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    Tannico – risultati 2020

    Come per le aziende di produzione, anche nel segmento del commercio (soprattutto elettronico) stanno succedendo diverse cose. Campari ha acquistato la metà di Tannico rifinanziandola e si è impegnata per altri 30 milioni di euro per promuovere l’acquisizione di Ventealaproprietè in Francia, cercando dunque di “internazionalizzare” il business dell’azienda molto incentrato sull’Italia. Ma non è successo soltanto questo, Italmobiliare è entrata non solo in Botter/Mondodelvino ma anche in Callmewine (12.3 milioni di vendite nel 2020, investimento di 13 milioni per il 60% dell’azienda, in parte come aumento di capitale), altro player nazionale nel segmento dell’ecommerce di cui analizzeremo il bilancio tra qualche giorno. È notizia di qualche giorno fa, infine, l’acquisizione da parte di Quadrivio-Pambianco di Xtrawine, il terzo grande ecommerce italiano del vino (10.8 milioni di fatturato nel 2020), con una spiccata propensione alle esportazioni.
    Tornando a Tannico, oggi guardiamo ai dati di bilancio 2020. Con il COVID, la crescita delle vendite è ulteriormente accelerata, +83% a 37 milioni di euro rispetto al precedente triennio caratterizzato da una crescita del 44% annua. Con un leggero miglioramento del margine lordo Tannico è riuscita a compensare i maggiori costi operativi e ha chiuso con una perdita allineata agli anni scorsi, 1.6 milioni. Le maggiori novità vengono però dal lato finanziario, dove con l’ingresso di Campari l’azienda ha visto la posizione di cassa migliorare da 2.9 a 9.5 milioni di euro. Togliendo i 7.8 milioni contribuiti nel 2020, la cassa bruciata nell’anno è stata circa 1.2 milioni di euro. Passiamo a una breve analisi dei numeri.

    Il fatturato in Italia cresce dell’83%, mentre più che raddoppiano le vendite in Europa che restano però marginali (5%). Ancora meno importante il contributo del “resto del mondo”, al 2% del fatturato.
    Il margine lordo sulle vendite migliora, dal 27% al 29%, mentre crescono in linea con le vendite le spese per servizi, dove il minor prezzo medio di vendita dei prodotti ha determinato un aggravio più che proporzionale dei costi di logistica.
    Il bilancio chiude con una perdita operativa di 1.6 milioni (come nel 2019) e una perdita netta simile e uguale anch’essa al 2019.
    La parte finanziaria è più interessante, con il contributo di 7.8 milioni da Campari ma anche l’inizio di un piano di investimenti da quasi 4 milioni per un nuovo centro logistico, di cui appunto 1 milione già speso nel 2020. C’è poi un investimento di circa 0.5 milioni per il nuovo winebar a Milano.

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    Emilia Romagna – produzione di vino 2020 – dati ISTAT e MIPAAF

    Continuiamo il viaggio tra le regioni italiane con i dati relativi all’Emilia Romagna, mostrando come da qualche settimana a questa parte sia i dati ISTAT che i dati MIPAAF. Le serie storiche sono relative a ISTAT e sono quelle che storicamente pubblichiamo. Dal 2020 ho poi trovato anche i dati del Ministero (MIPAAF) e quindi trovate nel grafico qui sotto che cosa dicono le due fonti. La differenza nel caso dell’Emilia Romagna è a dir poco sconcertante. Secondo ISTAT in Emilia Romagna si producono 6.6 milioni di ettolitri di vino, secondo il ministero sono invece 7.9 milioni di ettolitri. Beh, c’è di che lamentarsi essendo entrambe le fonti pagate dai contribuenti italiani. La differenza come vedete dal grafico risiede soprattutto nel dato produttivo relativo ai vini da tavola, che il MIPAAF stima essere vicino a 4 milioni di ettolitri, mentre per ISTAT si ferma a 2.7 milioni. Sono invece più allineati gli altri dati, talchè si può dire che nel 2020 si sono prodotti circa 400mila ettolitri di vini DOC bianchi e 1.2-1.3 milioni di DOC rossi, 1.1 milioni di ettolitri di IGT rossi e 1.1-1.2 milioni di ettolitri di IGT bianche. Spero che il post possa rispondere alle vostre domande e non porvene delle altre. Il mio commento oggi si ferma qui. All’interno del post trovate i grafici storici dell’ISTAT (che dal 2020 non riporta più la produzione di mosto e quindi ho cancellato la colonna). Buona consultazione.

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    Santa Margherita – risultati e dati di bilancio 2020

    Pur con un calo del fatturato vicino al 10%, Santa Margherita è riuscita nell’anno del COVID a generare più profitti che nel 2019 (46 milioni di utile operativo contro 44 dell’anno scorso). Il bilancio che analizziamo oggi contiene alcune importanti discontinuità a livello fiscale e patrimoniale, visto che l’azienda ha da un lato definito con l’Agenzia delle Entrate la pratica “patent box” (6 milioni di euro di beneficio relativo al 2015-19 ma contabilizzato quest’anno) e dall’altra ha aderito allo schema di rivalutazione dei beni aziendali (per 101 milioni) che ha un impatto importante sul capitale investito (e dal prossimo anno presumibilmente dal livello degli ammortamenti. Tornando ai temi importanti, i cali di vendite più importanti sono stati nei marchi recentemente acquistati (Mesa e Ca Maio, -20% e -16% rispettivamente) ma l’azione di “protezione dei profitti” è parallela a tutta l’azienda e deriva dal forte taglio delle spese pubblicitarie e dei servizi, dal beneficio dei minori costi delle materie prime e, in piccola parte, dal supporto governativo. Poco si dice delle previsioni 2021, salvo che il fatturato dei primi mesi del 2021 è in decremento rispetto all’anno precedente. Passiamo ai numeri.

    Le vendite calano del 9.2% a 172 milioni, con una riduzione leggermente meno marcata per il vino confezionato a 8.5%, con l’Italia a -15.8% e le esportazioni a -5.1%. Per entità legale, Santa Margherita cala del 10%, Ca’ del Bosco dell’11%, Pile e Lamole del 12%, Ca’ Maiol del 16% e Mesa del 20%, mentre l’attività dell’importatore americano è giù del 5% (-1.6% escluso l’impatto dei cambi).
    A fronte di questo calo delle vendite, l’EBITDA del gruppo sale del 4% a 57 milioni di euro (margine dal 29% al 33%) e l’utile operativo cresce del 5% a 46.5%. Sotto l’utile operativo i dati sono fortemente influenzati dai componenti di cui discutevamo sopra e di quelle relative allo scorso anno, che hanno determinato un’aliquota fiscale particolarmente bassa quest’anno (8%) e molto alta l’anno scorso (57%), in entrambi i casi lontana dalla media del gruppo del 25% circa degli ultimi anni. Ad ogni modo, l’utile netto è stato 38 miloni, dai 20 del 2019 e dai 26 del 2018.
    Non abbiamo visibilità sui conti consolidati relativamente ai costi, ma per quanto riguarda Santa Margherita SpA, il costo degli acquisiti è sceso di circa 1-1.5% rispetto alle vendite, sono state poi tagliate del 25% le spese pubblicitarie e ovviamente non si è viaggiato.
    Passando per chiudere alla parte finanziaria, il debito finanziario netto sale da 146 a 153 milioni di euro dopo aver distribuito 20 milioni di euro di dividendi all’azionista (11 milioni nel 2019). Il patrimonio netto e il capitale investito sono fortemente influenzati dalla rivalutazione e dunque determinano per converso un calo del ritorno sul capitale. Più importante invece è sottolineare come anche in un anno difficile come il 2020 Santa Margherita sia riuscita a generare cassa.

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    Toscana – produzione di vino 2020 – dati ISTAT e MIPAAF

    La produzione di vino in Toscana è stimata da ISTAT a 2.6 milioni di ettolitri, stabile rispetto al 2019, con un calo dei vini bianchi compensato da un leggero incremento dei vini rossi che rappresentano come sapete la stragrande maggioranza del prodotto finito. Secondo ISTAT è anche in atto un piccolo spostamento della produzione dalle DOC, che comunque sono i due terzi del totale, alle IGT che andrà verificata. Da oggi in avanti però quando scrivo di produzioni di vino regionali, metto anche i dati del Ministero dell’Agricoltura (MIPAAF) che per la prima volta sono riuscito a reperire. Questi dati offrono un punto di vista differente, come potete vedere dal grafico sopra riportato, in cui la produzione non è 2.6 milioni di ettolitri come dice ISTAT ma soltanto 2.2 milioni, con una differenza piuttosto importante soprattutto nella categoria dei vini da tavola, che secondo MIPAAF fondamentalmente non sono prodotti in Toscana, mentre per ISTAT sono ancora il 12% del totale. Bene, nel segnalarvi che comunque tutti questi numeri sono disponibili nella sezione Solonumeri, passiamo a un breve resoconto.

    La produzione di vino toscana è dunque stimata da ISTAT a 2.6 milioni di ettolitri e da MIPAAF a 2.2. Prendiamo come riferimento ISTAT, visto che abbiamo una buona serie storica, mentre per MIPAAF no.
    La vendemmia 2020 è essenzialmente in linea non solo con il 2019 ma anche con la media storica, proprio di 2.6 milioni di ettolitri. La produzione di vino bianco è stata circa il 9% sotto la media, quella di vino rosso del 2% sopra rispettivamente per 350mila e 2.25 milioni di ettolitri.
    In termini di categorie qualitative, i vini DOC sono sempre preponderanti a 1.64 milioni di ettolitri, di cui soltanto 0.1 milioni sono di vino bianco. La produzione 2020 è del 2% sopra la media storica ISTAT. Secondo MIPAAF la produzione è leggermente inferiore, 1.47 milioni di ettolitri.
    Nel 2020 sono cresciuti i vini IGT, che hanno ripreso un po’ di spazio dopo anni di declino. Infatti, nonostante il +9% del 2020 sono comunque sotto del 2% sulla media storica. Secondo ISTAT siamo a 662mila ettolitri nel 2020 e MIPAAF ripropone un dato molto simile (670mila) anche se un po’ sbilanciato sui vini bianchi.
    Dove le due misurazioni non quagliano è sui vini da tavola che secondo MIPAAF praticamente non ci sono (70mila ettolitri), mentre secondo ISTAT sono ancora 300mila.

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    Germania – esportazioni di vino 2020

    La Germania è stato uno dei paesi che più ha sofferto la crisi COVID in tema di esportazioni di vino. Nel 2020 i volumi esportati sono calati del 10% e il valore delle esportazioni è andato anche peggio, -15% scendendo forse per la prima volta da 10 anni a questa parte sotto la soglia di 900 milioni di euro. La lista dei paesi ai quali la Germania spedisce il vino è molto evocativa di un’attività poco radicata: in Olanda vanno tra 700 e 900 mila ettolitri di vino a meno di 2 euro al litro ogni anno, nel Regno Unito sono tra 300 e 600 mila ettolitri a un prezzo poco più elevato. Ecco, forse l’analisi dovrebbe cominciare dal terzo paese, gli USA, dove i dati cominciano a corrispondere al vino tedesco che abbiamo in mente, quello nella bottiglia bislunga. Ma le conclusioni non sarebbero molto diverse: forte volatilità tra i mercati e dati quasi egualmente negativi nel loro complesso. Passiamo al commento.

    Le esportazioni di vino della Germania sono calate del 10% in volume a 3.45 milioni di ettolitri, mentre in valore la discesa è del 15% a 889 milioni di euro, con un conseguente calo del prezzo medio di esportazione del 6% a 257 euro per ettolitri.
    Come dicevamo, forte volatilità tra i mercati. L’Olanda, da cui presumibilmente il vino viene poi riesportato, cresce del 33% a 900 mila ettolitri e con 173 milioni di euro (+28%) ritorna ad essere il principale mercato di destinazione del vino tedesco.
    Il Regno Unito invece fa marcia indietro dopo i balzi degli ultimi 2 anni con volumi dimezzati a 318mila ettolitri e export quasi dimezzato a 75 milioni di euro.
    Scende del 20% anche il mercato americano a 69 milioni di euro, mentre sono stati in leggera crescita la Svizzera (+6%, 57 milioni) e stabile la Polonia (55 milioni di euro). La Norvegia è invece stata una sorpresa negativa, -42% dopo anni di stabilità.
    Un occhio alle esportazioni di spumante, dove la Germania è un po’ la quarta forza nel mondo: sono scese del 27%, quindi peggio dell’andamento globale, da 121 milioni a 88 milioni di euro, in realtà dovuto all’andamento negativo in una serie di mercati minori, tra l’altro non riportati specificatamente nel database. Ad ogni modo, il mercato principale dello spumante tedesco, l’Austria ha ridotto le sue importazioni da 15.3 a 14.1 milioni di euro.

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    Trentino Alto Adige – produzione di vino 2020 – dati ISTAT

    Fonte: ISTAT (dati aggiornati a ultima release)
    Secondo ISTAT, la produzione di vino in Trentino Alto Adige è stata di 1.1 milioni di ettolitri, in leggero calo rispetto al 2019. Siccome per puro caso sono riuscito a trovare una tabella con il dettaglio regionale del Ministero delle Politiche Agricole (a proposito perchè è stato fornito a Federvini che lo ha ripubblicato, mentre sul sito proprietario del MIPAAF non compare???), la produzione di vino 2020 è superiore a quella riportata da ISTAT ed è pari a 1.3 milioni di ettolitri. Comunque, qui si lavora con quello che si ha a disposizione, nella consapevolezza di trovarci di fronte a errori e inspiegabili discrepanze di dati. Mi fermo qui per non diventare offensivo. Il Trentino Alto Adige è la regione dei vini DOC per eccellenza (forse insieme al Piemonte per livello di penetrazione), con un costante incremento che secondo ISTAT ha raggiunto il 93% della produzione totale (secondo la tabella MIPAAF 83%). Passiamo ai dati che sono basati su ISTAT ma che come vedete qui sotto sono diversi da quelli del ministero…

    La produzione di vino 2020 in Trentino è stata di 1.3 milioni di ettolitri, con una preponderanza di vino bianco sul vino rosso, per un bilanciamento di circa 70/30 (74/26 secondo il MIPAAF)
    La regione ha nel corso degli anni focalizzato la produzione sui vini DOC, che sono secondo ISTAT al 93%, contro un 6% per i vini IGT e una parte residuale per i vini da tavola. Secondo il MIPAAF invece siamo su una proporzione meno spinta di 82/16/2% ma comunque i vini da tavola sono praticamente assenti nella regione.
    La superficie vitata come definita da ISTAT è stata stabile negli ultimi anni intorno a 15mila ettari, di cui 5300 nella provincia di Bolzano e 9600 nella provincia di Trento.

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    Italian Wine Brands – EnoItalia – dati chiave 2020

    Dopo anni di relativo (e pericoloso) immobilismo, stanno succedendo diverse cose nel settore del vino. Sono probabilmente il frutto di una serie di eventi che si sono concentrati tutti insieme: l’abbondanza di capitali che ha fatto aumentare il valore delle attività economiche, riducendone il ritorno sul capitale e quindi rendendo il settore del vino interessante; il ricambio generazionale di alcune aziende vinicole che si sono sviluppate con il successo del nostro vino nel mondo; la difficoltà di aggredire mercati nuovi e meno “ovvii” in quanto meno compatibili con la nostra cultura e il nostro cibo. Abbiamo dunque visto Antinori comperare Jermann, Zonin aprire il capitale al private equity di Alessandro Benetton (acquistandone il 36% con un aumento di capitale di 65 milioni nel 2018), Clessidra e Italmobiliare (famiglia Pesenti, ex proprietari di Italcementi) acquistare la maggioranza di Botter e subito dopo inglobare Mondodelvino per farne un’azienda da 350 milioni di euro di fatturato. Senza dimenticare la vendita di Farnese vini per 170 milioni di euro al private equity americano Platimum a un multiplo di 10 volte l’EBITDA, occorsa nel 2020. E, l’ultima di cui parliamo oggi, è l’acquisizione da parte di Italian Wine Brands di Enoitalia (con parziale reinvestimento nella società risultate da parte degli azionisti) che crea un polo da 400 milioni di fatturato, quindi candidandosi come il più importante player italiano privato del settore sotto questo aspetto (non come valore aggiunto come ben sa chi legge questo blog). Passiamo dunque a una breve analisi di questa entità che essendo quotata in borsa riusciremo a seguire da vicino in futuro e a posizionare anche questa nuova entità (oltre a Botter-Mondodelvino) nell’ipotetica classifica italiana delle aziende per fatturato e valore aggiunto.

    L’operazione si configura come l’acquisizione per 150 milioni di euro di Enoitalia da parte di IWB in contanti. Di questi, 45 milioni rientrano nell’azienda attraverso l’emissione di nuove azioni IWB (1.4 milioni a 32.5 euro per azione, rispetto al prezzo attuale vicino a 40). L’operazione ha valutato Enoitalia (che non ha debiti) un multiplo di 8.9 volte l’EBITDA e porterà il nuovo gruppo IWB ad avere un debito pro-forma poco sopra a 100 milioni di euro, quindi pari a 2.7 volte l’EBITDA.
    Enoitalia genera oltre 200 milioni di vendite con 111 milioni di bottiglie vendute ed esporta oltre l’80%. Di queste 40 milioni di bottiglie sono di Prosecco, dove si posiziona come secondo produttore italiano. Ha due impianti di produzione e genera un EBITDA di 17 milioni di euro nel 2020.
    La combinazione delle due aziende come vedete nella tavola presentata da IWB porterà il fatturato a 405 milioni di euro (metà e metà), di cui 92 nel Regno Unito, 78 in Italia, 61 in Germania e 51 in Svizzera. Diciamo, un’azienda forte dove il vino italiano è forte, con l’eccezione degli USA in cui le vendite sono meno di 20 milioni di euro e dove il prodotto italiano è probabilmente posizionato più in alto rispetto al prodotto delle due aziende.
    Dal punto di vista dei canali distributivi, il peso della distribuzione diretta (la vecchia Giordano Vini per intenderci) scenderà dal 45% circa delle vendite alla metà.
    Nel 2020, le due aziende insieme hanno poi generato 42 milioni di EBITDA e 32 milioni di utile operativo (il 58% da IWB) e un utile netto di 23 milioni di euro.
    La reazione in borsa è stata immediata e molto positiva, per quanto il management non si sia ancora espresso sulle possibili sinergie che derivano dall’operazione. Il prezzo delle azioni IWB è balzato da 32 a 40 euro e oggi, su base pro-forma le 8.8 milioni di azioni IWB post operazione portano a una capitalizzazione di mercato di circa 356 milioni di euro.

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    Baron de Ley – risultati 2020

    Il bilancio 2020 di Baron de Ley è molto meno peggio di quello che ci si poteva immaginare, per due motivi: 1) il calo pesante delle vendite registrato in Spagna e nei paesi dell’EU derivante dalla forte esposizione al canale della ristorazione è stato parzialmente compensato da spedizioni straordinari nei paesi extra-EU dove il prodotto è più esposto alla distribuzione al dettaglio; 2) nonostante il COVID, l’azienda ha mantenuto ottimi margini e anche grazie al taglio degli investimenti e all’ottimizzazione del capitale circolante ha aumentato dotazione di cassa da 171 a 190 milioni di euro. Proseguendo sull’onda dei numeri, abbiamo un fatturato di 96 milioni, in calo del 4% e un utile netto di 21 milioni, in calo del 25% sul 2019. In entrambi i casi il confronto era particolarmente difficile. Passiamo a commentare i numeri.

    Le vendite in Spagna sono calate dell’11% a 48 milioni di euro, mentre molto peggio è andata nella EU, dove si è verificato un vero e proprio crollo con un fatturato di 22 milioni, -27%. Succede il contrario nel resto del mondo, che invece cresce addirittura del 61% a 26 milioni di euro. Nella relazione si legge che i paese scandinavi, Canada, Regno Unito e USA sono stati i principali contributori di tale così buon risultato.
    Il margine EBITDA cala di 2 punti percentuali dal 32% al 30%, di cui 1 punto derivante dal margine industriale (c’è da pensare che il “mix” delle vendite sia stato peggiore per il tipo di prodotto venduto e la pressione competitiva della distribuzione) e 1 punto a causa della leva sui costi del personale e dei servizi. Ne deriva un calo dell’11-12% sia per l’EBITDA che per l’utile operativo.
    I minori proventi finanziari (4 contro 9 milioni del 2019) sono poi alla base del calo dell’utile netto da 27 a 21 milioni di euro di cui parlavamo sopra.
    Se gli utili calano non succede lo stesso alla generazione di cassa, che beneficia del calo degli investimenti (da 8 a 4 milioni di euro) e di 5 milioni di contributo dal calo del capitale circolante. Non si pagano come al solito dividendi ma si ricomprano azioni, nello specifico 8.4 milioni di euro. Alla fine del 2021 BDL aveva una posizione di cassa netta eccezionale, 190 milioni di euro, contro 171 del 2019, quindi oltre un terzo del valore di mercato di circa mezzo miliardo di euro.

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