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    Italian Wine Brands – risultati primo semestre 2023

    IWB ha chiuso il primo semestre 2023 con un incremento del fatturato dell’11% a 197 milioni, frutto soprattutto delle acqusizioni messe a segno negli ultimi mesi (Enovation Brands e Barbanera), con un contributo della crescita organica del 2%. I margini sono tornati a crescere, anche se restano largamente inferiori a quelli dell’anno “record” 2021, con un EBITDA al 9% delle vendite circa (8% nel 2022, 12% nel 2021) e un utile netto rettificato che ha toccato quota 5.5 milioni, +32% sul 2022. Le prospettive del gruppo sono di mantenere e leggermente migliorare questi dati nel corso del secondo semestre. L’EBITDA consolidato è visto a 40-44 milioni di euro, contro 37 milioni pro forma del primo semestre 2022 (31 milioni di chiarati), ossia un progresso di 3-7 milioni di euro. Nel primo semestre a livello consolidato (e dunque non pro-forma) l’incremento è stato di circa 3 milioni, quindi contro un +9/13 milioni di chiarato per l’anno. Non ultimo, IWB sta promuovendo una semplificazione importante della struttura societaria dopo le numerose acquisizioni, che porterà le unità legali dalle attuali 10 circa a 5, con vantaggi sia di costi che di flessibilità. Dal punto di vista finanziario, il bilancio chiude con un debito di 139 milioni di euro (154 includendo IFRS16), il che corrisponde a un rapporto di circa 4.5 volte contro l’EBITDA degli ultimi 12 mesi, che scenderebbe a 3.7 se considerassimo il punto medio dell’obiettivo EBITDA per il 2023. Passiamo a un’analisi dei dati.

    Le vendite di 197 milioni sono cresciute dell’11%, con un +9% in Europa (-4% in Italia), +29% in Nord America (in parte grazie alle acquisizioni), +224% in America Latina e -9% in Asia Pacifico. A fine semestre le vendite in Europa erano il 71%, quelle italiane il 16%, America 10% e resto del mondo 3%.
    Dal punto di vista delle divisioni, la parte Ho.Re.Ca. è cresciuta del 70% a 30 milioni, la parte wholesale è +9% a 137 milioni e la parte distance selling scende del 9% a 29 milioni, di cui il canale online chiude a 9 milioni, -2%.
    I margini migliorano leggermente nonostante un leggero appesantimento sulle materie prime, che costa 0.2% circa e viene ottenuto con un deciso calo in termini relativi dei costi per servizi (costi energetici principalmente, destinati a scendere ancora nel secondo semestre), mentre il personale aumenta leggermente la sua incidenza. Ne deriva un EBITDA rettificato di 17.2 milioni, 8.7% contro 14.2 del primo semestre 2022, che valeva il 7.9% delle vendite.
    Gli oneri finanziari aumentano di 1 milione, gli ammortamenti di un altro mezzo, e si arriva quindi a un utile netto di 5.5 milioni contro 4.2 dello scorso anno.
    Le prospettive per il secondo semestre sono positive, come dicevamo. IWB si attende un ulteriore miglioramento dei margini, anche per il pieno effetto dell’incremento dei listini, e un miglioramento della generazione di cassa.

    Se siete arrivati fin qui……ho un piccolo favore da chiedervi. Sempre più persone leggono “I Numeri del Vino”, che pubblica da oltre dieci anni tre analisi ogni settimana sul mondo del vino senza limitazioni o abbonamenti. La pubblicità e le sponsorizzazioni servono per aiutare una missione laica in Perù. Per fare in modo che questo lavoro continui e resti integralmente accessibile, ti chiedo un piccolo aiuto, semplicemente prestando da dovuta attenzione con una visita alle inserzioni e alle sponsorizzazioni presenti nella testata e nella sezione laterale del blog. Grazie. Marco LEGGI TUTTO

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    Lunelli (Ferrari)– risultati e analisi di bilancio 2022

    Lunelli ha passato la soglia di 150 milioni di fatturato nel 2022, mettendo a segno una crescita del 14%. Ciò è avvenuto sia grazie costante crescita degli spumanti Ferrari (+7%, soprattutto all’estero) ma, buona notizia, anche grazie al rinnovato vigore di Bisol dopo anni di lavoro (+26%) e agli ottimi risultati nel segmento delle bevande analcoliche (Tassoni è stata per la prima volta consolidata per tutti i 12 mesi). L’aumento dei costi (tra cui un +20% per il costo del personale dovuto al perimetro, immaginiamo) e l’assenza dei ricchi proventi finanziari registrati nel 2021 hanno determinato un utile netto inferiore a quello dello scorso anno (15 milioni contro 20). Se però “tirassimo fuori” le componenti finanziarie non operative (Lunelli investe in un portafoglio di aziende quotate), arriveremmo a un utile netto almeno corrispondente a quello del 2021. Dal punto di vista finanziario, l’indebitamento scende da 34 a 30 milioni circa, dopo aver però pagato 5 milioni di dividendi. Per quanto riguarda il 2023, il tono della relazione degli amministratori è prudente visto il contesto macroeconomico e le risultanze dei primi mesi del 2023, con un primo trimestre con fatturato in calo (non specificato quanto). Passiamo a un’analisi dei dati più approfondita.

    Ferrari ha chiuso il 2022 con un incremento delle vendite del 7% a 103 milioni, che sarebbe potuto essere più significativo se non fosse che… sono finite le bottiglie da vendere. Infatti i volumi sono cresciuti di meno del 3%, da 6.8 a 7 milioni di bottiglie. Come si dice nella relazione, il 2022 è stato l’anno di svolta nei mercati esteri con +34% di volume e +43% di fatturato, con gli USA mercato principale. In Italia sono andate bene le vendite nella ristorazione, mentre nel canale della GDO, pur mantenendo una posizione di leadership (7.1% quota di mercato), le vendite dovrebbero essere calate.
    Bisol ha chiuso il 2022 con un fatturato in crescita del 26% a circa 29 milioni di euro e ha ulteriormente migliorato l’EBITDA portandolo a 2.1 milioni di euro (1.5 nel 2021), il che ha consentito di chiudere il 2022 con un piccolo utile netto.
    Alcune delle altre divisioni del gruppo sono cresciute ancora più velocemente: per Surgiva il fatturato è cresciuto del 36%, per Tassoni +18% (ma con un contributo più importante per il periodo di consolidamento). In totale le “altre” attività chiudono a 22 milioni di fatturato per un incremento del 45%.
    Se guardiamo ai dati consolidati l’esposizione estera di Lunelli sale dal 17% al 19% delle vendite, per un valore di 30 milioni di euro.
    A livello operativo l’EBITDA è stabile a 29 milioni, dunque con una diluizione dal 22% al 19% del margine, anche se sono intervenute alcune poste straordinarie, senza le quali avrebbe raggiunto 31 milioni. Con la rivalutazione dei marchi e l’incrementato ammortamento l’utile operativo già dal 2021 rimane “più depresso” che in passato, stabile a circa 13 milioni. Abbiamo detto sopra dell’utile netto.
    Il bilancio resta molto solido. Ai 30 milioni di debito di cui sopra si contrappongono 104 milioni di euro in partecipazioni in imprese collegate, di cui 27 milioni sono in imprese perlopiù quotate in borsa. LEGGI TUTTO

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    Investire in vino – analisi dei rendimenti del Sassicaia nel tempo

    Fonte: CellarTracker e CruWorldWine
    Articolo co-pubblicato sulla piattaforma Liquinvex
    Analizziamo oggi i dati relativi al Sassicaia degli ultimi anni utilizzando due fonti gratuite sul valore dei vini: Cellartracker, dove potete trovare il prezzo medio di acquisto e il valore delle aste delle varie annate, e quelli di Cru World Wine, che offre una fonte alternativa di valutazione (coerente ma non esattamente allineata a Cellartracker) e anche il giudizio delle annate dalle guide.
    Bene, da questi dati possiamo fare qualche analisi e trarre qualche conclusione. Innanzitutto, direi che quando consideriamo i giudizi delle guide, come per esempio “96” dovremmo probabilmente partire da 80, visto che sotto 80 si definisce di solito un vino che ha dei difetti e non vale nemmeno la pena di essere considerato. Quindi un 96 tradotto nei buoni vecchi voti della pagella è assimilabile a un 8, ossia (96-80)/2. Adottando questo metodo con i dati di CWW, troviamo la valutazione delle annate di Sassicaia come segue. Una annata insufficiente, il 2002, qualcuna poco sopra la sufficienza (2003, 2005, 2007, 2014) e poi tutte annate sopra il 7. Guardando il grafico viene da pensare che i giudizi delle guide siano stati con il tempo più benevoli, ma forse il secondo decennio del secolo è stato migliore del primo. Non ho bevuto abbastanza Sassicaia per dirlo (purtroppo).
    Proseguiamo nel resto del post…

    Possiamo poi cercare di capire se si sono mai persi soldi a comprare il Sassicaia. Secondo i dati di Cellartracker non esiste un singolo anno in cui il valore attuale della bottiglia è sotto il prezzo medio di acquisto. Ora, anche qui bisogna fare due considerazioni: più passa il tempo più il vino dovrebbe valere, almeno fino a un certo punto. Secondo: il prezzo medio di acquisto delle bottiglie non riflette quello di quando il vino è stato rilasciato ma è una media degli acquisti nel tempo. Quindi, risultato: come vedete dalla tabella (che parte da molto lontano, 1985) il “guadagno” in valore assoluto tende ad essere maggiore nelle annate passate che in quelle attuali. Giusto direi. Però se ho comprato un 1986 al prezzo medio di acquisto, diciamo due anni dopo l’annata di produzione, e l’ho tenuto per 35 anni… fare +32% significa annualizzato fare circa l’1% annuo. Quindi se “annualizziamo” tutti questi dati, abbiamo un quadro dove i rendimenti sugli anni passati sono nell’ordine del 3% (medio), mentre salgono nelle annate recenti in quanto a fronte di buoni guadagni rispetto al prezzo medio di acquisto.

    Terza analisi: esiste una correlazione tra il valore e il giudizio delle guide? Beh, mettendo a confronto questi rendimenti annui una piccola correlazione si trova anche se gli esperti mi metterebbero a tacere, perché “non statisticamente significativa”. Ad ogni modo vero è che le due annate migliori di sempre (2016 e 2019) sono quelle con il rendimento annuo più elevato, anche per le ragioni di cui sopra. Se però invece del rendimento ponderato per il tempo mettete semplicemente la differenza tra i valori di acquisto e di mercato, allora il grafico cambia direzione e questo vi dice che il valore del tempo è importante almeno tanto quanto l’annata.
    Quale è dunque la lezione che traiamo da tutti questi dati? Prima lezione. Se i prezzi di acquisto sono quelli di Cellartracker (e sono medie), a comprare il Sassicaia nessuno ha buttato via i soldi (men che meno se lo ha bevuto probabilmente!!!). Seconda lezione. Esiste un valore “del tempo” nella rivalutazione dei vini ma non sembra più forte di quello del giudizio dell’annata. Quindi comprare grandi annate e tenerle per qualche anno sembrerebbe la ricetta giusta. Terza lezione… che cosa posso dirvi, secondo me i vini restano delle bevande, quindi da bere…

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    Concha y Toro – risultati primo semestre 2023

    La combinazione del mercato americano in rallentamento e dell’aumento dei costi delle materie prime e dell’inflazione in generale ha avuto un impatto eccezionalmente negativo sui dati di Concha y Toro del primo semestre 2023, anche perché gli investimenti in marketing non si sono fermati. Le vendite sono scese del 9% a 365 miliardi di peso ma sono soprattutto gli utili ad avere sofferto, tornati a un livello tanto basso che non si vedeva da 10 anni a questa parte. Un numero su tutti: l’utile netto è passato da 41 miliardi dello scorso anno a 9.5 miliardi dei primi 6 mesi 2023. A soffrirne è poi la struttura finanziaria, con il debito che risale a 3.6 volte l’EBITDA da 2.4 di fine 2022. C’era da prevederlo, anche perché un andamento simile (anche se meno negativo) si era già visto nel secondo semestre 2022, quando l’utile netto era calato del 25% circa. L’azienda ha continuato a investire e nei suoi commenti scrive che si attende una “significativa accelerazione” nelle vendite durante il secondo semestre, supportata dagli investimenti nel marchio e nella capacità distributiva, che non sono mai stati tagliati. E proprio questa dichiarazione ha aiutato le azioni in borsa, salite di oltre il 10% nei giorni dell’annuncio. Il 26-08, data in cui scrivo, il valore in borsa di Concha y Toro è di circa 900 milioni di euro. Passiamo a qualche numero.

    Le vendite semestrali di 365 miliardi sono calate del 9%, soprattutto a causa del -17% nel mercato americano (53 miliardi) ma anche della debolezza delle esportazioni (-9.4% a 240 miliardi), mentre le vendite in Cile sono rimaste stabili.
    I margini hanno sofferto molto, come vedete dai grafici. A livello industriale il gross margin è sceso dal 39% al 36%, e il gap si è allargato in modo ancora più evidente sotto, a livello operativo, visto l’impatto dei costi fissi (ammortamenti, spese generali – queste ultime in crescita del 5% con il costo del personale a +9%) e degli investimenti in marketing (+10% nonostante il calo delle vendite). L’utile operativo scende da 49 a 19 miliardi, per un margine che passa dal 12% al 5% del fatturato. Come abbiamo già commentato sopra l’utile netto scende ancora di più colpito anche dai maggiori oneri finanziari sul maggiore debito e con tassi di interesse più elevati.
    A livello finanziario assistiamo a un incremento del debito sia a livello assoluto (da 322 a 375 miliardi di peso) che relativo (da 2.4 a 3.6 volte le vendite).

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    Treasury Wine Estates – risultati 2022/23

    TWE chiude I conti 2023 (giugno 2023) in netta decelerazione, con un fatturato annuo a -2.2%, il che implica un secondo semestre a -6%. La spinta verso la premiumizzazione, con un portafoglio prodotti che viene definito “luxury” per l’85% del fatturato (83% l’anno passato), sta mettendo pressione sulle vendite anche a causa dell’uscita da alcuni marchi. Infatti, il -2% di fatturato si compone di un calo del 12% dei volumi a 22 milioni di casse (265 milioni di bottiglie) ma un incremento del prezzo medio per cassa da 96 a 108 dollari (tradotto in bottiglia e in euro: 5.3 euro). Il sacrificio è principalmente legato al mondo americano, dove il posizionamento di TWE è meno premium. I dati per divisione sembrano migliori di quelli generali se si guarda ai margini ma fate attenzione perché a saldo dei costi generali le cose sono un po’ meno positive. Riassumendo: vendite giù del 2% a 2.4 miliardi di dollari australiani (1.4 miliardi di euro), utile operativo in crescita del 6% e utile netto rimasto sostanzialmente in linea agli ultimi due anni a circa 250-260 milioni di dollari. Il debito invece sale per il secondo anno consecutivo, da 645 a 837 milioni di dollari (comunque intorno a 1 volta l’EBITDA), dopo aver pagato quasi 270 milioni di dollari agli azionisti. Il management mantiene la strategia e prevede un incremento degli utili a “singola cifra alta” (un modo per dire più del 5% ma meno del 10%) nel lungo termine (un modo per dire che potrebbe non essere il prossimo anno fiscale…). Passiamo a qualche dato divisionale di dettaglio.

    La divisione Penfols è ancora in luce, con un incremento delle vendite del 14% sia delle vendite a 820 milioni di dollari che dell’utile operativo a 365. Il suo contributo è ora del 55% dell’utile operativo con il 100% del prodotto nel segmento luxury (365 dollari a cassa… 18 euro a bottiglia).
    La divisione americana vede un calo delle vendite del 15% ma un incremento dell’utile operativo del 10% (204 milioni), in conseguenza sia della vendita di alcuni marchi che dell’investimento in vigneti. Il margine operativo sale dal 20% al 25%. La divisione ha oggi il 94% del fatturato “luxury”.
    La divisione Premium Brands è quella con soltanto il 61% di esposizione al segmento luxury. Le vendite calano del 2% e l’utile operativo resta stabile a 82 milioni di dollari. Il margine operativo viaggia sul 10% e il management ha ridotto le aspettative da “high teens” (tra il 15% e il 19%) to “mid-teens” (13-15%). La strategia di continuare a ottimizzare il portafoglio (modo carino per dire che vendono dei pezzi) resta confermata.

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    Il valore della produzione di vino in Italia – dati ISTAT 2022 per regione

    Istat ha pubblicato in giugno l’aggiornamento 2022 sul valore della produzione di vino ai prezzi di base, cresciuto del 10% a 4.6 miliardi di euro essenzialmente grazie al contributo delle regioni delle regioni del mezzogiorno, in crescita di oltre il 20%. Il dato va però “preso con le molle” perché il 2022 è un anno di inflazione elevata e, in effetti, se invece dei dati nominali che vedete nelle tabelle passiamo ai dati reali (ossia “concatenati ai prezzi 2015”), il segno “+” scompare e il dato 2022 è stabile rispetto al 2021 (3.75 miliardi di euro, se consideriamo i prezzi 2015). Seppur ci saranno delle revisioni sui dati del’ultimo anno, il senso è chiaro. Il 2022 non è stato un anno di crescita per il vino italiano. Il secondo punto che emerge comparando i dati del vino con i dati dell’agricoltura è che dal 2019 il valore della produzione vinicola cresce meno di quello dell’agricoltura in generale. In altre parole, se negli anni fino al 2018 il vino cresceva di peso sul totale agricoltura fino al 16%, negli ultimi quattro anni è gradualmente calato fino al 12.4%. È un ulteriore segnale (oltre alle esportazioni) che il settore del vino va bene ma non così tanto bene (o forse meglio di altri segmenti della nostra produzione agricola più in ombra). Passiamo a commentare qualche dato, con dettaglio regionale, insieme.

    Il valore della produzione di vino in Italia ai prezzi correnti di base è stato di 4.6 miliardi di euro secondo i dati ISTAT pubblicati a giugno 2023. Di questi, 0.7 miliardi sono nel Nord Ovest (-8%), 1.7 miliardi nel Nord Est (+7%), 0.8 miliardi nel centro Italia (+16%) e 1.1 miliardi nel Mezzogiorno (+22%).
    L’andamento su base decennale segna un +5% annuo e vede sempre il NordEst (+6%) e il Mezzogiorno (+7%) davanti alle altre zone (NordOvest +2% e Centro +3%).
    Dal punto di vista regionale i numeri diventano ancora più dettagliati e “volatili”. Se teniamo lo sguardo sul lungo termine, 10 anni su base annua, Sardegna (+10%), Puglia (+9%), Liguria, Abruzzo, Veneto (tutte intorno al +7%) e FriuliVeneziaGiulia (intorno a +6%) sono le regioni in cui il valore della produzione è cresciuto maggiormente.
    Le regioni del Nord Ovest con Lombardia (+1%), Piemonte e Valle d’Aosta (+2%), insieme al Lazio (+2%) sono invece le regioni secondo Istat dove la crescita è inferiore, mentre solo in una regione (Basilicata) viene rilevato un dato negativo.

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    Yantai Changyu Pioneer Wine – risultati 2022

    I dati 2022 di Yantai Changyu Pioneer Wine confermano l’attuale difficoltà del mercato cinese del vino. Gli amministratori scrivono nel (vergognoso) riassunto del bilancio in inglese: “Nel 2022, il mercato del vino domestico ha continuato a declinare a causa dell’impatto della situazione economica e della pressione di altri liquori come il Baijiu e le birre. Le vendite sia di vino importato e di vino domestico sono calate a doppia cifra (oltre il 10%), e l’aumento dei costi delle materie prime e del packaging ha ulteriormente trascinato [al ribasso] la redditività delle imprese. La stragrande maggioranza delle imprese vinicole è in difficoltà e l’industria del vino domestica è ancora sull’orlo della perdita.” In questo contesto l’azienda pubblica un bilancio sempre più striminzito (le caselle vuote sono più di quelle piene, come potete vedere), ma che nei grandi numeri rende l’idea: vendite in leggero calo (-1%, quindi apparentemente meglio dell’andamento generale del mercato), margini di profitto che scendono. Dunque per darvi un’idea, il fatturato della principale azienda vinicola cinese è di circa 550 milioni di euro e l’utile netto di 58, con un patrimonio netto di 1.5 miliardi di euro. Trovate nel resto del post il tabellone e un altro grafico.

    Le vendite sono calate dell’1% nel 2022. Secondo una nuova reportistica le vendite alla distribuzione sono state stabili a 3.3 miliardi di yuan, mentre le vendite dirette calano del 6% a 650 milioni, per un totale di 3.91 miliardi di yuan (553 milioni di euro a cambio medio 2022), -1%.
    Viene fornito un “gross margin” di 2.27 miliardi di yuan, che corrisponde al 58%, come nel 2021 ma non ancora come pre-covid (62% 2019 e molto di più negli anni precedenti).
    L’utile netto “aggiustato” è di 414 milioni di yuan, rispetto ai 472 del 2021, quasi al livello dei 400 milioni dell’anno del Covid, ma ben al di sotto degli 800-1000 milioni a cui il gruppo aveva abituato i suoi azionisti (tra cui ILLVA Saronno, che detiene il 17%) in passato.
    Purtroppo non sono disponibili altri dati, a meno di non chiedere a Google Bard che provvederà a inventarne un po’ di sana pianta (pazzesco).

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    Masi – risultati primo semestre 2023

    I dati del primo semestre 2023 di Masi sono particolarmente deludenti, sia sul fronte delle vendite e dei margini che sul fronte della generazione di cassa. Nel comunicato stampa l’azienda si confronta con il semestre 2019, sottolineando una crescita dell’11%: questo in qualche modo conferma l’idea che l’ottimo andamento presentato nel semestre 2021 e 2022 non fosse effettivamente sostenibile. Ci troviamo dunque di fronte a un fatturato in calo su base annua del 10%, tutto fuori confine, un margine operativo del 10% rispetto al 17% dello scorso anno ma diciamo anche del 12% del primo semestre 2019 e a un incremento del debito netto dagli 8 milioni di fine anno 2022 (4 a fine giugno 2022) a 21 milioni, frutto di un portentoso incremento delle scorte per far fronte al bisogno di materie prime e ricostituire le scorte di vini pregiate che negli ultimi due anni si erano esaurite. Le prospettiva del gruppo non sono positive: si parla di inflazione dei costi che continua a impattare, grandinate che probabilmente ridurranno la vendemmia 2023 e quindi faranno crescere i costi delle uve e a un mercato che non va come lo scorso anno: nel luglio 2023 gli ordinativi sono inferiori a quelli dello scorso anno, dicono gli amministratori. Nel frattempo le azioni in borsa sono poco mosse, intorno a 4.6 euro, che poi fu il prezzo dell’introduzione in borsa di diversi anni fa. C’è da domandarsi infine quale sia il senso per questa azienda di restare in borsa, con un valore di mercato di circa 150 milioni di euro ma con meno del 10% delle azioni “disponibili” per le contrattazioni (74% nelle mani “di Boscaini”, 10% di proprietà di Red Circle Investments e 8% detenuto dalla Fondazione Empaia). Passiamo a un breve commento dei numeri.

    Le vendite calano del 10% a 33 milioni di euro, con l’Italia in crescita del 6% a 10 milioni circa e i mercati esteri in calo. In particolare, il Nord America scende del 19% (Masi è molto esposta al Canada… in forte calo dai dati ISTAT) e l’Europa del 12%. Peggiora inoltre il mix qualitativo di prodotto, con i “top wines” giù del 10%, i premium wines a -14% (che è dove Masi fa più soldi, il Campofiorin per intenderci) e i vini classici (dove Masi fa meno soldi in rapporto alle vendite) che calano del 3%.
    Peggioramento del mix e inflazione dei costi hanno spinto i margini al ribasso. Il margine industriale al 63% è in realtà meglio del 2022 (61%), ma a livello di EBITDA o margine operativo lordo la minore leva operativa (meno vendite) e l’inflazione dei costi si fa sentire, con un margine che passa dal 23% al 17%, che si ribalta sull’utile operativo, da 6.2 a 3.4 milioni con un corrispondente calo di oltre 6 punti del margine, al 10%. Il bilancio chiude con un utile netto di 1.8 milioni contro 4 dello scorso anno e 1.7 del primo semestre 2019.
    A livello finanziario abbiamo detto: il debito cresce nel semestre di 14 milioni dopo un incremento dei 13 milioni del capitale circolante (di cui 11 sono magazzino), aver distribuito 2 milioni in dividendi e investito 2.3 milioni (pochi visti i progetti che il gruppo ha in ballo, ma sono stati ridefiniti i programmi).

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