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    Chapel Down – presentazione, risultati e… destino?

    Grazie al suggerimento dell’amico Martin Cubertafond, professore universitario e consulente nel settore del vino, ho dato un occhio al bilancio di Chapel Down, la principale azienda spumantistica inglese. Chapel Down è quotata in borsa a Londra con un valore di mercato di circa 150 milioni di euro da dicembre 2023 (ha 4 azionisti principali con il 50%, mentre il resto è flottante). Con 367 ettari vitati (circa il 10% del vigneto inglese) e una “capacità produttiva” dalle proprie uve di circa 3.4 milioni di bottiglie annue rappresenta una quota piuttosto significativa degli spumanti inglesi. Le vigne sono tutte localizzate nel Kent, ossia nella lingua di terra all’estremo sud-est dell’isola, diciamo la “rive droite” del Tamigi. Nel 2023 ha generato 17 milioni di sterline di fatturato vendendo 1.4 milioni di bottiglie, di cui l’80% circa sono di spumanti e il 20% di vini fermi. Proprio mentre ci approcciamo alla prima analisi, l’azienda ha comunicato che il consiglio di amministrazione sta prendendo in considerazione “opzioni strategiche”. In altre parole, pur essendo profittevole (5 milioni di sterline di EBITDA, pari al 32% delle vendite) i piani di sviluppo (altri 40 ettari nel 2024) e la necessità di creare un magazzino “stile Champagne” assorbono tutta la cassa. Si cerca quindi un partner che apporti risorse. Negli ultimi giorni è stata chiamata in causa Treasury Wine Estate, che però si è chiamata fuori. Vedremo, per ora analizziamo i numeri nel resto del post con tabelle e grafici.

    Le vendite di Chapel Down sono cresciute velocemente negli ultimi anni, da 11 milioni di sterline del 2020 a 17 del 2023, quando la crescita annua è stata del 15%.
    La crescita del 2023 è quasi tutta venuta dal prezzo medio di vendita, salito da 10 a 11.6 sterline per bottiglia.
    Se suddividiamo le vendite per categoria, il 69% del fatturato sono spumanti, il 10% “a touch of sparkle”, quindi probabilmente quello che qui chiamiamo saten, il 21% è di vino fermo. Nel 2023 tutta la crescita è venuta dagli spumanti, +25%. Inutile dire che le vendite sono quasi completamente realizzate nel mercato locale (esportazioni: 5%) e per un buon 50% nel canale off-trade (quindi negozi di terzi), il 12% nel canale ontrade (Horeca), il 17% online e il 16% con vendite dirette e tour.
    Come dicevamo l’azienda è profittevole: il margine lordo è al 52% (per riferimento, Laurante Perrier 62% – ma prima del Covid stava sul 50-55%, Lanson 51%), il margine EBITDA è il 32%, l’utile operativo è il 21% del fatturato, ossia 3.7 milioni su 17.2, l’utile netto è di circa 2 milioni di sterline.
    La parte finanziaria è la nota “dolente”: il capitale investito cresce velocemente, al ritmo di 5-6 milioni di sterline all’anno, appesantito dalla forte crescita del magazzino (attualmente 23 miloni, dai 16 dell’anno scorso) e dagli investimenti di circa 2 milioni di sterline all’anno. Nel 2023 l’azienda ha “bruciato” 4.5 milioni di sterline e ha finanziamenti per poco più di 10: urge quindi un’analisi di quanti soldi sono necessari per andare avanti.

    Se siete arrivati fin qui……ho un piccolo favore da chiedervi. Sempre più persone leggono “I Numeri del Vino”, che pubblica da oltre dieci anni tre analisi ogni settimana sul mondo del vino senza limitazioni o abbonamenti. La pubblicità e le sponsorizzazioni servono per aiutare una missione laica in Perù. Per fare in modo che questo lavoro continui e resti integralmente accessibile, ti chiedo un piccolo aiuto, semplicemente prestando da dovuta attenzione con una visita alle inserzioni e alle sponsorizzazioni presenti nella testata e nella sezione laterale del blog. Grazie. Marco LEGGI TUTTO

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    LVMH – risultati primo semestre 2024

    Anno cattivo o ritorno alla normalità? I dati del primo semestre di LVMH divisione vino e spiriti sono in forte calo, ossia -12% per le vendite e -26% per l’utile operativo. Se prendiamo il numero in valore assoluto di 777 milioni di utile operativo semestrale e lo confrontiamo con quello del 2019, 772 milioni, allora forse possiamo dire che i dati sono piuttosto cattivi. L’azienda ha continuato a investire pesantemente in questi anni, vende il 10% in più del 2019 sia in volume che in valore e fa gli stessi utili di 5 anni fa, poco prima del Covid. Unica eccezione nel quadro grigio sono, per assurdo, i vini fermi che crescono in volume da 27 a 31 milioni di bottiglie, grazie alle acquisizioni. Resiste la Francia, calano gli USA, l’Europa e crolla il mercato asiatico dove molto del Cognac di LVMH va a finire. Qualcuno comincia a dire che LVMH potrebbe un giorno sbarazzarsi del segmento vino e spiriti. Vedremo cosa succede. Per ora concentriamoci sui numeri del semestre nel resto del post con tabelle e grafici.

    Le vendite sono calate del 12% a 2.8 miliardi di euro, di cui 1.41 miliardi sono Cognac e spiriti e 1.39 miliardi vini e Champagne.
    In termini di volume, LVMH ha consegnato 107.7 milioni di bottiglie nel primo semestre 2024, che rappresenta un calo del 2% sull’anno scorso. Si può dunque dire che c’è stato un impatto negativo del “prezzo-mix” del 10% circa, dopo anni in cui la situazione “migliorava”.
    Se entriamo nel dettaglio, le consegne di Champagne sono state 25.6 milioni, -15% sul semestre 2023, quelle dei vini fermi invece sono cresciute a 31.2 milioni, +16% grazie alle acquisizioni. Il prezzo medio di vendita è sceso del 12% da 27.8 a 24.6 euro.
    I margini di profitto sono in calo, con un utile operativo della divisione di 777 milioni come dicevamo, il che implica un calo del margine dal 33% al 28%. All’interno del dato, lo Champagne e i vini hanno un utile operativo di 351 milioni nei sei mesi, per un margine del 25%. In confronto il margine del Cognac e degli spiriti (che cala in maniera analoga, -26%), sono ancora molto superiori, intorno al 30%.
    LVMH continua a investire nella divisione sia in magazzino che investimenti veri e propri. Nel primo semestre ha speso 538 milioni, più ha incrementato a 6.8 miliardi di euro il valore del magazzino, da 5.9 miliardi a fine anno e 6.1 miliardi a giugno 2023. Il capitale investito è calato per via della svalutazione di alcuni marchi e si attesta ora a circa 17 miliardi di euro.

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    Constellation Brands – risultati primo trimestre 2024

    Il business “vino” di Constellation Brands continua a ridursi, frutto del cattivo andamento delle vendite (-13% a livello di vendite finali al dettaglio nel primo trimestre fiscale) e delle decisioni di disfarsi dei marchi meno “di moda”. I dati, che per il gruppo sono eccellenti grazie alle perdite ridotte della divisione Canopy e del sempre eccellente andamento della birra, mostrano una nuova riduzione dei margini che lascia poco scampo per il resto dell’anno: le vendite sono previste stabili (il che già implica un recupero nei prossimi trimestri dopo il -9% fatturato e -5% in termini di consegne) e l’utile operativo della divisione è sempre previsto calare del 10% circa. Ad oggi, l’attività “vino” rappresenta l’11% dell’utile operativo del gruppo e ha un margine (sugli ultimi 12 mesi) calato al 21.4%, quindi anche diluitivo rispetto al 33% circa del gruppo. Non ci sarebbe da sorprendersi se Constellation Brands decidesse di uscire completamente dal business nei prossimi anni.
    Questi dati però ci forniscono anche una cortina al tornasole per il business vino in Nord America, dove il management riferisce di condizioni di mercato sfidanti che costringono l’azienda a tagliare gli investimenti di marketing, creando così un circolo vizioso.
    Bene, passiamo a commentare i dati più in dettaglio con l’aiuto di grafici e tabelle.

    Le vendite consolidate del gruppo sono cresciute del 6% a 2.66 miliardi di dollari nel primo trimestre, con un +8% per la birra (2.3 miliardi), un -9% per il vino (329 milioni) e un +8% per gli spiriti. La divisione Canopy non è consolidata ma entra sotto l’utile operativo come contributo ai profitti (per la prima volta da anni in questo trimestre).
    In termini di consegne, CBrands ha venduto 5.6 milioni di casse, di cui 4.9 nel mercato USA, rispetto alle 5.9 e 5.2 del trimestre 2003, quindi con un calo del 5% e 6% rispettivamente.
    Il margine dell’attività vino/spiriti scende da 79 a 60 milioni di dollari nel trimestre per un margine del 15% contro il 19% del 2023, portando il margine sugli ultimi 12 mesi al 21.4%. A livello consolidato l’utile operativo cresce del 23% a 942 milioni di dollari, grazie alla birra, +29% a 882 milioni, con un margine eccezionale del 39%.
    Tornando ai dati consolidati, gli utili sono “esplosi” grazie alla mancanza delle svalutazioni di Canopy (415 milioni nel 2023) che diventano 82 milioni di contributo positivo, portando l’utile netto a 877 milioni. Tutto come previsto, visto che le indicazioni sull’anno non sono per il momento cambiate.
    Passando brevemente alla parte finanziaria, il debito cala a 11.4 miliardi di dollari (11.7 a fine anno), ossia 3 volte l’EBITDA degli ultimi 12 mesi, il livello più basso degli ultimi due anni, nonostante la remunerazione per gli azionisti (dividendo più riacquisto di azioni) sia praticamente raddoppiata nel trimestre a 385 milioni, oltre alla crescita degli investimenti da circa 300 a 375 milioni di dollari.

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    Argea – risultati e analisi di bilancio 2023

    Grazie all’acquisizione di Zaccagnini, nel 2023 Argea è diventata la seconda azienda viticola in Italia per fatturato nel 2023, con 438 milioni. Se considerassimo soltanto GIV e non il consolidato GIV-Cantine Riunite, sarebbe la prima. Possiamo dire che combinazione di Botter e Mondo del Vino ha avuto un 2023 molto fruttuoso. Al di là del primato commerciale (senza Zaccagnini le vendite sarebbero calate del 2%, invece che +3% riportato), i margini sono migliorati (dal 12% al 14% per l’EBITDA) e soprattutto l’azienda è riuscita a comperare Zaccagnini per 47 milioni di euro senza far crescere il debito, grazie alla generazione di cassa e al controllo del circolante, che ha restituito ben 30 milioni di euro nel 2023. Anche per Argea il 2024 si presenta piuttosto sfidante, anche se l’azienda ha alcuni potenziali vantaggi da sfruttare, quali il completo consolidamento di Zaccagnini (altri 5 milioni di fatturato)  e l’integrazione non ancora completata del nuovo gruppo nella parte logistica e vendite. Bene, passiamo a qualche commento più dettagliato con la tabella riassuntiva e alcuni grafici.

    Le vendite di Argea 2023 crescono del 3% a 438 milioni di euro, di cui 393 milioni all’estero (+3%) e 44 milioni in Italia (-1.6%). Il contributo di Zaccagnini dovrebbe essere stato circa 20 milioni, considerato vendite dell’azienda comperata di 25 milioni nel 2023 e circa 5 milioni di fatturato non consolidato nel primo trimestre. Quindi senza Zaccagnini probabilmente le vendite sarebbero calate del 2% circa.
    A livello di margini la situazione è in miglioramento dopo un 2022 difficile. Il peso degli acquisti esterni cala di 1 punto percentuale al 67.7%, lo stesso vale per i costi dei servizi, -1 punto al 12.7% e il personale resta stabile. Ne risulta un miglioramento dell’EBITDA da 52 a 61 milioni di euro, con un margine che sale dal 12.3% al 13.9%. Non abbiamo il contributo preciso di Zaccagnini, che probabilmente potrebbe essere stato 3-4 milioni di euro.
    L’utile operativo tocca quota 15 milioni, da 12 dello scorso anno. Se rimontiamo gli ammortamenti dell’avviamento e dei marchi, poste puramente contabili che di fatto derivano dalle acquisizioni, arriveremmo a un utile operativo di 49 milioni circa, per un margine dell’11%, rispetto ai 40 milioni e 9.5% dell’anno scorso.
    L’utile netto purtroppo resta negativo a -16 milioni contro -5 dell’anno scorso a causa del forte incremento degli oneri finanziari, in parte per via dei cambi (5 milioni in più dell’anno scorso) ma anche per un aumento degli interessi derivante dalle nuove linee di credito. Ovviamente la perdita è fortemente influenzata dagli oltre 30 milioni di euro di ammortamenti di cui abbiamo discusso sopra.
    A livello finanziario l’indebitamento resta praticamente invariato a 121 milioni di euro, cui si aggiungono 34 milioni di prestito soci, per arrivare a un totale di circa 155 milioni, che significano 2.5 volte l’EBITDA contro 3 volte dello scorso anno.

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    I risultati delle aziende produttrici di spumante – dati 2022 – aggiornamento Mediobanca

    Le aziende vinicole italiane specializzate nella produzione di vini spumanti (56 nel rapporto attuale) hanno continuato a crescere più del campione totale di Mediobanca anche nel 2022 (ossia +17% contro +9%) ma hanno subito in maniera più marcata le pressioni inflazionistiche, tanto che il margine (pur partendo da un livello leggermente più basso) è sceso in maniera più marcata (5.3% contro 5.9% del campione totale). Alla fine dei conti, a livello operativo le cose vanno addirittura peggio che per il campione generale (-4% contro il -1% del campione totale) anche se il debito è sceso, mentre quello del campione è rimasto sostanzialmente stabile, ma chiaramente con una crescita tanto marcata delle vendite forse ci si sarebbe aspettato qualcosa di meglio. Anche perché, nel 2023 si assisterà alla normalizzazione della componente estera, che rimane in termini di peso al di sotto del campione generale (42% del totale contro 51%). Ma entriamo più nel dettaglio con ulteriori grafici di confronto e la tabella riassuntiva.

    Le vendite del campione Mediobanca delle aziende spumantistiche crescono del 17% a 3 miliardi di euro, con un +17% per le vendite estere a 1.25 miliardi e +16.5% per le vendite italiane a 1.74 miliardi di euro.
    I margini come dicevamo sono calati più che per il campione totale. In particolare, il valore aggiunto cala di 2 punti percentuali dal 17% al 15%, livello più basso dal 2013 a questa parte, per una crescita in valore assoluto soltanto del 2%. Con un costo del personale in salita del 6% (e gli occupati che crescono da 3241 a 3423) e ammortamenti a +2%, l’utile operativo cala del 4% a 157 milioni di euro per un margine del 5.3% (6.4% lo scorso anno). I maggiori oneri finanziari (+21%) e tasse stabili appesantiscono poi l’utile netto, in calo del 9% a 124 milioni, dopo il record di 137 del 2021.
    A livello finanziario, il debito scende da 480 milioni a 455 milioni, il che implica una leva finanziaria stabile sul MOL a 1.8 volte e un miglioramento del rapporto debito su patrimonio dal 24% al 21%. Gli investimenti del comparto spumantistico sono leggermente calati nel 2022 a 125 milioni (134 nel 2021) per un peso sul fatturato del 4% contro il 5% dell’anno scorso.
    Il ritorno sul capitale delle aziende spumantistiche scende dunque dall’8.2% al 7.5%, riportandosi sul livello del 2020.

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    Santa Margherita – risultati e dati di bilancio 2023

    Come abbiamo visto per i primi bilanci commentati (Frescobaldi, Masi e IWB), il 2023 è stato un anno non semplice per le aziende vinicole italiane, soprattutto confrontato con i dati eccellenti registrati nel 2022. Santa Margherita ha chiuso l’anno con un leggero calo delle vendite consolidate (-2%, 255 milioni) e dei profitti (-5% per l’utile operativo e -9% per l’utile netto) interamente a causa dei cambi, che comunque sono rimasti su un livello di assoluta eccellenza nel settore (25% margine operativo, 16% margine netto). Per una serie di operazioni intragruppo e per via dell’aumento del capitale circolante, l’indebitamento è cresciuto a 137 milioni, ma si mantiene comunque su livelli gestibili. Entrando nel dettaglio delle diverse unità operative del gruppo e considerando la diversa esposizione geografica con l’Italia in crescita e alcuni mercati esteri in calo, Ca del Bosco ha avuto un buon anno mentre Santa Margherita dopo l’eccezionale crescita registrata nel 2022 ha avuto un anno di assetstamento. Le prime indicazioni sull’evoluzione del 2024, per quanto si riferiscano ai primi due mesi dell’anno sono di generalizzato calo delle spedizioni, fatta eccezione per la controllata (al 60%) Ca del Bosco. Passiamo a un commento più in dettaglio dei numeri con grafici e tabelle nel resto del post.

    Il fatturato consolidato cala del 2% a 255 milioni di euro (-0.1% prima delle variazioni cambio). Nella relazione si evidenzia una leggera crescita delle vendite italiane del 3% circa e un calo simile per le esportazioni, che rappresentano circa il 73% delle vendite.
    I margini sono in leggera contrazione anche in questo caso per via dei cambi (utile operativo +0.1% prima de cambi). Si nota lo sforzo di controllare i costi (materie prime e sevizi -1%, costo del personale +2%). Il MOL dopo gli accantonamenti cala del 5% a 85 milioni di euro, così come l’utile operativo, che si attesta a 65 milioni dai 68 dell’anno scorso, beneficiando di un leggero calo degli ammortamenti. L’utile netto è invece sceso da 46 a 42 milioni, anche per via dell’aumento degli oneri finanziari (maggiori tassi di interessi e maggiore debito) e un’aliquota fiscale tornata al 24% dal 16% dello scorso anno. Come dicevamo sopra, il livello dei margini resta elevatissimo nel panorama nazionale (campione Mediobanca 2022 solo aziende 9%, Santa Margherita 2023 25%).
    Tra le principali controllate, Ca del Bosco segna un incremento delle vendite del 6% a 53 milioni, con un MOL di 20 milioni (+9%), entrambi al massimo storico. La capogruppo Santa Margherita – che ha all’interno del suo fatturato anche parte del fatturato degli altri marchi del gruppo – ha un calo del fatturato del 12% a 130 milioni dopo il record del 2022 di 149 milioni, compensato da minori elisioni. Il MOL della capogruppo torna al livello del 2021, 33 milioni (43 nel 2022).
    Dal punto di vista finanziario, Santa Margherita ha distribuito 24 milioni di dividendi e ha avuto un incremento del debito finanziario netto di 19 milioni, da 118 a 137 milioni, per un rapporto di 1.6 volte il MOL (1.3x nel 2022, 1.6x nel 2021). A pesare su tale aumento è stato l’aumento del capitale circolante (+34 milioni, derivante da oltre 20 milioni di minori debiti di funzionamento), oltre all’aumento delle immobilizzazioni frutto degli investimenti (tra di essi, 8 milioni per Ca del Bosco, 3 milioni per le tenute agricole Santa Margherita, 7 milioni per la capogruppo Santa Margherita).

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    I risultati delle aziende vinicole italiane (escluse cooperative) 2022 – aggiornamento Mediobanca

    Eccoci alla seconda puntata dell’analisi dei dati del rapporto sul settore del vino prodotto dall’Area Studi Mediobanca, che ringrazio di aver condiviso. Le aziende vinicole italiane (ex cooperative) hanno generato un fatturato di 6.3 miliardi di euro nel 2022 e, per via della maggiore esposizione alle esportazioni (56%, contro il 39% delle cooperative) che sono cresciute di meno delle vendite italiane, hanno avuto una crescita del 7%. L’andamento dei margini è abbastanza sovrapponibile a quanto detto riguardo al campione totale: l’inflazione ha eroso i margini, circa 60-70 punti base, gli oneri finanziari sono cresciuti (+15%) per l’aumento dei tassi di interesse, l’utile netto scende del 10% rispetto al risultato eccezionale del 2021. Gli investimenti sono comunque cresciuti del 14% e sono stati quasi completamente riassorbiti dall’autofinanziamento, visto che il debito è rimasto stabile. Il 2023 sarà un anno nuovamente “difficile” dal punto di vista finanziario, visto lo stallo delle esportazioni e un mercato italiano comunque in crescita, ma molto meno del 2022. Sarà però un anno in cui si vedrà un graduale incremento dell’esposizione estera delle nostre aziende, non in termini di export ma di acquisizioni di aziende vinicole all’estero, una buona notizia per il processo di internazionalizzazione. Bene, per ulteriori dettagli e una tabella riassuntiva dei principali numeri vi invito a proseguire nella lettura del post!

    Le vendite delle aziende vinicole italiane crescono del 5.5% all’estero (3.5 miliardi) e dell’8.7% in Italia a 2.7 miliardi di euro.
    Nel 2022 il valore aggiunto cresce del 5% a 1.4 miliardi di euro, con una erosione del margine dal 23.2% al 22.7%, che si allarga a livello di margine operativo lordo, sceso dal 14.4% (livello record) al 13.7% per via dell’aumento del costo del personale del 9% (di cui +3.5% numero di addetti). Il MOL cresce del 2% a 857 milioni, mentre l’utile operativo è a +0.8% a 565 milioni.
    L’aumento degli oneri finanziari e degli oneri non ricorrenti sono poi la causa del calo dell’utile netto cumulato delle aziende, passato dai 405 milioni di euro record del 2021 a 362 milioni di euro.
    Queste 153 aziende hanno investito nel 2022 340 milioni di euro, il 14% in più del 2021, con un accenno alla ripresa del ciclo di investimenti, mentre hanno occupato 11233 addetti, 381 in più rispetto al 2021.
    Dal punto di vista finanziario, l’indebitamento è quasi stabile a 1.37 miliardi di euro, mentre il patrimonio netto cresce del 5% e il capitale investito del 4.9% a 8.5 miliardi di euro. Ne risulta un ritorno sul capitale investito del 7.3% (7.7% nel 2021) e un ROE (utile netto su patrimonio netto) intorno al 5%, in calo rispetto al 6% del 2021.

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    Vranken Pommery – dati di bilancio 2023

    Come abbiamo già commentato guardando I risultati di LVMH e di Lanson, anche Vranken ha avuto un 2023 quasi a “due facce”, con una prima parte dell’anno ancora positiva, soprattutto nell’evoluzione dei margini e una seconda parte dell’anno in leggerissimo calo di vendite e con un margine sostanzialmente allineato a quello degli anni scorsi. Alla fine dei conti, nonostante l’aumento del debito (circa 10 milioni) è allineato all’aumento del magazzino (9 milioni), l’azienda non è riuscita a generare cassa sufficiente anche per pagare i dividendi agli azionisti, rimasti stabili a 7 milioni di euro. Come sempre, la relazione degli amministratori è avara di dettagli aziendali (mentre ci sono ricchissime informazioni sul mercato…) e nulla dice sulle prospettive dell’azienda per il 2024. Passiamo a una breve analisi dei principali dati contabili.

    Le vendite crescono dell’1% a 338 milioni di euro, con un incremento del 7% in Francia a 146 milioni, un calo dell’8% nel resto d’Europa a 118 milioni e una crescita del 6% nel resto del mondo a 75 milioni. Dopo un primo semestre in cui la maggior parte della crescita veniva proprio dal resto del mondo, nella seconda parte dell’anno le esportazioni si sono molto indebolite (-11% resto d’Europa, -3% resto del mondo), parzialmente compensate da un andamento più positivo in Francia (+9%).
    Le vendite per categoria vedono lo Champagne e il Porto in crescita dell’1% circa a 311 milioni e i “vin de sable” a 27 milioni di euro +6%.
    I margini sono migliorati e sono al massimo da molti anni a questa parte anche in prospettiva storica. Nel 2023 l’EBITDA tocca quota 54 milioni, +11% e con un margine del 16%, mentre l’utile operativo cresce del 15% a 39 milioni, con un margine dell’11.6%, il più elevato dal 2007 a questa parte. A livello di utile netto i dati sono molto meno positivi a causa dell’incremento pesante degli oneri finanziari, da 18 a 29 milioni di euro che si mangia completamente l’incremento di 5 milioni di euro a livello operativo per determinare un calo dell’utile netto da 10 a 6 milioni di euro. Nonostante questo l’azienda ha mantenuto anche per il 2024 la previsione di pagare 7 milioni di dividendi, come gli anni scorsi.
    Dal punto di vista finanziario, Vranken Pommery ha investito circa 22 milioni di euro e ne ha pagati 7 agli azionisti in dividendi. Il magazzino è allineato all’indebitamento finanziario netto.

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