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    Prosecco DOC – dati di produzione e vendita 2019/20

    Fonte: CONSORZIO DI TUTELA DELLA DENOMINAZIONE DI ORIGINE CONTROLLATA PROSECCO
    Siamo al secondo appuntamento con I dati del Prosecco DOC che sono stati gentilmente forniti dal consorzio. Devo confessarvi che a fronte della dimensione del fenomeno (500 milioni di bottiglie prodotte nel 2020) il supporto informativo è molto scarno e alcuni dati sono difficili da far quadrare. Denominazioni nazionali (Conegliano per esempio) e internazionali (Cava, Champagne) producono dei rapporti annuali molto dettagliati . Ma torniamo ai nostri numeri . Secondo il consorzio l’imbottigliamento nel 2020 è cresciuto del 2.8%, dopo il 4.7% del 2019, quindi in graduale stabilizzazione. I dati consolidati del 2019 parlano di 486 milioni di bottiglie prodotte per un valore di 2.4 miliardi di euro di fatturato al consumo.
    Se prendiamo i dati pubblicati da ISTAT sulle esportazioni di prosecco totali nel 2019, quindi 1061 milioni di euro contro 921 del 2019, e gli togliamo le esportazioni 2019 di Conegliano Valdobbiadene (202 milioni contro 175 del 2018) arriviamo a 859 milioni nel 2019 contro 746 milioni nel 2019, +15%, con dentro ancora le esportazioni di Asolo Prosecco che però non dovrebbero cambiare il quadro di molto.
    Resta comunque un punto importante: il Prosecco DOC è lo spumante “internazionale” italiano insieme all’Asti, dato che il 78% delle bottiglie va all’estero (90% per l’Asti), contro il 44% del Conegliano Valdobbiadene e soltanto l’11% del Franciacorta (non ho dati sul Trento DOC purtroppo).
    Bene, passiamo a una breve analisi dei dati, coadiuvandola con qualche numero delle altre denominazioni chiave.

    Le vendite di Prosecco nel 2020 sono stimate a circa 500 milioni di bottiglie, contro 486 del 2019 (a cui poi si riferiscono tutte le statistiche prodotte dal Consorzio).
    Il consorzio stima che il 78% delle vendite 2019 è andato all’estero, quindi il 378 milioni di bottiglie per un valore al consumo di 1.9miliardi di euro (noi stimiamo circa 850 milioni di euro di esportazioni come riportate da ISTAT), contro 108 milioni di bottiglie e 530 milioni di euro per il mercato italiano. A tale proposito il consorzio ha precisato che il calcolo delle esportazioni contenuto nel rapporto include TUTTO il Prosecco (22041015 nei codici ISTAT, oltre ai vini frizzanti il frizzante da 22042106, moltiplicato per un coefficiente d’incidenza, in quanto vengono considerati tutti i frizzanti DOP).
    I dati relativi agli ettari (24450) sono gli stessi del rapporto 2018 e anche le percentuali di produzione sono simili con l’83.6% spumante, il 16.4% frizzante e lo 0.03% (?) tranquillo.
    Sul mercato italiano, si stima che il 58% sia distribuito tramite la grande distribuzione, il 32% sia distribuito nel canale Ho.Re.Ca. e solo l’1% sia in distribuzione diretta. Trovate un interessante grafico che mette in relazione la diversa distribuzione rispetto al Conegliano Valdobbiadene, decisamente più spostato su Horeca, ingrosso e vendita diretta.
    Secondo il Consorzio, le vendite estere sono per il 70% in Europa, il 24% in Nord America e per il 6% nel resto del mondo.

    Se siete arrivati fin qui……ho un piccolo favore da chiedervi. Sempre più persone leggono “I Numeri del Vino”, che pubblica da oltre dieci anni tre analisi ogni settimana sul mondo del vino senza limitazioni o abbonamenti. La pubblicità e le sponsorizzazioni servono per aiutare una missione laica in Perù. Per fare in modo che questo lavoro continui e resti integralmente accessibile, ti chiedo un piccolo aiuto, semplicemente prestando da dovuta attenzione con una visita alle inserzioni e alle sponsorizzazioni presenti nella testata e nella sezione laterale del blog. Grazie. Marco LEGGI TUTTO

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    La produzione di vino in Italia nel 2020 – dati provvisori ISTAT

    Fonte: banca dati ISTAT
    Anche quest’anno ISTAT ha pubblicato nella banca dati la serie completa dei numeri sulla produzione di vino in Italia nel 2019. Anche se non è specificato che si tratta di un dato ancora stimato, dobbiamo aspettarci che questi numeri subiscano una piccola stabilizzazione nei prossimi mesi, e quindi li chiamiamo “provvisori” per il momento. In realtà non mi immagino grosse variazioni, soprattutto nella lettura dei numeri che si riassume in due o tre punti: primo, una produzione stabile rispetto al 2019 a sfiorare 50 milioni di ettolitri, più abbondante al nord che al sud; secondo, i vini bianchi prendono sempre più piede e sono ora il 57% del vino italiano, come potete ben apprezzare dal primo grafico animato; terzo, continua il calo del vini IGT, scesi nel giro di pochi anni dal 33% al 23% della produzione totale (secondo grafico animato, all’interno del post), sostituiti in parte dai vini DOC/DOCG, ma anche dai vini da tavola. A livello regionale e restando sulle regioni più importanti, vanno menzionati i buoni dati (rispetto alla media decennale) delle due regioni più importanti per il vino italiano, Veneto e Puglia, mentre sono largamente sotto la media storica (e l’anno scorso) i dati pubblicati relativamente alla Sicilia. Passiamo a un’analisi più dettagliata nel resto del post.Dimenticavo: tutti i dati sono sin d’ora disponibili nella sezione Solonumeri.

    Secondo i primi dati ISTAT la produzione di vino in Italia nel 2020 è stata stabile nel suo complesso rispetto al 2019 a 49.9 milioni di ettolitri e del 9% sopra la media decennale (45.6).
    Il dato si compone di un incremento del 2% dei vini bianchi (+18% sulla media storica) e di un calo del 3% dei vini rossi (in linea con la media), rispettivamente a 28.6 e 21.3 milioni di ettolitri.
    Dal punto di vista delle categorie qualitative, nel 2020 si assiste a un leggero spostamento verso i vini da tavola, +3% a 16.5 m/hl rispetto al calo dell’1% dei vini DOC (21.7 m/hl) e del 2% dei vini IGT (11.6 m/hl). Quando confrontati con la media degli ultimi 10 anni, i vini DOC e i vini comuni sono il 20% sopra la media, quelli IGT il 15% sotto.
    Anche se la vendemmia confrontata al 2019 vede un dato migliore al Nord che al Sud, i dati visti in base alle medie storiche sono da leggere diversamente. Infatti nel Mezzogiorno la produzione di 19.8 m/hl è in realtà del 12% sopra la media 2010-19, sebbene in calo anno su anno del 7%. Al Nord i 24.4 m/hl prodotti segnano invece un +7% sul 2019 e sono del 9% sopra la media. Quindi, resta il centro Italia dove la vendemmia 2020 è stata uguale sia al 2019 che alla media storica.
    La tabella delle regioni mette in luce forti volatilità per quelle piccole, ma anche qualche dato delle grandi balza all’occhio. Il Veneto resta la regione più produttiva (anche quella dove i bianchi con il Prosecco hanno la maggiore spinta) con 10.8 m/hl prodotti, +5% sul 2019 e ben il 16% sopra la media storica. La Puglia con 9.4 m/hl ha avuto una vendemmia stabile ma è del 40% sopra la media storica. Invece, nell’altro senso va sottolineata la bassa produzione in Sicilia (4.5 m/hl, -21% sul 2019 e il 10% sotto la media storica).
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    Conegliano Valdobbiadene DOCG Prosecco Superiore – vendite e esportazioni 2019

    Fonte: inumeridelvino.it su dati del CONSORZIO TUTELA DEL VINO CONEGLIANO VALDOBBIADENE PROSECCO
    La notizia principale del rapporto 2020 (con dati 2019) è certamente l’ottima performance del Conegliano Valdobbiadene alla pandemia, con un numero di certificazioni (che poi indicano le vendite) soltanto di poco inferiore a quello del 2019 (-1%) a tutto Novembre, sostenuto dalla ripresa del mercato italiano (+7% a tutto ottobre 2020) che come vedremo dal post era calato nel 2019. Ma proprio del 2019 siamo qui a parlare oggi. Un anno strano per il Prosecco superiore, fatto di forti volatilità tra mercati e con una chiusura a +2% per i volumi e +1% per il valore. Questi 90 (+2) milioni di bottiglie e 525 milioni di euro sono la continuazione di una linea di crescita che tende ad appiattirsi dal 2016 a questa parte. Come dicevamo le vendite italiane sono state giù del 6-7% nel 2019 e secondo il consorzio ciò è il risultato della strategia di favorire le esportazioni, per cercare delle destinazioni più profittevoli per il prodotto. Può darsi che sia vero, ma se guardo questi numeri io vedo soltanto un mercato estero in fortissima crescita, il Regno Unito (+83% euro, bottiglie raddoppiate). Vedo anche che se faccio la divisione tra valore e volumi nel Regno Unito si è venduto a 4.94 euro a bottiglia, mentre in Italia si vende a 6 euro a bottiglia (ma forse il prodotto è differente). Mi fermo qui. Passiamo al commento dei dati.

    Le vendite di Prosecco superiore nel 2019 sono cresciute dell’1.2% a 525 milioni di euro per un totale di 90 milioni di bottiglie vendute di spumante, cui si aggiungono un paio di milioni di prodotto non spumante.
    Le vendite in Italia sono scese del 7% in volume e del 6% in valore, rispettivamente a 50 milioni di bottiglie e 296 milioni di euro. L’Italia rappresenta ancora il 56% del valore e il 51% del volume venduto di spumante Prosecco superiore. In ambito domestico, il calo maggiore è stranamente nella vendita diretta, calata del 9-10% sia a valore che a volume, mentre nella GDO le vendite sono in discesa del 6% a valore e del 9% a volume.
    All’estero come dicevamo grande volatilità nell’ambito di un numero totale molto positivo di +16% a valore (202 milioni) e +16% a volume (38.6 milioni di bottiglie). Se lo rapportiamo ai 1062 milioni di euro di esportazioni totali di Prosecco (ossia tutti i prodotti spumanti a base Glera), il Prosecco superiore Conegliano Valdobbiadene rappresenta il 19% del totale.
    Il dato spaccato per mercato non è però così “incoraggiante”. Il Regno Unito passa da 6.4 a 12.7 milioni di bottiglie. Se togliamo queste le esportazioni a volume sarebbero in calo del 3%. Fatto salvo per la Germania (+2%) e Austria (+6%), le esportazioni a volume sono calate in Svizzera e USA, ma anche in Canada, Scandinavia, Australia e via dicendo (tabella allegata). Dal punto di vista dei volumi la storia non cambia: senza il +83% del Regno Unito le esportazioni sarebbero calate dell’1%, con il contributo negativo della Svizzera (-10%), del Canada (-5%), dell’Australia (-10%) e di Russia e Scandinavia (-18% e -24%).
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    Il sondaggio di WineTourism.com sul turismo del vino e il COVID

    Fonte: WineTourism.com
    Wine Tourism ha pubblicato un interessante sondaggio tra le cantine di tutto il mondo relativamente all’impatto del COVID-19 sull’attività di turismo del vino, di cui trovate il riferimento nella fonte qui sopra. Hanno risposto circa 1203 cantine di tutto il mondo, il 12% di quelle a cui il sondaggio è stato inviato relativamente a qual’è stato l’impatto sui ricavi da turismo del vino nel 2020, a quanto sono calati i turisti internazionali, a quando pensano di ritornare ai livelli pre crisi e via dicendo. Ho pensato di riportare qualche risultato sul blog, anche considerando che i dati sono spacchettabili per nazione e, all’interno della nazione, per regione. Tra l’altro le aziende italiane sono quelle più rappresentate, il 39% del totale contro il 15% di francesi e il 10% di spagnole. Trovate quindi nel post un paio di tabelle che vi dicono che cosa hanno risposto le cantine in tutto il mondo, quelle italiane e all’interno dell’Italia quelle piemontesi, venete e toscane. Il sondaggio dice che la maggior parte delle cantine non vede un ritorno al 2019 prima del 2022 (circa il 70% delle risposte, in Italia uguale al resto del mondo), che per l’85% delle cantine il fatturato da turismo del vino è calato (quasi il 90% per le aziende italiane) e che nel 93% dei casi si sono ridotti i turisti internazionali (95% per l’Italia. Ma commentiamo qualche altro dato insieme, sempre ricordando che i risultati completi sono sul sito in questione.

    Dai grafici sull’impatto della crisi emerge un impatto maggiormente negativo in Italia rispetto all’estero sulle vendite del turismo in tenerale. In particolare, guardando i numeri si direbbe che il calo all’estero sia del 45-50% contro il 50-55% delle cantine italiane.
    A livello regionale, le cantine più colpite sembrano essere quelle venete, dove per ben il 68% delle cantine le vendite si sono più che dimezzate, contro il 58% di quelle toscane e il 52% circa di quelle piemontesi (quasi in linea con le cantine del resto del mondo, al 50%).
    Passando alla domanda sul turismo internazionale nello specifico le risposte sembrano invertirsi un pochino, il che lascerebbe intendere che il problema dell’Italia rispetto all’estero ha avuto a che fare anche con i turisti domestici e non soltanto quelli internazionali. Infatti, a fronte di un maggiore impatto negativo sul turismo del vino in generale, il calo dei turisti internazionali sembra un pochino più spostato nelle fasce meno pesanti (il 41% delle cantine vede oltre -90% in Italia contro il 47% del totale, che implica il 52% di quelle non Italiane). L’andamento più negativo da questo punto di vista è quello della Toscana dove il calo superiore al 50% è per il 76% delle cantine, mentre meno marcato sembra in Veneto (dove il totale delle cantine in calo è simile ma sono meno distribuite nella fascia del -90%) e in Piemonte.
    Infine, un accenno al ritorno alla normalità, dove c’è un consenso praticamente unanime sul 2022. Se proprio volessimo spulciare le risposte forse potremmo scorgere un po’ più di ottimismo in Veneto e in Piemonte (forse più esposte al turismo internazionale dall’Europa) che non in Toscana.

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    Enoitalia – risultati 2019

    Enoitalia è balzata in avanti nella classifica delle aziende vinicole italiane (nel 2019 sesta per fatturato) con un costante incremento delle vendite, che hanno sfiorato i 200 milioni di euro. Nel 2019, inoltre, a migliorare in modo importante sono anche stati i margini, che le hanno consentito di posizionarsi a ridosso della “top ten” italiana per valore aggiunto. Enoitalia ha un posizionamento di prezzo medio-basso, con una produzione di 109 milioni di bottiglie per 199 milioni di fatturato. Dal sito internet si evince che è la più grande azienda italiana privata per volumi prodotti e la seconda per produzione di Prosecco. Dalla relazione degli amministratori scopriamo che ha una forte esposizione al canale “offpremise” (80%) rispetto al canale “onpremise” o Ho.Re.Ca. (20%), il che dovrebbe aiutarla nel contesto della crisi COVID. Infine, è un’azienda con una forte vocazione internazionale, con il 78% del fatturato fuori dall’Italia. Per tornare alla nostra passione, i numeri, nel 2019 a fronte di 199 milioni di fatturato, il valore aggiunto è stato 24 milioni (a testimoniare un basso grado di integrazione verticale nella fase agricola, gestita da 200 partners), l’utile operativo è balzato a 10 milioni di euro (dopo qualche anno di margini in calo) e l’azienda è riuscita a generare 6 milioni di euro di cassa per gli azionisti (di cui 2.6 andati a dividendo e i restanti a riduzione del debito), grazie anche a una attenta gestione del capitale circolante. Passiamo ai numeri e ai dettagli.

    Le vendite di 199 milioni sono principalmente realizzate in Europa, con 129 milioni di euro, mentre l’Italia rappresenta il 22% del fatturato (43 milioni di euro).
    I margini hanno cambiato faccia nel 2019 dopo diversi anni di stabilità con una caduta proprio nel 2018 in occasione del forte incremento dei prezzi della materia prima vino. Nel 2019, comunque, Enoitalia ha realizzato un valore aggiunto rettificato di 24 milioni di euro (12% delle vendite), e un utile operativo caratteristico di 10.3 milioni, il 6% del fatturato. Con poco debito e dunque quasi niente oneri finanziari l’utile netto è stato di 6.7 milioni, il livello più elevato crediamo di sempre, sicuramente più di quello realizzato nei tre anni precedenti messi insieme.
    Dal punto di vista finanziario Enoitalia si caratterizza per una struttura del capitale circolante molto efficiente, con un forte contributo dei fornitori che hanno tempi di incasso molto lunghi, il che consente all’azienda di finanziare completamente il magazzino e le dilazioni ai clienti. Quindi senza capitale circolante, il capitale investito resta molto basso, intorno a 40 milioni… il che significa che un rapporto vendite su capitale investito di 5 volte… un rigiro molto alto. Il debito nel 2019 scende da 10 a 7 milioni di euro, nonostante investimenti saliti da 5 a 7 milioni di euro, e dividendi passati da 2.1 a 2.6 milioni di euro.
    Bene, vi lascio a tabelle e grafici.

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    I numeri della viticoltura biologica in Italia – aggiornamento 2019

    Con il livello di ettari in conversione più basso dal 2014 a questa parte, la spinta verso il biologico sembra rallentare. Questo ci dicono i dati 2019 appena pubblicati da Sinab in collaborazione con ISMEA. L’Italia è chiaramente uno dei paesi più avanzati sul tema, come abbiamo sottolineato in questa analisi pubblicata lo scorso anno. La penetrazione delle superficie bio di 109mila ettari del 2019 rispetto alla superficie totale vitata riportata da ISTAT è del 17%. Di questi 109mila, 84mila sono convertiti (+13%), mentre 26mila sono in fase di conversione (il 20% in meno dell’anno scorso). Le regioni storicamente più importanti nel segmento bio, quindi Sicilia, Toscana e Puglia, non crescono più, mentre il fenomeno si sta allargando alle altre regioni. Da notare il forte incremento registrato in Veneto (+30%). Vi segnalo e allego un grafico, direttamente proveniente dal rapporto ISMEA-SINAB, che vi mostra la penetrazione dei vini bio in GDO su alcune denominazioni. Passiamo ai dati.

    La superficie vitata bio in produzione è attualmente di 84mila ettari, in crescita del 13% sul 2019. Insieme ai 25mila ettari in conversione (invece in calo del 20%) si arriva ai 109mila ettari totali, il 17% della superficie vitata.
    Mediando le superfici in fase di conversione che strutturalmente sono intorno ai 32mila ettari medi negli ultimi 5 anni con l’aumento medio delle superfici (in tutto 37mila ettari nei 5 anni) si può evincere che c’è un “tasso di abbandono”. Se la conversione dura 3 anni e sono in conversione sempre 32mila ettari, la crescita dovrebbe essere di 10mila ettari annui (un terzo dei 32mila), mentre invece parliamo di circa 7-8mila ettari annui in più. Si potrebbe dunque dire che il 30% circa delle superfici in conversione non completano il processo.
    Passando alle regioni, come dicevamo e come si vede bene dal grafico a barre, sono le “nuove” del biologico a spingere, mentre Sicilia, Puglia e Toscana, che insieme fanno il 57% del totale sono ferme ai 62mila ettari totali dello scorso anno.
    I maggiori sviluppi in valore assoluto sono in Veneto (+1866 ettari, totale 8000, ancora solo il 10% della superficie totale) e Emilia Romagna (+661 ettari, totale 5200, anche qui solo il 10%). Come dire che sta arrivando l’industria del vino nel biologico, essendo queste dure regioni quelle dove troviamo (insieme a Toscana e Piemonte) le più importanti aziende del settore in termini dimensionali.
    Vi incollo anche il grafico con le vendite bio sul totale di alcune denominazioni come pubblicate nel rapporto.
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    Esportazioni italiane di vino per regione e tipologia – primo semestre 2020

    Ritorniamo sull’export dei primi 6 mesi con due ordini di dati: 1) le esportazioni classificate secondo il metodo ATECO e suddivise per regione (di origine dell’esportatore e non di origine del vino, ricordatevi!); 2) le esportazioni per tipologia di vino, limitatamente alle tipologie che vengono rilevate, alcune anche con una declinazione regionale (ricordate: questi dati si riferiscono soltanto ai dati relativi al vino imbottigliato). I dati li conoscete bene: calano del 3.5% le esportazioni di vino in bottiglia, mentre la classificazione ATECO registra un andamento leggermente meno negativo del capitolo 2204 di ISTAT, -3.4% contro -4.1%, sempre parlando di euro. Quello che noterete è un andamento migliore per i DOC e gli IGP rispetto ai vini varietali e da tavola, in particolare per i vini bianchi DOC. Dal punto di vista dell’industria vinicola regionale il Piemonte mostra un calo più limitato di quello delle aziende venete e toscane, ma i dati migliori sono quelli registrati dalle aziende del Trentino Alto Adige, dell’Emilia Romagna e della Sicilia (tra le regioni comunque rilevanti). Passiamo ai grafici e al commento dei dati.

    Partiamo dai dati ATECO. Dato nazionale -3.4% nel semestre, le regioni “secondarie” sono in discesa del 5%, quindi più della media, le regioni “importanti” hanno cali leggermente meno marcati. Il Veneto è perfettamente in media a -3.6%, la Toscana leggermente sotto -4.2%, il Piemonte leggermente meglio -2.1%, il Trentino Alto Adige addirittura positivo, +1%. Tra i dati negativi più significativi, il calo del 18% della Lombardia salta all’occhio, oltre al -16% del Friuli Venezia Giulia. Tra i dati positivi “di peso”, vi segnalo il +3% dell’Emilia Romagna e il +7% della Sicilia.
    Nel secondo “taglio” sui vini in bottiglia il calo nazionale è molto simile a -3.5%. I DOP che sono più della metà scendono del 3.0%, gli IGT dell’1.6% mentre a perdere più quota sono i vini da tavola, -6%. Torna il segnale positivo sui bianchi DOC del Trentino Alto Adige, +7%, mentre non ci sono dati positivi tra i rossi DOP, per quanto i DOC piemontesi sono giù soltanto dell’1%. Nei vini IGT succede il contrario, meglio gli IGT rossi di quelli bianchi (+3% e -13% rispettivamente).
    Vi lascio alle tabelle.
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    Zonin – risultati 2019

    Zonin completa il primo anno nella sua nuova configurazione dopo che nella parte finale del 2018 erano state apportate all’azienda le tenute vinicole, storicamente rimaste di proprietà della famiglia. Il bilancio 2019 che presentiamo oggi è quindi “giusto” nel confronto tra la parte economica e quella patrimoniale: dopo l’ingresso dei nuovi azionisti Zonin ha 97 milioni di indebitamento (incluso 6 milioni circa di prestito dai soci) che si confronta con 22 milioni di euro di EBITDA, per un rapporto leggermente superiore a 4 volte, mentre come già avevamo rappresentato lo scorso anno il gruppo può contare su circa 230 milioni di euro di terreni e fabbricati a valore di bilancio, che dunque ampiamente coprono il debito. Dal punto di vista commerciale il 2019 ha visto un leggero calo delle vendite, tornate sotto 200 milioni, anche se viene specificato che lo scorso anno era stata contabilizzata la vendita straordinaria di 9 milioni di euro di vino sfuso che aveva sballato i confronti. La relazione degli amministratori parla in modo molto dettagliato dell’economia generale e del mercato del vino mentre quando si tratta di spiegare l’andamento dell’azienda, i conti e la strategia è particolarmente povera. Passiamo all’analisi dei dati.

    Le vendite 2019 calano del 2.5% a 197 milioni di euro (201 milioni di euro per quanto riguarda il valore della produzione). Dopo i dati molto strani del 2018 riguardo alla suddivisione geografica, i numeri tornano in linea con il passato, con 34 milioni di fatturato in Italia (dichiarati 55 nella stessa tabella, riportante la medesima dicitura, del bilancio 2018) e 163 milioni all’estero.
    La struttura dei costi vede i consumi di materie prime al 40% circa del fatturato (per un margine industriale del 60%), le spese generali e commerciali al 34% (di cui pubblicità e promozioni sono ben l’11% del fatturato) e il costo del personale a poco meno del 15% delle vendite, per giungere a un EBITDA rettificato di circa 22 milioni di euro (prima di considerare circa 1 milione di costi straordinari), pari dunque all’11% circa delle vendite. Gli ammortamenti salgono a 11 milioni per contemplare 3 milioni di ammortamento dell’avviamento e quindi l’utile operativo 2019 è poco sopra 10 milioni prima dei componenti straordinari e poco sotto nell’altra configurazione.
    I costi finanziari sono circa 7 milioni (piuttosto elevati rispetto al livello del debito) e insieme ad altri costi non ricorrenti portano a un utile netto di poco più di 1 milione di euro.
    Il debito sale da 94 a 97 milioni di euro, nonostante un miglioramento di circa 2 milioni del capitale circolante netto, dopo aver investito circa 8 milioni di euro (4% delle vendite).
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