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    Herita (era Santa Margherita) – risultati e dati di bilancio 2024

    Santa Margherita S.p.a. ha pubblicato per la prima volta il proprio bilancio con la nuova denominazione sociale diventata “Herita S.p.a.”. L’esercizio  2024 mostra un leggero leggero calo sia per le vendite (-3% a 248 milioni) che per l’utile netto (41 milioni). Nonostante questo, Herita ha mantenuto una generazione di cassa particolarmente interessante, che ha consentito di pagare un buon dividendo (25 milioni) ma soprattutto di acquistare il 5% di Ca’ del Bosco (per 11 milioni) portando la partecipazione nel secondo marchio più importante del gruppo al 65%. Il debito è rimasto invariato a 138 milioni, un livello perfettamente compatibile con i margini dell’azienda, a 1.7 volte l’EBITDA.
    L’operazione di acquisto di questo 5% mette in luce l’elevato valore della partecipazione. L’azienda è stata valutata poco meno di 300 milioni di euro (di cui 223 milioni di valore azionario), che corrisponde a un multiplo di 5.6 volte le vendite e 16 volte l’EBITDA. Gli alti margini (35% EBITDA), la presenza di un magazzino molto rilevante (57 milioni di euro al costo di produzione) e di un patrimonio fondiario rilevante sono certamente fattori che hanno influenzato la valutazione della quota.
    Passiamo a un’analisi più dettagliata dei numeri.

    Le vendite consolidate calano del 3% a 248 milioni, con un calo leggermente meno marcato per i prodotti finiti a -2.6%. All’interno di questa categoria le vendite in Italia sono in calo dell’1.7%, le esportazioni sono scese del 4.3%).
    Non disponiamo delle vendite per marchio ma per entità legale, che non sono pienamente sovrapponibili, visto che Herita (Santa Margherita) SpA distribuisce anche alcuni dei marchi del gruppo. Le vendite di Ca’ del Bosco sono in calo dell’1% a 52 milioni, Pile e Lamole nel Chianti cresce del 7%, mentre Ca’ Maiol (Lugana) perde il 20% a 6 milioni riflettendo i minori volumi prodotti a causa degli eventi meteorologici avversi subiti nell’annata vendemmiale precedente.
    I margini sono in leggero calo essenzialmente a causa della diminuzione del fatturato. Il valore aggiunto scende dal 47% al 46.3% mentre l’EBITDA o MOL scende da 85 a 80 milioni (-6%) con un margine che passa dal 33% al 32%. Ammortamenti e oneri finanziari sono stabili (i secondi grazie alle rettifiche su cambi) e l’aliquota fiscale scende di un paio di punti al 22%, il che consente di mantenere l’utile a 41 milioni, in calo soltanto del 4% sul 2023. A questo contribuisce anche l’impatto dei minori interessi di minoranza derivanti dall’incremento della quota in Ca’ del Bosco.
    Il debito è stabile a 138 milioni di euro, corrispondente a 1.7 volte l’EBITDA (1.6x nel 2023). Il flusso di cassa si è attestato a 60 milioni di euro ed è praticamente stato interamente ridistribuito tra il dividendo (25 milioni, sarà stabile anche quest’anno e corrisponde a poco più del 60% dell’utile), l’investimento nella quota di Ca’ Del Bosco (11 milioni), gli investimenti (stimiamo circa 15-16 milioni, considerando che solo Herita e Ca’ del Bosco ne hanno fatti 12) e un leggero incremento del capitale circolante (+5 milioni) dovuto soprattutto all’aumento delle rimanenze (+10).

    Dati in formato testo disponibili nella sezione Solonumeri.

    Se siete arrivati fin qui……ho un piccolo favore da chiedervi. Sempre più persone leggono “I Numeri del Vino”, che pubblica da oltre dieci anni tre analisi ogni settimana sul mondo del vino senza limitazioni o abbonamenti. La pubblicità e le sponsorizzazioni servono per aiutare una missione laica in Perù. Per fare in modo che questo lavoro continui e resti integralmente accessibile, ti chiedo un piccolo aiuto, semplicemente prestando da dovuta attenzione con una visita alle inserzioni e alle sponsorizzazioni presenti nella testata e nella sezione laterale del blog. Grazie. Marco LEGGI TUTTO

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    I dati finanziari cumulati delle aziende vinicole 2023 – Rapporto Mediobanca

    I risultati 2023 delle 154 aziende vinicole italiane con oltre 20 milioni di fatturato analizzate dal rapporto Area Studi Mediobanca hanno avuto un 2023 stabile a livello operativo, con un deterioramento dell’utile netto e della redditività per gli azionisti essenzialmente dovuto all’incremento del debito e di conseguenza degli oneri finanziari. Le conclusioni sono quasi le medesime della scorsa settimana, quando abbiamo analizzato il campione totale (255 aziende) che includeva anche le cooperative. Senza di esse il fatturato è andato leggermente meglio, i margini sono rimasti stabili, mentre la leva finanziaria è salita in virtù di maggiori investimenti e di un marcato peggioramento del capitale circolante netto.
    Le prospettive non sono purtroppo rosee. Le indicazioni preliminari di Mediobanca dicono che il fatturato 2024 è rimasto stabile, mentre le aspettative per il 2025 sono per una crescita molto leggera nella migliore delle ipotesi. Sarà dunque importante rivolgere l’attenzione ai costi, e in particolare a quelli gestibili, come il costo del personale che nel 2024 è cresciuto a un passo ben superiore a quello delle vendite.
    Passiamo avanti con il commento dei numeri, tabella e grafici.

    Le vendite delle 154 aziende incluse nel campione sono rimaste stabili, con un andamento uguale per Italia ed export, coerente con il dato ISTAT relativo alle esportazioni. Se confrontiamo i 6.2 miliardi di fatturato con il dato ribasato di 5 anni deriviamo una crescita delle vendite annua del 4%, fatta di +3.9% in Italia e +4.4% all’estero.
    Il margine industriale è migliorato dal 23% al 23.6%, ma il progresso è stato mangiato da un incremento del costo del personale del 4.6%, costato lo 0.4% di margine che porta quindi l’EBITDA sulle vendite a un progresso più limitato, dal 13.9% al 14.1%, per un valore di 873 milioni, comunque il più elevato del campione. Anche in questo caso se allarghiamo lo sguardo a 5 anni, vediamo che le aziende vinicole italiane hanno guadagnato in produttività (a differenza del 2023), visto che a fronte di un incremento annuo del 5.6% del margine industriale, il valore aggiunto cresce del 6.3% annuo, implicando un incremento più moderato del costo del personale. L’utile operativo è stabile al 9.2% vista la crescita dell’incidenza degli ammortamenti.
    L’utile netto del campione cala da 375 a 331 milioni. Il dato qui è più difficile da “giudicare” visto che intervengono una serie di componenti non ricorrenti. Quello che è chiaro è che gli oneri finanziari sono cresciuti di 40 milioni di euro a 57 milioni, e questo spiega quasi in toto il calo degli utili.
    Questo incremento degli interessi passivi ci ricollega alla parte finanziaria: l’indebitamento finanziario netto sale da 1.4 a 2 miliardi di euro, per un rapporto con l’EBITDA di 2.3 (da 1.6). Il capitale investito cresce da 8.6 a 9.4 miliardi per via dei crescenti investimenti (393 milioni nel 2023, il 6.4% del fatturato, livello più alto dal 2018) ma anche del capitale circolante. Pur rimanendo molto ben patrimonializzato (debito/patrimonio 0.3), il settore ha visto quindi un incremento della leva finanziaria, probabilmente anche legato al maggiore dinamismo della parte acquisizioni. LEGGI TUTTO

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    I dati finanziari cumulati del settore vino 2023 – Rapporto Mediobanca

    Il rapporto sul settore del vino prodotto da Area Studi Mediobanca è da sempre un punto di riferimento e un appuntamento fisso del blog per il rigore e la completezza dell’analisi. Ringrazio Gabriele Barbaresco e il suo gruppo di lavoro (che ho recentemente conoscuito di persona) per averlo condiviso anche quest’anno. In questo post analizziamo i dati cumulati di 255 aziende vinicole con oltre 20 milioni di fatturato, seguiranno quelli delle aziende non cooperative e delle aziende specializzate nel segmento degli spumanti.
    Dopo il balzo del 2022, nel 2023 il fatturato delle aziende vinicole italiane non è cresciuto (-0.1%), anche se il calo dei costi delle materie prime ha consentito un robusto miglioramento del margine industriale (di quasi 1 punto percentuale). Il risultato finale è di un utile netto in calo, eroso scendendo nel conto economico dall’aumento del costo del personale (+646 addetti, +4% il loro costo), degli ammortamenti (+4.6%) ma soprattutto degli oneri finanziari (maggiore debito per via di investimenti e acquisizioni).
    Anche dal punto di vista finanziario, dopo anni estremamente virtuosi, il debito e i rapporti di indebitamento crescono (2.8x debito netto su MOL da 2.3x), per via dell’aumento delle scorte, dei maggiori investimenti (e riteniamo acquisizioni).
    Cosa dice il rapporto sul 2024? Beh, i dati preliminari parlano di un altro anno con vendite stabili, anche se le previsioni indicano un miglioramento più deciso dei margini, che consentirebbe un incremento degli utili del 10% circa.
    Passiamo a un’analisi più dettagliata dei dati con tabelle e dati.

    Le vendite delle 255 aziende (di cui 82 cooperative, 154 aziende italiane e 19 estere) sono rimaste stabili a 11.7 miliardi, con un perfetto bilanciamento Italia-estero entrambi a 5.8-5.9 miliardi.
    I margini sono leggermente cresciuti, con un incremento del valore aggiunto del 4.3% a 2.28 miliardi di euro, per un margine del 19.5%. Con un incremento del costo del personale del 4.3% (addetti +3.3% a 20487), il MOL (o EBITDA in senso lato) è cresciuto del 4.3% anch’esso a 1.23 miliardi, mentre l’incremento degli ammortamenti del 4.6% ha portato l’utile operativo a un +4% a 722 milioni di euro, per un margine del 6.2% rispetto al 5.9%, ancora sotto il 6.6% “record” del 2021. La voce più negativa è quella degli oneri finanziari, praticamente raddoppiati, che si sono mangiati la crescita dell’utile operativo, portando a un utile netto di 412 milioni, in calo del 19% sul dato del 2022.
    Passando alla parte finanziaria, il debito finanziario netto cresce in modo marcato, da 2.7 a 3.4 miliardi di euro, passando da 0.28 a 0.34 volte il patrimonio e da 2.3 a 2.8 volte l’EBITDA. Sebbene si tratti di rapporti molto moderati, soprattutto considerando la dotazione fondiaria dell’attività, si tratta del primo cambio di tendenza da diversi anni. Oltre all’aumento del capitale circolante (soprattutto legato alle scorte di magazzino, da 3.2 a 3.6 miliardi di euro), si è registrato un incremento degli investimenti (da 591 a 665 milioni di euro, dal 5% al 5.7% del fatturato), anche legato al crescente consolidamento del settore.
    Bene, vi lascio alle tabelle e ai grafici.

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    Chapel Down – risultati 2024

    Se oggi parliamo di Chapel Down, il leader della produzione di spumanti inglesi, è perché la revisione strategica di qualche mese fa che avrebbe dovuto portare alla revoca della quotazione dalla borsa inglese non ha avuto successo. Detto in altre parole: nessuno se l’è comprata e quindi si va avanti con i soldi che ci sono cercando di tirare la cinghia perché la combinazione di investimenti in nuove vigne (122 acri nel 2024 per arrivare a oltre 1000) e l’incremento del vino in invecchiamento sta portando il debito su livelli più elevati del budget.
    Ad aggravare la situazione ci troviamo a commentare un bilancio 2024 che alla cieca mai si attribuirebbe a un’azienda con una prospettiva così brillante (obiettivo: 1% del mercato dello Champagne nel 2025, ossia 3 milioni di bottiglie): le vendite sono calate del 5%, l’EBITDA si è più che dimezzato, l’utile operativo è in pareggio e si è passati da un leggero utile a una leggera perdita.
    Il titolo ha sofferto nell’ultimo anno (-35%) pur riprendendosi un po’ nel 2025. Il valore di borsa è di circa 80 milioni di sterline. Le prospettive per l’anno non sono state comunicate, anche se si parla di una buona partenza d’anno.
    Passiamo a un’analisi più dettagliata dei numeri.

    Le vendite calano del 5% a 16.3 milioni di sterline, di cui il 2% dovuto all’uscita dal segmento degli spiriti (e un pezzettino anche dovuto al fatto che gli inglesi avevano beuto tanto per l’incoronazione di re Carlo nel 2023!!!). Chapel Down specifica che i dati sono molto migliorati nel quarto trimestre, che ha segnato un +10%. La principale ragione del calo (anche dei margini che vediamo dopo) è il forte calo della distribuzione (offtrade) che ha ridotto le scorte, -20% a 6.8 milioni, mentre le vendite nel canale ontrade (bar e ristoranti) sono cresciute del 16%, così come le vendite dirette e l’ecommerce (+13%), con le due categorie a rappresentare una buona metà del fatturato.
    I margini sono in calo, anche escludendo il milione di sterline speso nella review strategica. Tra le altre ragioni, spicca un maggior peso di vini fermi nel mix di vendite, dovuta all’eccezionale volume del raccolto del 2023, insieme al fatto che nel 2024 sono stati venduti prodotti del 2022 che avevano un costo unitario molto elevato. Alla fine, il margine lordo scende dal 52% al 48%, l’EBITDA dal 32% al 15% delle vendite (con dentro costi straordinari e i costi di marketing che continuano a crescere), l’EBIT come dicevamo va a 0 e la perdita netta è di 1 milione.
    Dal punto di vista finanziario, gli stock di vino salgono di 4 milioni, viene perso un altro milione nel capitale circolante, e con gli investimenti in nuove vigne (2.5 milioni), il debito sale da 1 milione a 9 milioni di sterline, cui se ne aggiungono altri 10 di affitti IFRS16. Proprio questo incremento di 8 milioni del debito è il problema di Chapel Down, visto che può contare su linee di credito piuttosto limitate (20 milioni) e quindi bisogna invertire il trend.

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    Lanson BCC – dati di bilancio 2024

    di Marco Baccaglio
    Gli effetti del calo delle esportazioni di Champagne del 2024 si vedono molto chiaramente nel bilancio di Lanson BCC, che analizziamo oggi. Le vendite sono calate del 6%, gli utili hanno segnato -35%, rispetto a valori che nel 2022 e 2023 (con cui è il confronto) decisamente fuori dal normale soprattutto dal punto di vista dei margini. Il secondo semestre ha però segnato nel caso di Lanson una stabilizzazione del fatturato (+3% dopo il -20% del primo semestre), che è un buon segno, anche se i margini sono scesi ancora. Come sempre ci sono poche indicazioni circa l’evoluzione della gestione, anche se le esportazioni di Champagne di inizio 2025 non sono per niente incoraggianti. Se poi guardiamo indietro negli anni al periodo pre-Covid, Lanson è in una situazione decisamente migliore, con buoni margini e un rapporto tra scorte e debito gradualmente migliorato.
    Proseguiamo l’analisi nel resto del post con grafici e tabelle.

    Le vendite 2024 di 255 milioni sono in calo del 6%, appesantite dal -15% nel mercato europeo (il Regno Unito viene citato per gli eccessi di stock nel mercato) a 105 milioni e nonostante la tenuta in Francia, +1% a 126 milioni. In Asia, -22%, va anche peggio ma il mercato è marginale (10 milioni).
    Il margine lordo tiene su livelli molto elevati in prospettiva storica, 49%, sebbene più basso del 51% del 2023, 125 milioni di euro contro 140. La buona gestione dei costi operativi (personale -4% e costi operativi totali in calo del 7%) consente di contenere il calo dell’EBITDA al 15%, per 57 milioni. Poi più sotto con ammortamenti in crescita del 4%, e oneri finanziari che passano da 10 a 16 milioni, c’è poco da fare: l’utile netto crolla del 35% a 24 milioni, ma resta comunque ben sopra quello che si era visto pre-Covid. Va notato che il calo dell’utile era stato molto più marcato nel primo semestre (-68%) che nel secondo (-20%).
    A livello finanziario, il debito sale da 502 a 518 milioni con un valore delle rimanenze stabile a 582 milioni di euro. Quindi una lettura leggermente negativa, con un peggioramento del capitale circolante (27 milioni), un livello comunque sostenuto di investimenti (11 milioni contro 9 milioni di ammortamenti) e una remunerazione dei soci di 7.4 milioni di euro (quasi tutto dividendo) contro gli 8.8 milioni del 2023 (dove gli acquisti di azioni proprie avevano avuto un forte impatto).

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    AdVini – risultati 2024

    La società francese ha chiuso i conti del 2024 con un calo del 3% dei ricavi a 278m milioni di euro, ma con un incremento dell’EBITDA del 27% a 18 milioni di euro, per un margine sulle vendite del 6,6%, rispetto al 5,1% del 2023 ed al 7,2% della media dei sette anni precedenti.
    Con un ritardo di un anno, il management è riuscito nella sua opera di ristrutturazione della base costi, almeno a livello operativo. Infatti, è vero che la società è tornata in utile dopo la perdita di 14 milioni di euro del 2023, ma l’utile netto è stato solo simbolico a circa 0,2 milioni di euro, non certo soddisfacente.
    Inoltre, il debito netto rimane su livelli molto elevati (a circa 158 milioni di euro), pari a ben 8,6 volte il suo rapporto con l’EBITDA, mentre il ritorno sul capitale investito rimane molto modesto (2,4%) e quindi inferiore al costo del capitale stesso. Anche in rapporto al capitale proprio, il debito è molto elevato a pari al 210% (dal 226% del 2023 e ad una media inferiore al 150% nei precedenti quattro anni).

    Certamente, il contesto commerciale non è stato favorevole, visto che il mercato del vino in Francia nella GDO è sceso del 3,4%, le esportazioni di vini francesi sono calate del 3% (a 10,9 miliardi di euro) e la stessa produzione vinicola è calata di ben il 18% a meno di 37 milioni di ettolitri.
    AdVini ha fatto meglio in alcuni mercati, come Europa del Nord, Asia e Canada, ma peggio in particolare negli Stati Uniti, dove la paura dei dazi, che poi qualche mese dopo si è rivelata fondata, ha portato ad un incremento delle esportazioni, ma non di vini francesi del perimetro della società.
    Il 56% delle vendite di AdVini è stato dedicato all’export, con una crescita del 3,6% prima dell’effetto cambi, ed il restante 44% è stato destinato al mercato francese.
    Drammatici i dati sulla raccolta delle uve nel 2024: il maltempo ha fatto registrare cali in quasi tutte le regioni in cui il gruppo è presente, in particolare Bordeaux (-30%) e Borgogna (-60%), mentre si salvano le regioni meridionali affacciate sul Mediterraneo (Languedoc Roussillon e Provenza, pressocché stabili).
    Il titolo a metà maggio 2025 capitalizza solo 50 milioni di euro alla Borsa di Parigi e scambia controvalori giornalieri modesti (dell’ordine delle migliaia di euro), risultando quindi molto illiquido.

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    Masi – risultati 2024

    di Marco Baccaglio

    Masi archivia senza ombra di dubbio il peggiore anno da quanto analizziamo i conti (2014). Sebbene le vendite abbiano tenuto, i margini sono ulteriormente calati, scendendo sotto il 4% a livello operativo, e il peso del maggiore debito (i forti investimenti continuano) ha portato il bilancio a chiudere in leggera perdita, cosa mai capitata nemmeno nello scellerato 2020. La storia degli ultimi anni è stata quella di continui investimenti, soprattutto nella brand house Monteleone21, che sembra essere pronta per l’apertura al grande pubblico nel 2025. In questo senso, e pur considerando che Masi ha un posizionamento difficoltoso se consideriamo Valpolicella-Amarone (vini rossi, grado alcolico elevato), ci sono le premesse per vedere una inversione della tendenza negativa degli ultimi anni (vedendo anche un secondo semestre migliore) e un rientro dalla situazione debitoria che ha raggiunto quota 27 milioni (36 compreso IFRS16), rispetto ai 16 dello scorso anno e ai circa 9 del 2019, anno precedente alla crisi del Covid.
    Passiamo a commentare qualche numero insieme con grafici e tabelle.

    Le vendite sono stabili a 67 milioni, con un primo semestre in calo del 9% e un secondo semestre a +10%. Masi ha avuto un anno eccellente in Canada (dopo un paio di anni bui), portando il fatturato del Nord America a +11% (22 milioni), mentre ha perso terreno in Europa (-7% a 21 milioni) ed è rimasta stabile in Italia (21 milioni).
    Dal punto di vista dei prodotti, i top wines calano dell’8% a 18 milioni, i premium wines (che includono Campofiorin) sono in leggera crescita (+2%) a 31 milioni, mentre i classical wines con una crescita dell’8% (18 milioni) tornano al livello del 2022, che è anche il più elevato da quando osserviamo i dati.
    Il gross margin è stabile al 60%, per un valore di 40 milioni di euro. Con i costi operativi in crescita del 4%, di cui un +2% deriva dai costi straordinari. L’EBITDA riportato cala dunque del 16% a 6.1 milioni (-6% a 6.8 milioni senza le partite straordinarie) e l’utile operativo scende a 1.8 milioni (2.4 milioni aggiustato), con una perdita netta di 1 milione. Gli ammortamenti stabili indicano che l’ammortamento del nuovo centro visitatori non è ancora partito in pieno.
    Dal punto di vista finanziario, Masi ha un debito finanziario di 27 milioni, +11 milioni rispetto al 2023, e sta rinegoziando un allungamento delle scadenze con il sistema bancario. Ovviamente, data l’enorme dote di attivi fissi (vigneti, immobili e via dicendo) non è un dato particolarmente preoccupante, anche se chiaramente gli investimenti degli ultimi anni si sono fatti sentire (11 milioni nel 2024, probabilmente il “colpo finale” per completare il centro visitatori). I dividendi pagati agli azionisti sono scesi da 2 milioni a 1 milione di euro, mentre il capitale circolante ha determinato un assorbimento di 4 milioni, nonostante il magazzino stabile, a causa dell’aumento dei crediti verso clienti per il buon andamento delle vendite del secondo semestre.

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    Concha y Toro – risultati 2024

    Concha y Toro ha chiuso il 2024 con dati finanziari molto buoni, come già avevamo avuto modo di commentare alla fine del semestre. Le vendite raggiungono un nuovo record di 959 miliardi di peso (930 milioni di euro), +15%, mentre molti parametri operativi (EBITDA, EBIT) si riavvicinano ai livelli record toccati nel 2021. Il risultato è la combinazione di diversi fattori. Innanzitutto la spinta valutaria derivante dalla svalutazione del peso cileno che stimiamo abbia portato circa l’11% di maggiori vendite, senza la quale la crescita sarebbe stata del 4-5% (non male in ogni caso). Va poi considerato lo sforzo di innovazione che l’azienda sta facendo, con vini low-alcohol, nuove nicchie (vino invecchiato nelle botti del bourbon per esempio) e la focalizzazione su un paio di marchi importanti (Casillero del Diablo, circa il 38% del fatturato, e ora Don Melchor, che però rappresenta solo il 2% del fatturato).
    Le indicazioni sul 2025 sono rassicuranti, con una crescita attesa tra il 3% e l’8%. Le azioni di Concha y Toro si stanno comportando bene recentemente: nei primi 4 mesi del 2024 sono cresciute del 9%, la migliore performance tra le aziende vinicole di cui teniamo traccia (la tabella con tutte le altre è all’interno del post).
    Bene proseguiamo l’analisi con ulteriori commenti, grafici e le tabelle riassuntive.

    Le vendite 2024 sono cresciute del 14.5% a 959 miliardi di peso, che corrisponde a un incremento del 9% nel secondo semestre, dopo il +22% dei primi 6 mesi dell’anno.
    Le esportazioni sono cresciute del 17% (4% senza l’effetto cambi) a 659 miliardi, le vendite locali in USA hanno toccato 130 miliardi (+19%, +7% senza cambi), le vendite cilene di vino sono a 104 miliardi, +6%.
    I margini migliorano sensibilmente ma sono ancora sotto il record del 2021. L’EBITDA torna al 16% per 151 miliardi, con un miglioramento di oltre 4 punti percentuali, di cui 2 punti vengono dal margine lordo e altri due dalla leva operativa sulle spese commerciali, mentre l’utile operativo di 120 miliardi quasi raddoppia, per un margine che passa dall’8% (che però aveva dentro alcuni oneri non ricorrenti) al 12%. L’utile netto di 79 miliardi cresce dell’83% sul 2023, con un progresso che si è realizzato soprattutto nel primo semestre.
    A livello finanziario, Concha y Toro è riuscita a ridurre il debito del 9% circa a 355 miliardi di peso, quindi -34, per un rapporto debito su EBITDA che torna a 2.3 volte dopo la punta di 4 volte del 2023, dovuta soprattutto al forte calo dell’EBITDA.

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