di orgoglio locale.

    E se oggi il Collio Bianco da uve autoctone può contare su annate invecchiate capaci di raccontare il potenziale espressivo di questi vini nel tempo, è anche perché qualcuno ha avuto il coraggio di investire sulla permanenza in cantina, sulla costruzione di memoria liquida, sull’educazione del palato. More