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    I principali ecommerce italiani di vino – dati 2023

    L’ecommerce di vino ha subito un secondo anno di “ridimensionamento” delle vendite dopo il boom relativo al Covid. Le 5-6 aziende analizzate in questo post hanno subito un calo del 7-8% del fatturato nel 2023 (-12% escludendo l’exploit di Bernabei) rispetto al 2022 e hanno subito una perdita cumulata di circa 18 milioni di euro, contro i 16 del 2022, pur mettendo ricorrendo a misure molto drastiche di taglio dei costi operativi e ristrutturazione dell’attività. La strategia seguita da tutte è stata quella di cercare di limitare le perdite, anche con un incremento del margine lordo, in particolare per Vino.com che si è portata al di sopra di tutte, e con l’eccezione di Berbabei, che è il chiaro “outlier” nell’analisi, essendo l’unico con un fatturato in crescita (+24% a 28 milioni), fonte dell’espansione dell’attività in nuove nicchie ma anche di un deciso cambio di passo nei prezzi, tale da ridurre il margine sulle vendite dal 28% del 2022 (perfettamente in media con gli altri operatori) al 19% del 2023.
    Ultima annotazione prima di addentrarci nei dati, con tabelle e ulteriori grafici, due aziende hanno ricevuto ulteriori contributi dai soci nel 2023, stiamo parlando di Vino.com (4 milioni) e Tannico (10 milioni).

    Le vendite dei principali ecommerce italiani sono state mediamente in calo nel 2023, a fronte di un ulteriore processo di normalizzazione. L’unica eccezione come dicevamo è Bernabei (+24% a 28 milioni), mentre per l’ecommerce B2C di Italian Wine Brands l’andamento è stato quasi stabile a 20 milioni. L’azienda più grande si conferma Tannico, che ha perso il 7% di fatturato a 65 milioni, seguita da Berbabei appunto, poi Vino.com che ha perso il 22% a 27 milioni. Più piccoline sono Callmewine, -16% a 14 milioni e Xtrawine, -20% a 9 milioni.
    I margini lordi sulle vendite sono rimasti stabili per Tannico (30%), Callmewine (26%) e Xtrawine (26%), calano al 19% per Bernabei mentre Vino.com è andata in direzione opposta, facendo crescere il margine al 35% a discapito delle vendite.
    In questo modo Vino.com ha ridotto le perdite da 6 a 2 milioni, mentre gli altri hanno subito perdite in crescita rispetto al 2022. Unica azienda non in perdita (non sappiamo IWB) è Bernabei.
    La gestione del magazzino è migliorata per Xtrawine (dal 23% al 18% sulle vendite) e Bernabei (dal 20% al 16%), mente si sono mantenute stabili per le altre aziende. Il “best in class” in questo senso è Vino.com che lavora con un magazzino su vendite inferiore al 10%.

    Se siete arrivati fin qui……ho un piccolo favore da chiedervi. Sempre più persone leggono “I Numeri del Vino”, che pubblica da oltre dieci anni tre analisi ogni settimana sul mondo del vino senza limitazioni o abbonamenti. La pubblicità e le sponsorizzazioni servono per aiutare una missione laica in Perù. Per fare in modo che questo lavoro continui e resti integralmente accessibile, ti chiedo un piccolo aiuto, semplicemente prestando da dovuta attenzione con una visita alle inserzioni e alle sponsorizzazioni presenti nella testata e nella sezione laterale del blog. Grazie. Marco LEGGI TUTTO

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    Casa Vinicola Zonin – risultati 2023

    Il 2023 è stato il primo anno del nuovo assetto organizzativo di CV Zonin, che come sapete è detenuta in parte dalla famiglie e in parte da fondi di private equity. Non è stato però il primo anno “pulito” per l’azienda in quanto influenzato dal cambio di distributore sul mercato americano e da una coda di oneri straordinari, che insieme hanno portato a un leggero calo delle vendite (-3% a 194 milioni, peraltro non dissimile da altre grandi realtà del settore in Italia) ed a una significativa perdita (13 milioni di euro).
    In tutto questo, un ulteriore miglioramento del capitale circolante e l’assenza di dividendi per gli azionisti hanno consentito di contenere l’indebitamento (90 milioni da 87 del 2022).
    Il 2024 si è aperto sotto migliori auspici, con un budget improntato alla crescita delle vendite e dei margini, che si è materializzato anche nel primo trimestre dell’anno, secondo la dichiarazione degli amministratori. Gli spazi di recupero sono significativi: nel 2019, prima del COVID, CV Zonin già integrata con le tenute agricole aveva un margine EBITDA dell’11% su 197 milioni di fatturato, oggi con un fatturato simile il margine è sceso al 6%. Spulciando tra i dati di bilancio, il problema è quello degli acquisti di materie prime, che sono saliti dal 43% del 2019 al 51% del 2023, vanificando i miglioramenti messi a segno nel controllo degli altri costi.
    Ulteriori dettagli, commenti, grafici e tabella dettagliata con i numeri nel resto del post.

    Le vendite 2023 calano del 3% a 194 milioni, di cui 41 milioni in Italia (+19%) e 153 milioni all’estero, -8%. Non viene quantificato il contributo del mercato americano ma ci si potrebbe immaginare che la perdita di fatturato estero, circa 13 milioni possa essere legata al cambio di distributore. Vedremo nel 2024.
    I margini come dicevamo sono in calo. L’EBITDA rettificato, ossia prima di circa 3 milioni di euro di costi straordinari e 0.9 milioni di leasing, scende da 17.2 a 12.2 milioni di euro, con un margine che passa dall’8.6% al 6.3% delle vendite. Abbiamo già affrontato il tema di sopra, ma tra il 2022 e il 2023 il costo degli acquisiti esterni passa dal 45% al 51%, i servizi scendono dal 34% al 33% e il costo del personale dal 15.4% al 16% delle vendite.
    L’utile operativo rettificato scene a 2 milioni, mentre quello dichiarato è in perdita di 4.4 milioni per gli oneri straordinari di cui sopra e per 3 milioni di ammortamento dell’avviamento (che durerà ancora per 7-8 anni). L’utile netto viene poi impattato dalla crescita degli oneri finanziari a 7.5 milioni e da 1 milione di tasse, nonostante la perdita, che porta il bilancio a -13 milioni di euro, non rettificata per le componenti non ricorrenti (che sono state circa 6-7 milioni prima delle componenti fiscali).
    A livello finanziario, il debito passa da 87 a 90 milioni, inclusivo di circa 7 milioni di prestito soci. Il capitale circolante migliora ancora, da 42 a 34 milioni di euro, giocando sui debiti verso fornitori. Zonin ha investito circa 8 milioni di euro (come nel 2022). Non sono stati pagati dividendi. In totale, la gestione ha chiuso con un consumo di cassa di circa 3-4 milioni.

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    Duckhorn – risultati 2024 e… OPA per il ritiro dal mercato

    Dopo poco tempo dall’introduzione in borsa, Duckhorn potrebbe essere delistata in segito all’offerta giunta dal private equity Butterfly, che ha offerto un prezzo di 11.1 dollari per azione, il 65% in più rispetto al prezzo medio delle azioni dei tre mesi precedenti. C’è da dire che la performance delle azioni è stata straordinariamente negativa negli ultimi a partire dal picco di circa 22-23 dollari di fine 2022 fino ai 5 dollari o poco più dei giorni precedenti all’annuncio, frutto di una combinazione di eventi tra i quali ci sono certamente un’acquisizione da 50 milioni di dollari fatta in un momento di mercato difficile e, negli ultimi 2 anni, il mancato o quasi raggiungimento degli obiettivi annunciati al mercato. A questo punto è molto probabile che l’operazione vada a buon fine, essendo stata accettata dal consiglio di amministrazione di Duckhorn.
    Tornando ai risultati 2024, sono stati più o meno in linea con gli obiettivi che erano stati forniti al mercato, con la piccola annotazione che ad “aiutare” è arrivata una acquisizione che nella seconda parte dell’anno ha dato un contributo. Se l’EBITDA di 155 è stato nella forchetta di 150-155 milioni, le vendite di 405 milioni non sono state in linea con gli obiettivi (420-430) nemmeno considerando questo contributo. E il debito è salito ulteriormente, a 300 milioni toccando le 2x volte l’EBITDA.
    Proseguiamo il commento con il dettaglio dei numeri, tabelle e grafici.

    Le vendite di 405 milioni sono l’1% sopra il 2023 ma senza l’apporto dell’acquisizione di Sonoma-Cutrer sarebbero calate del 4.6%. Per divisione, sono calate del 4% le vendite all’ingrosso a ristoranti e negozi della California e del 7% le vendite dirette, mentre crescono del 3% le vendite classiche all’ingrosso, che poi rappresentano il 70% del fatturato. I volumi sono cresciuti del 3%, compensati dal peggior prezzo mix.
    Il gross margin al 53% è stato leggermente diluito dall’acquisizione, altrimenti sarebbe stato al 54%, mentre l’EBITDA di 155 milioni di euro è nella parte alta della forchetta per il 2024 ma non si dice il contributo dell’acquisizione (8 milioni a livello di gross profit).
    L’utile netto aggiustato di 75 milioni è sotto l’obiettivo di circa 79 milioni e i 77 dello scorso anno, anche a causa del forte incremento degli oneri finanziari (da 12 a 18 milioni).
    L’azienda ha poi registrato quasi 20 milioni di dollari di oneri straordinari, talchè l’utile dichiarato è stato di 56 milioni, ben sotto i 69 dell’anno scorso.
    Il debito sale da 227 a 301 milioni di dollari, per un rapporto sull’EBITDA che passa da 1.6 a 1.9 volte. Ovviamente l’acquisizione ha contato per il 100% sul debito ma non completamente sui risultati. L’acquisizione è costata 50 milioni, cui si sono aggiunti 28 milioni di altri investimenti. Non sono stati pagati dividendi.

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    Lunelli (Ferrari)– risultati e analisi di bilancio 2023

    Le parole caute contenute nella relazione dell’anno scorso circa l’andamento del 2023 sono un buon punto di partenza per analizzare il bilancio di Lunelli. A dire il vero, l’anno si è chiuso con il risultato netto più elevato di sempre, 26 milioni di euro. Si tratta però di un risultato maturato “al di sotto dell’utile operativo”, quindi grazie al contributo dei proventi derivanti dal portafoglio di attività finanziarie. Se invece guardiamo l’andamento del “core business”, ossia gli spumanti Ferrari, Bisol, Tassoni, Surgiva e via dicendo ci troviamo davanti a un quadro meno positivo di quello del record 2022.
    Le vendite sono calate del 4% a 146 milioni di euro, l’EBITDA scende da 29 a 26 milioni di euro e l’utile operativo è influenzato anche da una svalutazione straordinaria, passando quindi da 13 a 6 milioni di euro. Leggendo il bilancio è evidente la volontà di investire nei marchi, mantenendone il posizionamento con azioni di marketing e soprattutto con la scelta di non cedere sui prezzi, eliminando anzi le promozioni. È anche evidente che il ritmo di crescita di Ferrari degli ultimi anni è forse stato troppo veloce e lo stop del 2023 (ricavi stabili) deriva non solo dalla necessità di normalizzare le scorte nella distribuzione ma dall’esigenza di far maturare i prodotti al punto giusto, senza affrettarne la vendita sul mercato. Anche l’inizio del 2024 (primo trimestre) è stato in contrazione.
    Bene, fatta questa premessa, ulteriori dettagli sui risultati consolidati e dei principali marchi sono nel resto del post.

    Le vendite calano del 4.4% a 146 milioni di euro, con un -4% per l’Italia a 118 milioni e un -6% per l’estero a 28 milioni.
    Ferrari ha un fatturato stabile di 102 milioni, con volumi in calo a circa 6 milioni di bottiglie. Le vendite di Bisol calano del 5% circa a 27.5 milioni di euro nonostante un calo dei volumi del 12%. Tassoni ha invece raggiunto il record di fatturato a 13 milioni (+8%) anche se i suoi risultati sono stati impattati dall’aumento del costo delle materie prime, per i quali era stato protetto nel 2022 dalle coperture. Surgiva ha fatturato 10 milioni, +18%, con 38 milioni di bottiglie vendute. Sono stati buoni anche i risultati delle Tenute Lunelli (6 milioni di fatturato, +10%, con 400mila bottiglie vendute).
    L’utile netto del gruppo è stato guidato dalle componenti non operative, con proventi finanziari di 17 milioni, contro i 5 del 2022, e rivalutazioni per 5 contro 1 del 2022. L’utile netto di Ferrari è stato invece in calo da 12 milioni a 9 milioni (anche influenzato dalle decisioni di finanziamento delle controllate), mentre quello di Bisol passa da un leggero utile a una perdita di 1 milione.
    A livello finanziario, il gruppo ha un debito netto di 44 milioni, in crescita rispetto ai 30, a fronte però di un portafoglio di partecipazioni di 111 milioni, di cui oltre 30 in aziende quotate in borsa. Nel corso del 2023, Lunelli ha investito 17 milioni di euro e ha pagato 6.5 milioni di dividendi ai soci, rispetto a 5 milioni pagati nel 2022.

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    Delegat Group – risultati 2024

    Delegat non è più la “lepre” delle aziende vinicole quotate. Dopo i dati scricchiolanti del 2022/23, nel 2023/24 (anno chiuso a giugno) l’azienda non è riuscita a far crescere le vendite e ha mancato gli obiettivi che aveva comunicato a inizio anno. Tuttavia, il management ha rimarcato che l’andamento dell’anno è stato molto soddisfacente se si considerano le mutate condizioni del mercato.
    Per venire ai numeri, le vendite sono rimaste stabili a 376 milioni di dollari neozelandesi mentre i dati di EBITDA e utile operativo normalizzati segnano un progresso del 6-7% sull’anno scorso, con l’utile netto stabile a 60 milioni e come dicevamo inferiore alla forchetta annunciata l’anno scorso. Oltre ai mancati obiettivi, anche le previsioni sono state delundenti: i volumi non sono previsti in leggerissimo calo poco sotto 3.6 milioni di casse e l’obiettivo triennale passa da 4.1 a 3.9 milioni di casse. Soprattutto, l’utile netto è previsto tra 55 e 60 milioni, dunque nel migliore dei casi allineato a quello del 2023-24, che a sua volta era stato stabile rispetto al 2022-23. Il risultato è un andamento borsistico molto negativo. Le azioni hanno perso il 30% da un anno a questa parte e valgono di questi tempi circa 600 milioni di dollari neozelandesi, cui si aggiungono 360 milioni di debiti (in crescita).
    Nel resto del post, tabelle, ulteriori grafici e un commento più dettagliato.

    Le vendite sono stabili a 376 milioni, con un calo del 2% dei volumi a 3.61 milioni di casse e un progresso del prezzo medio del 2% a 104 dollari per cassa. Dal punto di vista geografico, i volumi sono calati del 4% in Europa a 1.18 milioni di casse, dell’1% in Nord America a 1.72 milioni e sono invece cresciute del 2% in APAC a 706mila casse.
    Le previsioni di 3.9 milioni di casse al 2027 hanno “perso” il dettaglio per area anche se il Nord America è menzionato come il mercato di crescita primario per il gruppo.
    I margini sono in leggero recupero sull’anno scorso e questo consente una crescita del 6% dell’utile operativo a 103 milioni, aiutato anche dall’andamento favorevole dei cambi oltre che dal miglioramento del prezzo-mix che ha sostenuto il margine lordo (passato dal 43% al 46%). Il maggiore debito e i tassi di interessi in crescita hanno però determinato una crescita degli oneri finanziari, oltre a una maggiore tassazione e dunque l’utile netto è rimasto stabile a 60 milioni.
    Dal punto di vista finanziario, il debito sale da 319 a 360 milioni di dollari, dopo aver pagato investimenti per 70 milioni e dividendi per 20 milioni, con una generazione di cassa dichiarata dal gruppo in calo del 5% sull’anno scorso a 57 milioni di dollari.

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    Constellation Brands – risultati primo semestre 2024

    Tempi duri anche per Constellation Brands, che ha dovuto pubblicare un aggiornamento ad hoc a inizio settembre per ridurre alcuni degli obiettivi comunicati al mercato per l’anno e ha riportato risultati oggettivamente disastrosi nel secondo trimestre a inizio ottobre. E questa volta la colpa è proprio della divisione vino: le prospettive per l’anno sono passate da vendite stabili a un calo del 4-6%, e da un utile operativo in calo del 10% circa al -17%. Oltre a questo, e si vede bene nei numeri del secondo trimestre, l’azienda ha svalutato i marchi del segmento vino per 2.25 miliardi di dollari (misura che non determina esborsi di cassa), il che ha portato il bilancio del secondo trimestre a una perdita di 1.2 miliardi di dollari. Per dire la verità nonostante il disastro della divisione vino, un misto tra mercato e immagino iniziative non andate a buon fine, gli obiettivi “totali” del gruppo non sono cambiati, anzi sono anche leggermente migliorati grazie all’andamento sempre ottimo della divisione birra (i cui obiettivi sono stati leggermente alzati), da un po’ di oneri finanziari in meno. E dunque anche il titolo in borsa non ne ha risentito più di tanto, rimanendo circa stabile anno-su-anno in un contesto piuttosto negativo per le aziende che si occupano di bevande alcoliche.
    La considerazione a valle di questi dati è più ampia. Siamo di fronte a un cambio di passo per il mondo del vino? Questi dati sono solo l’ultimo di una serie di post in cui mettiamo in luce un problema di crescita (o meglio di calo) per le grandi aziende vinicole nel 2024. Pensiamo a LVMH o a altri campioni di crescita come Delegat in Nuova Zelanda o, nel passato, Concha y Toro. E pensiamo anche a quello che ha scritto il Financial Times qualche tempo fa a proposito della vendita della divisione vino da parte di Pernod Ricard (link alla nostra traduzione).
    Passiamo a commentare qualche dato.

    Le vendite di CBrands del secondo trimestre sono state in crescita del 3% a livello consolidato, con un calo del 12-13% per la divisione vino e una crescita del 6% della divisione birra. Nel secondo trimestre la divisione vino e spiriti pesa il 13% delle vendite del gruppo, il vino in senso stretto il 12% del totale. Nella divisione vino va notato l’orrendo calo del 18% delle vendite al dettaglio dei prodotti CBrands nel secondo trimestre.
    Lasciando stare la svalutazione dei marchi, la divisione vino ha mantenuto un margine stabile nonostante il calo delle vendite al 18% circa nel trimestre (utile operativo) realizzando 71 milioni contro gli 81 dello scorso anno. La divisione birra ha invece un margine del 38% per un utile operativo che sfiora il miliardo di dollari in soli 3 mesi.
    Passando alla parte finanziaria, CBrands ha rassicurato i mercati circa i piani di remunerazione degli azionisti, nell’ambito dell’obiettivo di tenersi intorno a 3 volte il rapporto debito/EBITDA. Alla fine del trimestre proprio a 3 volte stiamo, con un debito di 11.5 miliardi di dollari e 3.8 miliardi di EBITDA. E nei primi 6 mesi dell’anno, sono stati pagati oltre 800 milioni di dollari (rispetto a una capitalizzazione di 45 miliardi, quindi “annualizzando” intorno al 3.6% di rendimento), più o meno tanti quanti ne sono stati investiti.

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    Advini – risultati primo semestre 2024

    Il semestre difficile del mercato del vino si riflette anche sulle vendite di Advini, in calo del 2% rispetto al 2023. L’azienda francese ha però intrapreso un percorso molto ambizioso di taglio dei costi dopo gli orrendi risultati soprattutto della prima parte del 2023 e i primi risultati cominciano a vedersi. Il mix del fatturato verso le marche proprie cresce al 42% del totale (36% l’anno scorso), con un impatto favorevole sui margini di profitto, il controllo dei costi (personale stabile e servizi esterni “tagliati”) consente di recuperare oltre 1 milione di euro per un EBITDA semestrale che cresce da 7.4 a 9.0 milioni di euro. Siamo sempre sotto gli 11 di un paio di anni fa, ma i progressi si vedono. Anche il debito, uno dei grandi problemi recenti dell’azienda dopo tutte le acquisizioni, comincia a stabilizzarsi (anche se sale ancora un pochino).
    Le azioni di Advini restano intorno ai minimi storici, per un valore di borsa di 53 milioni di euro.
    Il management propone un quadro riassuntivo dove indica gli obiettivi e il loro raggiungimento… Advini è avanti sul taglio dei costi, in linea su tutti gli altri obiettivi. In conclusione, si prevede un secondo semestre in netto recupero.
    Passiamo a un breve commento dei dati.

    Le vendite calano del 2% a 138 milioni. Advini ritiene di essere andata molto meglio dei concorrenti nell’Europa del Nord e negli USA, mentre ha pagato pegno nel mercato francese (-9%). Il calo delle vendite si legge con un -1.6% organico e un -0.3% derivante dai cambi.
    I margini sono in recupero. Il margine “industriale” sale dal 36.6% al 37%, grazie all’incremento dei prodotti di marca, mentre il taglio dei costi consente anche un recupero in valore assoluto dell’EBITDA e dell’utile operativo. Quest’ultimo chiude a 2.6 milioni di euro contro il pareggio del semestre 2023.
    Purtroppo gli oneri finanziari salgono a 5 milioni (considerati il picco dal management) e il bilancio chiude con 2.5 milioni di perdita, comunque in calo rispetto ai 4.1 dell’anno scorso.
    A livello di struttura finanziaria, il debito sale a 175 milioni, rispetto a 167 dell’anno scorso a giugno e 174 a fine anno 2023 (tutti dati escluso IFRS16). A livello operativo la generazione di cassa è stata di 3.6 milioni (con un taglio importante degli investimenti e un controllo molto più stringente delle scorte), “mangiata” dai 5 milioni di oneri finanziari. Come dicevo, secondo il management siamo arrivati al punto di inversione del debito, che a fine giugno era a 11 volte l’EBITDA (12x a fine 2023). LEGGI TUTTO

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    Antinori – risultati e analisi di bilancio 2023

    Il bilancio 2023 del Gruppo Antinori rappresenta un forte punto di discontinuità con il passato per via dell’inclusione per 6 mesi di Stag’s Leap Wine Cellars, azienda vinicola americana di cui Antinori ha acquistato tutte le quote (possedeva il 15%) nel giugno 2023. Anche se diventa quindi più difficile giudicare l’andamento 2023 dati i forti impatti che questa operazione ha avuto, si comincia a delineare il nuovo Gruppo Antinori, che mostrerà il suo nuovo volto nel 2024 quando il contributo di Stag’s Leap Wine Cellars sarà completo.
    Qualche numero per orientarci. Le vendite consolidate sono cresciute del 9% a 352 milioni di euro, con un contributo di Stag’s Leap Wine Cellars che stimiamo nell’ordine di 35-40 milioni, l’EBITDA cresce del 6% a 161 milioni di euro, mentre l’utile netto di 65 milioni (circa -20%) è sporcato dall’ammortamento dell’avviamento di Stag’s Leap Wine Cellars(8.6 milioni soltanto per 6 mesi) e da circa 6 milioni di imposte una tantum riferite a una disputa con il fisco sui prezzi di trasferimento degli anni passati. La struttura finanziaria cambia in modo radicale, visti gli investimenti di quasi 650 milioni che includono 548 milioni per acquisizioni, riteniamo principalmente da attribuire all’acquisizione dell’85% di Stag’s Leap Wine Cellars. In confronto, la società Marchesi Antinori, che rappresenta lo sviluppo commerciale (ma non agricolo) del marchio Antinori, ha un fatturato di 250 milioni (+2% sul 2022), un EBITDA di 74 milioni (62 nel 2022) e un utile netto di 29 (inferiore di 6 rispetto a 35 nel 2022 a causa della definizione fiscale sui prezzi di trasferimento).
    Il 2024 sarà l’anno di completa visibilità per il gruppo, che potrebbe avvicinarsi alla soglia dei 400 milioni di fatturato nella sua nuova dimensione multinazionale.
    Passiamo a una breve analisi dei dati, con grafici e tabella riassuntiva.

    Le vendite crescono del 9% a 352 milioni di euro. Il fatturato americano diventa 73 milioni da 57 del 2022 ma cela l’elisione dei ricavi intragruppo tra Stag’s Leap e Antinori (impatto circa 10 milioni), l’Italia cresce del 5% a 135 milioni, l’Europa del 10% a 70 milioni. La suddivisione delle vendite per prodotto ci aiuta a definire il contributo di Stag’s Leap Wine Cellars quando si dice che “la vendita di prodotti finiti è incrementata di circa Euro 36,3 milioni (+13%), interamente dovuto all’entrata di Stag’s Leap Wine Cellars nel perimetro di consolidato a partire dal 1° luglio 2023.”
    I costi sono ovviamente stravolti dal nuovo perimetro di consolidamento e dalle conseguenze dell’allocazione dell’avviamento che ha avuto un impatto importante sugli ammortamenti (circa 9 milioni che diventeranno 18 nel 2024). L’EBITDA cresce del 6% a 161 milioni, mentre l’utile operativo cala del 5% a 98 milioni per via delle partite contabili di cui sopra. Gli oneri finanziari crescono per via della nuova struttura finanziaria e le tasse includono 6 milioni di “straordinari”, il tutto per arrivare a un utile netto di 65 milioni contro gli 83 del 2022 (che considera l’effetto per il nuovo metodo di valorizzazione delle rimanenze).
    La struttura finanziaria cambia radicalmente. L’acquisizione porta il Gruppo su una posizione finanziaria netta di 411 milioni di euro, confrontato con una posizione finanziaria netta positiva di 124 milioni nel 2022. La posizione finanziaria netta nel 2022 riportata nel bilancio 2022 era di 225. Questa differenza di 101 milioni deriva da un diverso calcolo in quanto, dal 2023, il Gruppo ha ritenuto più opportuno escludere dalla posizione finanziaria netta il portafoglio dei titoli detenuti a scadenza iscritti tra le immobilizzazioni finanziarie. Il numero da confrontare con il 411 è 124, il che implica un incremento del debito di 535 milioni. All’interno di questo dato ci sono circa 640 milioni di investimenti, di cui 548 per acquisizioni e il pagamento di 6 milioni di dividendi erogati sia ai soci di maggioranza sia a quelli di minoranza delle società controllate.

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