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    Quanto costa produrre una bottiglia di vino? – studio Camera Agricola di Bordeaux 2022

    La camera di commercio di Bordeaux compila quasi ogni anno uno studio sui costi di produzione del vino, con dovizia di dettagli e per numerose tipologie di azienda vinicola, da quelle piccole (15 ettari, che usiamo oggi qui come riferimento) a quelle più grandi da 60 ettari, con una resa per ettaro di 50 ettolitri in convenzionale e 40 in biologico.
    Oggi proviamo a “semplificare” i dati per renderli più comprensibili, a fare un confronto tra i costi di produzione “bio” rispetto a “convenzionale” (risposta: 20% in più), a capire quanto pesano i costi di produzione del liquido rispetto al suo imballaggio (risposta: siamo quasi metà e metà) e a capire come si sono evoluti questi costi nel tempo (risposta: circa +10% tra il 2019 e il 2022).
    Ovviamente si tratta di uno studio su uno scenario particolare – azienda di 15 ettari coltivati metà a 1.5mt e metà a 1.8mt -, in una zona particolare – Bordeaux, dove la vigna è prevalentemente piana – con dei costi di produzione, in particolare il costo della vigna da ammortizzare su 25 anni di 42mila euro per ettaro (quindi non propriamente una vigna da grandi vini…).
    Bene, la conclusione è che una bottiglia di vino nel 2022 costa 3.2 euro in viticoltura convenzionale e 3.9 euro in viticoltura bio, in entrambi i casi con 1.5 euro per il costo di imbottigliamento (oltre al vetro e via dicendo). Di nuovo, se invece di 42mila euro a ettaro mettessimo 1 milione a ettaro di costo della vigna da ammortizzare, il costo implicito della vigna salirebbe da 0.30 euro a bottiglia a 6 euro a bottiglia, con un conseguente costo totale per bottiglia in salita a 9-10 euro a bottiglia.
    Ulteriori dettagli con tutte le tabelle nel resto del post.

    La Camera Agricola della Gironda pubblica questo studio (link) quasi ogni anno.
    Per un’azienda di 15 ettari e una resa di 40-50 hl/ha in bio/convenzionale rispettivamente, la stima dei costi agricoli nel 2022 è di 1.3 euro a bottiglia per il convenzionale e 1.9 per il bio, cui si aggiungono costi di vinificazione di 0.4 e 0.5 euro a bottiglia rispettivamente, per un costo del vino di 1.7/2.4 euro. Quindi produrre un vino bio (considerando anche la minore resa) costa il 40% in più.
    Si aggiungono poi 1.5 euro per l’imbottigliamento e si arriva ai 3.2/3.9 euro di cui dicevamo sopra (ovviamente qui il costo è uguale per bio e convenzionale).
    Se lo guardiamo nel tempo consultando gli studi del passato (quasi completamente sovrapponibili), nel 2019 il costo del liquido era di 1.6/2.3 euro, passando a 1.7/2.4 nel 2022, quindi con un aggravio di costo piuttosto moderato del 6-7% su un arco temporale di 3 anni.
    I costi invece sono aumentati molto di più sulla parte “secca”, passando per l’imbottigliamento da 1.25 euro a 1.48 euro per bottiglia, con un aggravio quindi del 18%, il che determina il paradosso che per un vino “base” come può essere quello considerato in questo studio, il costo dell’imballaggio arriva quasi alla metà del totale!
    Vi lascio alle tabelle, di nuovo con l’avvertenza di prendere questi dati “con le molle”. Se il costo di imbottigliare una bottiglia di Barolo può essere molto simile a quello considerato in questo studio (anche se su tappi e bottiglie ci sono diverse scelte da fare…), il costi impliciti della vigna, le rese, i costi del suo trattamento (pensiamo a colline o montagne) possono essere differenti.

    Se siete arrivati fin qui……ho un piccolo favore da chiedervi. Sempre più persone leggono “I Numeri del Vino”, che pubblica da oltre dieci anni tre analisi ogni settimana sul mondo del vino senza limitazioni o abbonamenti. La pubblicità e le sponsorizzazioni servono per aiutare una missione laica in Perù. Per fare in modo che questo lavoro continui e resti integralmente accessibile, ti chiedo un piccolo aiuto, semplicemente prestando da dovuta attenzione con una visita alle inserzioni e alle sponsorizzazioni presenti nella testata e nella sezione laterale del blog. Grazie. Marco LEGGI TUTTO

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    Vranken Pommery – risultati primo semestre 2024

    In un semestre molto difficile per le esportazioni di Champagne, Vranken Pommery ha ceduto circa il 7% del fatturato con un leggero calo anche in Francia ma è riuscita a migliorare i margini, frutto della strategia di premiumizzazione soprattutto sul marchio Vranken Pommery, oltre che grazie alla riduzione delle perdite della divisione vini fermi (“vini delle sabbie e della Provenza”). Il problema dell’azienda resta l’elevato indebitamento (730 milioni alla fine di giugno compreso di un piccolo impatto da IFRS16), più elevato del valore del magazzino, che si è tradotto in un significativo incremento degli oneri finanziari.
    Alla fine, la situazione classica delle aziende della Champagne, primo semestre in perdita e secondo semestre in utile, si è ripresentata anche questa volta. Le prospettive non sono rosee, anche se la situazione viene “parafrasata” dicendo dopo la forte crescita post-Covid ci si attende una normalizzazione dell’attività. Se mettessimo insieme un secondo semestre stabile con il progresso del primo semestre, Vranken Pommery potrebbe comunque centrare un buon miglioramento a livello operativo, mentre gli oneri finanziari non dovrebbero scendere (nonostante l’evoluzione positiva dei tassi di interesse) a causa della struttura del debito, che è stata girata sul tasso fisso.
    Grafici e tabella riassuntiva sono nel resto del post, compreso un ulteriore commento.

    Le vendite calano del 7% a 110 milioni di euro, con la Francia a 41 milioni e -3.5%, l’Europa a 41 milioni e -9% e il resto del mondo a 28 milioni e -8%.
    Dal punto di vista dei prodotti, lo Champagne cala del 6% a 104 milioni mentre i vini fermi sono in calo del 19% a 6 milioni di euro.
    A livello operativo il margine EBITDA migliora dal 16% al 21%, ossia da 19 a 23 milioni, trascinando l’utile operativo al 14% per un totale di 15 milioni. Tutti gli utili provengono dalla Champagne (15 milioni, margine 15%), ma anche la divisione vini fermi riduce la perdita del primo semestre.
    Con oneri finanziari in crescita da 13 a 16 milioni, il progresso dell’utile operativo scompare in fondo al profitti e perdite, che segna una perdita di circa 2 milioni.
    A livello finanziario, il debito sale a 730 milioni, 711 prima di IFRS16, +28 milioni da giugno 2023. L’azienda ha pagato dividendi per 7 milioni nel periodo (nel secondo semestre 2023). Gli investimenti sono stati di 10 milioni, in leggero calo sui 12 milioni del primo semestre 2023, mentre un impatto negativo lo ha sortito l’incremento del capitale circolante (fattore stagionale) che è stato di 39 milioni, contro i 22 milioni del semestre 2023.

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    Indebitamento e leva delle principali aziende vinicole – dati Mediobanca 2023

    Dati in formato testo disponibili nella sezione Solonumeri.

    Ultima puntata del lavoro sul rapporto Mediobanca. Parliamo oggi di debiti e di leva finanziaria delle principali aziende vinicole italiane. La prima cosa da dire è che i debiti di queste 24 aziende analizzate sono cresciuti del 23% nel 2023, diciamo pure il ritmo più sostenuto “di sempre”. La ragione è semplice: siamo di fronte a un processo di consolidamento del settore dove si stanno creando alcuni poli (IWB, Argea per esempio) in alcuni casi guidati dal private equity, e nel 2023 in particolare, Antinori si è portata a casa una grande azienda vinicola americana (Stag’s Leap Wine Cellar), facendo crescere in modo importante il suo debito (e a conti fatti, il 90% dell’incremento del debito del campione è proprio da associare ad Antinori). Questo non significa un peggioramento degli indici di bilancio, in quanto il maggiore debito è stato parzialmente compensato dal maggior patrimonio e dai maggiori utili operativi. Certamente nel 2023 questo maggiore debito si è combinato a tassi di interesse più elevati e ha quindi determinato un impatto negativo sugli utili che abbiamo potuto apprezzare nei dati commentati nelle scorse settimane. Bene, nel ricordarvi che le tabelle incluse nel post si riferiscono esclusivamente alle aziende con oltre 100 milioni di euro di fatturato, vi invito a proseguire nella lettura.

    Le 24 aziende analizzate hanno visto crescere il loro debito da circa 2.1 a 2.5 miliardi di euro nel 2023, a fronte di diverse operazioni di consolidamento.
    I debiti come riportati dal rapporto Mediobanca di Antinori sono cresciuti da 209 a 630 milioni di euro (per intenderci l’indebitamento finanziario netto da bilancio è pari a circa 400 milioni, ma l’ordine di grandezza è corretto) per l’acquisizione di cui sopra e Argea segna anch’essa un incremento.
    Per quanto riguarda tutte le altre aziende notiamo debiti sostanzialmente stabili o in leggero calo.
    In termini di rapporto con il patrimonio, la cooperativa La Marca mostra il rapporto più elevato a 3.3 volte, seguita da Mack & Schuhle a 2.1 e Schenk a 1.6.
    Se lo rapportiamo al valore aggiunto troviamo di nuovo le cooperative in cima alla classifica, ma questo è ovviamente relativo al loro modello. Se escludiamo le cooperative, Zonin ha il rapporto più elevato a 3.2, seguita da Argea a 3 e IWB a 2.9. Casualmente sono proprio queste tre aziende che hanno iniziato un percorso di consolidamento con l’ingresso di capitale non familiare (quotazione in borsa o private equity). Pur realizzando l’importante acquisizione, Antinori ha mantenuto un rapporto di 2.2 volte il valore aggiunto.

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    Lanson BCC – risultati primo semestre 2024

    Il forte calo delle esportazioni di Champagne del primo semestre 2024 si ribatte ovviamente sui risultati delle aziende quotate ed esposte a questo segmento. Cominciamo oggi con Lanson BCC, che ha riportato un deciso calo delle vendite (-20%) e dell’utile netto (-68%) dopo un paio di anni in cui anche il primo semestre offriva dei buoni livelli di profittabilità.
    Altre due cose vanno sottolineate. La prima è che questi dati pur in forte calo sono molto meglio dei semestri pre-Covid.
    La seconda è che Lanson nel confronto 2024 contro 2023 ha fatto decisamente peggio del mercato, calato del 15% in volume (106 milioni di bottiglie), di cui -10% per la Francia e -18% per le esportazioni (sempre parlando di bottiglie). Lanson ha registrato vendite… -13% in Francia e -25% all’estero nonostante dica che il prezzo mix è migliorato, quindi togliendo quel contributo positivo probabilmente il gap è ancora più rilevante. Nulla si dice sulle prospettive, come al solito peraltro, salvo che essendo il secondo semestre i due terzi dell’anno delle vendite e la metà dei costi… le cose dovrebbero migliorare… passiamo ai numeri, con ulteriori commenti e grafici.

    Le vendite calano da 109 a 88 milioni di euro, di cui 42 in Francia, -13% e 46 all’estero, -25%. Le vendite estere sono scese molto pesantemente in Europa, a cui Lanson è molto esposta, da 49 a 35 milioni di euro, -28%, mentre nel resto del mondo il calo è inferiore al 10% con un recupero in Nord America.
    I costi sono pienamente sotto controllo. Anzi, il margine lordo di 50 milioni è il 57% delle vendite contro il 53% dell’anno scorso (quando in valore assoluto era 58 milioni), a dimostrazione che la strategia di migliorare il prezzo-mix funziona anche qui. I costi del personale e i costi esterni sono stabili o in leggero calo, il che porta a un EBITDA di 17 milioni, contro i 23 dell’anno scorso primo semestre, quindi -29%, e con un margine che scende dal 21% al 19%, ma comunque resta molto sopra quanto visto in passato.
    Gli oneri finanziari crescono per via dei maggiori tassi di interesse e si arriva in fondo con 4 milioni circa di utile netto.
    Dal punto di vista finanziario, il debito cresce (+39 milioni nei 12 mesi a 534 milioni) ma meno del magazzino (+57 milioni a 581 milioni). Nel corso del primo semestre Lanson ha pagato dividendi per 7.3 milioni, il 10% in più dell’anno precedente ma non ha riacquistato azioni sul mercato (2 milioni negli anni scorsi).
    Quindi in conclusione: un semestre difficile ma ancora buono se confrontato alla situazione pre-Covid.

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    Settore vino contro settore bevande – dati Mediobanca 2022/23

    Riprendiamo oggi una analisi a mio parere piuttosto interessante che si basa sui dati pubblicati da Area Studi Mediobanca, ossia il confronto tra il settore del vino e quello delle bevande (alcoliche e non) italiane, per quanto riguarda tutta una serie di indicatori economico-finanziari.
    Avvertenze: l’analisi arriva al 2023 per le bevande e ancora al 2022 per il vino (salvo per che per le vendite) e andiamo indietro di circa 10 anni (anche se potremmo raddoppiare!). Secondo, l’analisi include tutto il settore vino e quello senza le cooperative, che è secondo il mio parere quello da guardare.
    Bene, cosa si ricava dal post? Direi quanto segue. Primo, che la crescita del settore del vino e di quello delle bevande è stata equivalente nei 10 anni, anche se il settore del vino è stato meno influenzato nel periodo del Covid. Nel periodo più recente, le aziende vinicole sono cresciute meno di quelle delle bevande, probabilmente per la loro maggiore esposizione alle esportazioni, che sono rallentate in modo importante. Secondo, i margini di profitto delle aziende vinicole sono migliorati rispetto al passato, sia in valore assoluto sia rispetto a quelli del settore delle bevande. Il valore dell’eccellenza del vino italiano comincia a filtrare nei dati economici. Dall’altro lato, fare vino richiede più investimenti che fare bevande e dunque quando si passa dai margini di profitto (quanto si guadagna rispetto a quanto si vende) al ritorno sul capitale (quanto si guadagna rispetto a quanto si investe) il confronto diventa più sottile, anche se lo svantaggio storico delle aziende vinicole sembra non vedersi più. Infine, la struttura finanziaria delle aziende vinicole è migliorata in proporzione a quello del settore delle bevande nel corso degli anni.
    Bene passiamo a una analisi dei dati corredata da grafici e tabella riassuntiva.

    Il settore delle bevande analizzato da Mediobanca ha chiuso il 2023 con un fatturato del 27% superiore a quello del 2019, quindi “pre-Covid” rispetto a un incremento del 21% delle vendite delle aziende vinicole, sempre recensite dal rapporto di Area Studi Mediobanca. Tale differenza si è creata da un’uscita più veloce dal Covid per le bevande (che avevano peraltro subito un impatto negativo più marcato). Per il 2023 le bevande sono cresciute del 4% contro un dato stabile per il settore vinicolo.
    I margini sono in miglioramento per il settore vinicolo, anche se mancano i dati 2023. Prima del Covid le aziende vinicole (ex cooperative) avevano un margine del 9.2%, erano al 9% nel 2022, quando invece il settore bevande era passato dal 7.2% al 6.2% (prima di recuperare al 7.2% nel 2023).
    Il ritorno sul capitale vede ancora il settore bevande avvantaggiato, in un contesto di ritorni calanti durante il periodo del Covid. Le bevande erano al 7.5% nel 2022 contro il 7.2% delle aziende vinicole e hanno recuperato 1 punto nel 2023. Riteniamo lo stesso non sia capitato alla aziende vinicole.
    Infine, il rapporto di indebitamento, debito su EBITDA (o MOL). Qui il trend è più chiaro: le aziende vinicole erano più indebitate (circa 2x contro 1.5x per le bevande) nel 2019, il rapporto è perfettamente allineato a 1.6x nel 2022.

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    Utili, margini e ritorno sul capitale delle principali aziende vinicole – dati Mediobanca – aggiornamento 2023

    Dati in formato testo disponibili nella sezione Solonumeri.

    Seconda puntata dell’elaborazione dei dati del rapporto Mediobanca sulle principali aziende italiane, che include le aziende con oltre 100 milioni di fatturato. Oggi ci concentriamo su qualche indicatore più particolare, come il capitale investito, i margini e il ritorno sul capitale. Nel 2023 si sono realizzate alcune aggregazione aziendali che hanno spostato un po’ l’asticella per alcune aziende, come Antinori e Argea. Nei dati aggregati a fronte di una crescita delle vendite del 5%, il valore aggiunto è cresciuto dell’8%, l’utile operativo del 6%, mentre l’utile netto è calato del 15%. Vari fattori sono da considerare, quali acquisizioni non completamente consolidate, aumento del costo del debito (e maggiore debito, +23%), ammortamenti delle differenze di consolidamento e via dicendo, per spiegare il calo degli utili.
    Non è sicuramente la fotografia del settore (quella invece la dà il rapporto Mediobanca di aprile), ma di quella parte del settore in cima alla piramide che sta portando avanti le aggregazioni aziendali. Antinori resta il punto di riferimento in quanto a margini di profitto e entità del capitale investito, mentre perde qualche punto in termini di ritorno sul capitale, dove continua ad eccellere Santa Margherita.
    Passiamo ai dati di dettaglio, inclusi grafici e il grafico animato dell’evoluzione del capitale investito.

    Le 24 aziende vinicole incluse nel campione di quest’anno (oltre 100 milioni di fatturato) hanno generato un utile operativo di circa 400 milioni di euro, che corrisponde a un margine del 7% sul fatturato (le cooperative sono comprese nel calcolo). Il capitale investito è invece cresciuto del 10% a 7.2 miliardi di euro il che determina un ritorno del 5.6% circa.
    Come dicevamo sopra Antinori primeggia sia per utile operativo in valore assoluto, che per margine sulle vendite e capitale investito mentre viene penalizzata quando si guarda al ritorno sul capitale, dove aziende meno integrate verticalmente, come Santa Margherita, sono meglio posizionate.
    Se guardiamo alla dinamica dell’utile operativo su un orizzonte di 5 anni e restringiamo il campo alle grandi aziende, IWB a +22% annuo e Argea a +12% sono certamente da evidenziare, mentre in valore assoluto Antinori, Santa Margherita e Frescobaldi (che tra l’altro cresce dell’11% annuo dal 2018…) restano in vetta.
    In termini di capitale investito, Antinori è arrivata a una scala completamente diversa rispetto alle altre aziende. La somma del capitale proprio e dei debiti finanziari del rapporto Mediobanca dice 2.1 miliardi circa 4 volte il livello delle altre aziende che arrivano intorno a 500 milioni di euro.
    Questo elevato capitale investito (da legare alle recenti acquisizioni, quella americana in particolare) ha però un impatto negativo sul ritorno sul capitale, che per Antinori “torna nella media” tra il 5% e 6%, quando Frescobaldi resta intorno al 10% e Santa Margherita viaggia sul 14%.

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    Fantini Group – dati di bilancio 2023

    Nel 2023 Fantini Group ha subito un leggero calo delle vendite (-4% a 86 milioni) che però è stato completamente assorbito dalla riduzione dei costi, anche grazie all’allentamento dei prezzi delle materie prime. Il contenimento degli investimenti su livelli particolarmente bassi ha invece consentito di ridurre ulteriormente il livello dell’indebitamento da 60 a 50 milioni di euro, quindi da 3 a 2.6 volte l’EBITDA, che vi ricordo nel caso di Fantini era cresciuto nel 2020 quando l’azienda era passata di mano con l’ingresso del private equity (4 volte l’EBITDA alla fine del 2020), attraverso una manovra di leverage buy-out. Dopo il 2023 non particolarmente positivo dal punto di vista commerciale, gli amministratori hanno fornito una visione più positiva per il 2024, dove a un consolidamento dei volumi della GDO (tradotto: sono in leggero calo…) si combina un andamento invece positivo del canale Ho.Re.Ca.
    Passiamo a una breve analisi dei dati con ulteriori grafici e la tabella riassuntiva.

    Le vendite sono calate del 4% a 86 milioni di euro. Dobbiamo evidenziare che l’azienda nel bilancio parla di “Ricavi delle vendite e delle prestazioni” che includono anche 3 milioni di altri ricavi relativi a servizi, vendita di materie prime (presumibilmente uva o vino non imbottigliato), oltre a 1 milione di contributi pubblici.
    Dal punto di vista geografico, le vendite in Italia sono calate del 5% a 3 milioni, restando marginali, quelle in Europa sono cresciute del 2% a 63 milioni, mentre calano pesantemente sia il fatturato americano (-12% a 12 milioni) che quello asiatico (-29% a 7 milioni).
    Come vedete dalla tabella i profitti operativi (EBITDA e utile operativo) sono mostrati in versione rettificata e non rettificata, per tenere conto di oneri non ricorrenti e dell’ammortamento del goodwill dell’operazione di private equity. Ad ogni modo, il forte controllo dei costi (costo del personale addirittura calato) e delle altre spese operative hanno più che compensato una certa pressione sul costo del venduto (ossia il costo di produzione) passato dal 52.7% al 53.8% del fatturato. L’EBITDA rettificato e l’utile operativo sono quindi calati del 3% circa, rispettivamente a 19.2 e 17 milioni di euro.
    L’utile netto dichiarato scende invece da 6.3 a 4.5 milioni di euro (questo non aggiustato per le componenti non ricorrenti), anche a causa dell’incremento degli oneri finanziari nel 2023.
    A livello finanziario, il debito scende da 60 a 50 milioni come dicevamo, forte di un eccellente lavoro sul livello del magazzino (che ha liberato 5 milioni di euro) e di un livello di investimenti piuttosto contenuto, meno di 2 milioni di euro (rispetto a 2.2 milioni di euro di ammortamenti) che ha consentito di scaricare praticamente tutto l’utile generato a riduzione del debito.

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    Classifica fatturato e valore aggiunto delle aziende vinicole italiane 2023 – fonte: Area Studi Mediobanca

    Dati in formato testo disponibili nella sezione Solonumeri.

    Grazie ai dati di Area Studi Mediobanca, integrati con qualche bilancio scaricato, presentiamo oggi la graduatoria delle maggiori aziende vinicole italiane per fatturato e, ancora più rilevante, per valore aggiunto. Rispetto agli scorsi anni, il rapporto di Mediobanca ha un “taglio” a 100 milioni invece che a 50 milioni di fatturato, il che implica un accorciamento della nostra classifica da circa 30-35 a 25 aziende.
    Fatta questa premessa, cosa ci dice questa classifica? Sicuramente che il settore si sta consolidando, grazie ad alcune aziende come Argea, Italian Wine Brands e Mack & Schuhle. Oggi abbiamo 24 aziende con oltre 100 milioni di fatturato. Lo vediamo anche dalla crescita del fatturato di queste aziende, +5%, che è chiaramente superiore al trend organico del 2023.
    Dobbiamo anche sottolineare che per la prima volta un’azienda italiana ha fatto un grosso investimento fuori dall’Italia: Antinori con Stag’s Leap Wine Cellar ha ulteriormente rafforzato la sua posizione di principale azienda italiana del settore in termini di valore aggiunto, pur con un significativo incremento del debito.

    La classifica del fatturato vede dunque primeggiare CantineRiunite/CIV/GIV come al solito ma ritrova Argea e Italian Wine Brands come numero due e numero tre. Quella del valore aggiunto (a mio parere, la vera classifica…), dopo Antinori trova nel 2023 Santa Margherita, Cantine Riunite/CIV/GIV e Frescobaldi, essenzialmente senza variazioni rispetto al 2022.
    Passiamo a un commento più dettagliato con tutte le tabelle e i grafici animati.

    Il cumulato delle principali 25 aziende vinicole italiane ha registrato un fatturato di 5.7 miliardi di euro, +5% sul 2022, con un valore aggiunto cumulato di circa 1.18 miliardi di euro, cresciuto dell’8% sul 2022 per un margine del 21%.
    Rispetto all’anno scorso si aggiunge nella classifica Mack & Schuhle, la Cantina Sociale di Soave ha cambiato nome in Cadis 1898 e abbiamo aggiunto di nostra iniziativa ai dati originali di Mediobanca Tenute Piccini, oltre che alle solite Santa Margherita e Lunelli.
    In termini di fatturato, le crescite più importanti tra le grandi aziende nel 2023 sono quelle di Antinori (+9%) e Italian Wine Brands (+10%) entrambe legate alle acquisizioni che hanno realizzato, mentre “entrano” nel club delle aziende con oltre 200 milioni di fatturato Mack & Schuhle e Collis Veneto WG con crescite di fatturato molto significative grazie alle aggregazioni che stanno realizzando.
    Il valore aggiunto è però la classifica che più considero veritiera per definire la rilevanza delle aziende. L’aspetto commerciale (vendite) è importante ma la dimensione “industriale” di un’azienda si misura con quello che “aggiunge” al prodotto, ossia il valore aggiunto, cioè il fatturato meno tutte le componenti che sono state acquistate all’esterno. In questa classifica regna incontrastato il gruppo Antinori (perché così dovremmo ormai chiamarlo) con 225 milioni, poi Santa Margherita con 120 milioni, Cantine Riunite con 119 e Frescobaldi con 93. I “consolidatori” del settore Argea e IWB sono quinto e sesto, con 89 e 63 milioni rispettivamente.
    Vi lascio ai dati.

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